Archivio | novembre, 2010

Un ricordo di Monicelli

30 nov

Qualche volta vengo trattato da cinico, anche da amici e compagni, invece non è un atteggiamento cinico. Adesso che sono anziano e ormai sto per raggiungere la soglia della «morte media», come si dice, non riesco più per esempio ad andare ai funerali. In passato ci andavo invece, perché trovavo gente con cui si poteva dire delle battute divertenti sul defunto, ed era una cosa positiva, non certo irriverente. Adesso mi accorgo che gli amici che vi incontro si sentono dei superstiti, e allora tutto è diventato talmente cupo che non ci vado più. Non mi diverte più andare ai funerali, sembra una battuta, invece io vorrei divertirmi anche ai funerali degli amici, come vorrei che facessero gli amici al mio funerale! Ricordate il finale di Amici miei e l’inizio di Amici miei atto II?

(da L’arte della commedia di Mario Monicelli, Lorenzo Codelli)

Arrivarci, a 95 anni e decidere come andarsene.

29 nov

(Ciao, Mario)

Fotostoria di un corteo

29 nov

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C’è poco da dire che non sia già stato detto…

28 nov

… in calce alla manifestazione di ieri. Quindi tanto vale riascoltarsi (per me: se voi non l’avete ancora sentito, prendetevi una mezz’oretta di tempo e sedetevi) il discorso della Camusso.
Quello che mi stava provocando una lacrimuccia, per inciso.



Saluti da piazza San Giovanni

27 nov

Di nuovo in piazza.

27 nov

Io scendo a Piazza Vittorio. Chi c’è e ha il mio numero, faccia uno squillo. Altrimenti ci si vede a San Giovanni.

E se non ci si vede, speriamo che sia colpa della folla.

La composta reazione di un SN al disinteresse di Casini per le poltrone:

26 nov

(e non finisce qui…)

L’uomo che non voleva la mobilità.

26 nov

Mi chiama un uomo, dal sud Italia. Per definire che tipo di persona è, si tratta di uno che ha una moglie, ha fatto l’apprendista in una fabbrica fino a metà dell’anno, poi il contratto di apprendistato è finito e lo hanno lasciato a casa.

L’uomo, appena resta a casa, chiede la disoccupazione. E gliela danno. Ne ha diritto.

Dopo una quindicina di giorni in cui percepisce il suo bravo assegno di disoccupazione, l’uomo trova un contratto in somministrazione, per un mese. La disoccupazione si interrompe, poi riprende per un’altra settimana. E alla fine viene riassunto nel posto dove era rimasto a casa. Con il suo bravo contratto a tempo indeterminato.

Arriva l’assegno di disoccupazione a cui l’uomo ha diritto, né un giorno in più né un giorno in meno, e sembra chiusa lì.

Sembra. Perché dopo mesi di tempo in cui pare che la faccenda disoccupazione sia destinata a essere un  brutto ricordo lasciato alle spalle, l’uomo riceve una lettera dall’INPS, dove gli comunicano che la sua richiesta di mobilità è stata accettata, e che lui ha quindi diritto a tutti gli arretrati.

Che secondo i calcoli risultano essere intorno ai 6084 euro, mi dice l’uomo al telefono. Al netto di Irpef e di trattenute.

Bello, in teoria. In pratica per l’uomo si apre una crisi di coscienza. Perché lui, la mobilità, NON L’HA MAI CHIESTA.

E per quanto quei soldi gli facciano gola (a chi non farebbero gola 6000 euro e passa di questi tempi, soprattutto se ha moglie, casa, spese e uno stipendio che può pure essere fisso ma sempre da operaio rimane?), prende la lettera e si reca all’INPS di competenza, dove fa presente che lui, a quella mobilità, non ha nessun diritto.

All’INPS mi dicono che non sono tanto avvezzi, alla gente che non vuole i soldi. In genere devono rincorrere quelli che provano a giobbare sulle pensioni dei nonni, non dichiarandoli deceduti; da qualche tempo devono fare attenzione tripla alle pensioni di invalidità che vengono concesse perché pare che ce ne siano una valanga date a buffo;  e ancora raccontano increduli del vecchio che dopo un’operazione è andato a rinunciare di sua sponte alla pensione di cieco civile, senza che qualcuno lo andasse a pescare a casa con lettere minatorie.

Quindi immagino che ai funzionari dell’INPS di competenza di quest’uomo sia sembrata piuttosto bizzarra, l’idea che volesse restituire un assegno di 6000 euro di mobilità non spettante.

Però hanno fatto i controlli. E dai controlli fatti risulta che all’uomo, la mobilità spetta. Non si sa come faccia a spettargli, e non se lo spiega nemmeno l’uomo. Perché la mobilità si interrompe, quando trovi un lavoro. Al massimo possono darti i periodi di mobilità in cui sei rimasto a casa.

Però lui aveva già percepito disoccupazione, per quei periodi. Lui è a posto. Cosa ancora più importante, si sente, a posto.

Quando si sente dire che si può tenere l’assegno, la tentazione deve essere forte. Però l’uomo è di quelli cresciuti, probabilmente, con l’idea che se a un poveraccio gli arriva questa botta di fortuna, poi la fortuna arriva e si ripiglia tutto con gli interessi. Un po’ come ci sono cresciuta io, e come ci sono cresciuti i due terzi delle persone che conosco. Evidentemente ci hanno abituati a non volere più di quello a cui abbiamo diritto, saremo fatti male. Sappiamo che piove sempre sul bagnato. E che dalle nostre parti quando deve piovere le nuvole non arrivano mai.

Così l’uomo, nonostante il funzionario che gli dice non  preoccuparti, ti spetta, è tutto in regola, prenditi i soldi persino con troppa insistenza, decide che questa cosa non s’ha da fare, e telefona al call center, una prima volta. Per segnalare la cosa.

Quindi richiama e stavolta gli rispondo io. Stiamo 23 minuti al telefono, con quest’uomo provvisto di scrupoli di coscienza. Faccio tutti i controlli, verifico che effettivamente ci sia una richiesta di mobilità a suo nome, mi faccio dare tutti i periodi di lavoro di quest’uomo, le date precise, tutto quanto.

Lo so, che l’uomo sarebbe tentato di prendersi quei soldi, perché gli servono. Ma non si fida. E a conti fatti, sapendo che l’INPS si riprende quello che non spetta nei momenti più impensati, capisco perché l’uomo non si fida. L’uomo pensa a un errore che qualcuno non vuole ammettere. Io sono più maligna, penso a qualcosa di peggio, ma ho letto sicuramente troppi gialli e ho sentito sicuramente più storie di illeciti durante la formazione. Magari è solo un errore, come dice l’uomo. Però se è un errore prima o poi passa il giustiziere.

E nessuno con un po’ di testa ha voglia di trovarsi tra le palle i giustizieri, qualunque sia la loro forma: poliziotti, avvisi bonari o recupero crediti.

Quindi ripeto per l’ennesima volta all’uomo quello che gli conviene fare: ripresentarsi all’INPS e ribadire che lui, a quei soldi, non ha diritto. Perché non è stato a casa, nei 200 giorni e passa calcolati di mobilità. Lui ha lavorato.

Poi chiudiamo la telefonata.

E’ una storia probabilmente banale. Fin troppo onesta. Fa persino pensare che in fondo quest’uomo è stato un po’ coglione, perché se te l’ha detto l’INPS, che i soldi sono tuoi, credici, no?

Ecco, io non penso che quest’uomo sia un coglione. Anzi. Gente così la dovrebbero replicare. Prendere uno stampo e rifarla in serie.

E se devo dirla tutta, a quest’uomo che mi ha tenuta per 23 minuti al telefono per raccontarmi il suo scrupolo di coscienza, la spaccatura a metà tra il fidarsi di un funzionario che gli ha detto prendili e la paura di scoprire che invece era troppo bello per essere vero, ho voluto un po’ di bene diviso per ciascuno dei 23 minuti di conversazione.

Ehi, voi che “quando ci sono problemi col datore di lavoro ci si può rivolgere al Tribunale del Lavoro.”

25 nov

Proprio voi che lo sciopero della fame non serve, ci sono le vie legali.

Adesso fateci sapere cosa deve fare un lavoratore atipico per poter essere protetto in caso di problemi.

Perché qui mi pare che resti solo lo sciopero della fame, a chi non ha un contratto a tempo determinato o indeterminato.

 

Il “signor Amaro Giuliani” ha aggredito Emilio Fede.*

25 nov

Ora so cosa regalare agli amici per natale.

*Il titolo è mutuato da quei simpaticoni di Libero-News, professionali come al solito…