Dopo l’invasione abusiva dei tappeti rossi (da tenere cara, perché mi sa che su un red carpet non ci rimetterò più piede per tutta la vita…), ieri è stata la volta della partecipazione alla Festa del Cinema come spettatrice.
Fa un effetto strano, quest’anno. Protesta a parte, intendo. Lo scorso anno ero lì tutti i giorni a vedermi le anteprime, con l’accredito per la stampa. Non è difficile, quando hai un accredito e tutto il giorno libero. Guardi il primo titolo della giornata, prendi la metro, ti fai un viaggio allucinante sulla navetta della Linea Cinema (quelle minuscole che a malapena consentono di respirare per quanto si riempiono) e una volta che arrivi entri in sala, perché tanto non paghi. I migliori film della mia vita li ho visti entrando a scatola chiusa, solo perché non pagando potevo permettermi di non scegliere. A dire il vero quando non scegli non hai aspettative e puoi lasciarti sorprendere. Si dovrebbe poter non scegliere mai, nella vita. Si farebbero un sacco di scoperte belle che spesso ci precludiamo perché nella scelta ci ostiniamo a cercare quello che ci somiglia di più o che potrebbe interessarci. Vabbé, sto diventando troppo seria. Smetto subito.
Quest’anno l’accredito non c’è. Non è un male, non lo avrei sfruttato. Incastrare i film con l’orario di lavoro e con il viaggio da una parte all’altra della città non sarebbe stato molto agevole. Avrei avuto bisogno di una segretaria, e non me la posso permettere. Così quest’anno leggo le trame e scelgo. Oppure mi aggrego alle amiche che scelgono i loro film, e se ci sono vado a vederli anche io. Ieri il film che volevo vedere coincideva con la scelta delle amiche, quindi ci siamo pure trovate.
Quindi sono arrivata, abbastanza spaventata all’idea di dover comprare il primo biglietto per una proiezione. All’arrivo all’Auditorium ho anche avuto un ritorno al passato: una persona che conoscevo nella mia vita milanese, qui a Roma a vedere i film. Con accredito professional, of course.
L’incontro è stato veloce, circa un quarto d’ora per aggiornarsi su 7 anni di vita. Poi di corsa a prendere il biglietto per la mia proiezione.
Alle casse è cominciato il delirio. Fila a parte, quando è stato il mio turno uno di quei manichini in completo spezzato che vanno in giro per le sale dell’Auditorium come cani da guardia ha pensato bene di bloccarmi perché c’era un ragazzo che aveva già fatto la fila ma non aveva ancora comprato il biglietto per un problema di comprensione con la cassiera. Invece di rispondere l’ esticazzi? che si meritava, ho lasciato passare. Tanto il mio film cominciava l’ora successiva. Arrivata alla cassa ho cominciato a intuire perché ci fossero stati problemi di incomprensione. Ho tirato fuori la tessera metrebus (se l’avete, tiratela fuori sempre e comunque, nell’ipotesi di volervi comprare un biglietto per una proiezione. Vi fanno il 10% di sconto. Pubblictà progresso in tempo di crisi) e una banconota da 20 euro. La vista della banconota ha scatenato i peggiori istinti della cassiera, che ha sfoderato tutta l’acidità accumulata nella giornata e mi ha ordinato ‘spicci, per favore!’, come se le avessi mostrato una banconota del Monopoli anziché 20 euro buoni.
Alla risposta ‘non li ho’, ha sbuffato e si è rassegnta a darmi il resto in moneta. In malomodo. (considerazione a latere: se non hai voglia di starci, dimmelo. Ho un’amica disoccupata che ha un disperato bisogno di lavoro e prenderebbe volentieri il tuo posto…)
Pare che a me sia comunque andata di lusso, perché una delle amiche con cui dovevo vedere il film, al momento dell’acquisto, abbia annunciato con un secondo di ritardo il possesso della tessera metrebus, e che si sia sentita rispondere che non avrebbe goduto dello sconto perché ormai i biglietti erano stati stampati. Non è valso a nulla far notare che potevano essere annullati, tantomeno che potevano essere dati a qualcun altro (NB: i posti delle sale, alla Festa del Cinema, non sono numerati). Ha dovuto pagare il prezzo intero. Roba da far ingoiare i biglietti alla cassiera.
Comunque. Dopo l’acquisto del biglietto mi aspetta l’attesa, perché le amiche nel frattempo erano in un’altra sala, per un’altra proiezione. Ecco, io quando ero giovane o anche disoccupata, questa cosa di farmi due proiezioni di seguito ce l’avevo come abitudine. Ma ieri avevo poche ore di sonno e alcune di lavoro in corpo. Due proiezioni sarebbero state il colpo di grazia. Poi sembra che non mi sia persa molto. Quindi pace e amen.
Il film era previsto al Teatro Studio, una sala che a mio parere dovrebbe essere usata solo per conferenze e simili. Per dire, gli Stati Generali del Cinema, lo scorso anno, si tenevano lì. E’ minuscola, dritta, con le poltrone messe in una posizione tale che se per caso ti trovi davanti qualcuno alto più di un metro e settanta ti impedisce la lettura dei sottotitoli.
Ora, se il film che stai per vedere in quella sala è nella tua lingua di origine o in una lingua che comprendi perfettamente, te ne puoi fregare.
Tendenzialmente i film che si vedono alla Festa del Cinema, o almeno quelli che vedo io, non provengono dalla cinematografia nostrana. E il film proiettato ieri non era nemmeno in spagnolo.
A dire il vero, aveva anche un altro problema. Si trattava di un documentario. Ora, non ho nulla contro i documentari, sia chiaro. Ne ho anche un paio all’attivo. Ma sarebbe carino, da parte di chi prepara i programmi per la Festa del Cinema, avvertire lo spettatore ignaro che sta per guardare un documentario. Perché posso affermare senza timore di smentita che in quella sala non eravamo solo in tre, a non sapere che stavamo per vedere un documentario. Ci voleva tanto a scriverlo da qualche parte?
In più, trattandosi di un documentario dove erano montate anche intercettazioni telefoniche provenienti dagli archivi della polizia della Louisiana, o addirittura dell’FBI, credo che qualunque persona che abbia avuto a che fare con problemi di audio nella vita possa capire la necessità di poter leggere dei sottotitoli per qualcuno che sì, mastica l’inglese, ma che non riesce a distinguere perfettamente le parole in inglese quando sono mescolate a un audio che per forza di cose non è perfettamente ripulito.
Insomma, abbiamo passato un’ora e mezzo a leggere tra le teste dello spettatore davanti. Con conseguenze spiacevoli per le nostre cervicali. E ancora adesso la sottoscritta non riesce a capire se il documentario che ha visto le sia piaciuto o le abbia fatto schifo (credo, a spanne, che mi sia piaciuto. Non posso chiedere a chicchessia di vederlo e darmi un parere perché l’ultima proiezione di The Canal Street Madam era questa mattina… Sempre al Teatro Studio)
Non so quanti altri film tornerò a vedere. Una cosa è certa: se dovessi entrare di nuovo al Teatro Studio sarà solo per film in italiano o in spagnolo.
E per il bene della vostra cervicale, cercate di risparmiarvi anche voi proiezioni al Teatro Studio in cui vi sia necessaria la lettura dei sottotitoli… Oppure usatelo come strumento di tortura verso qualcuno che odiate profondamente. Potrebbe dare buoni frutti.
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