Archivio | gennaio, 2011

Paz e Pert*

31 gen

*qualche appunto in calce a una mostra e qualche buon motivo per andare a visitarla

L’invito mi è arrivato da Antonella, la settimana scorsa. Vieni a vedere la mostra di Paz?

Presente quando sapete che c’è qualcosa perché qualcuno ve lo ha detto, vi passa per l’anticamera del cervello il pensiero che sì, si potrebbe farci un salto, e poi resettate perché tra il momento in cui formulate il pensiero e il giorno in cui pensate di poter fare una cosa simile passa quella cosa che si chiama vita?

Ecco, a me è successo questo. Quando lessi della mostra, pensai ci dovrei andare, come sarei dovuta andare in un sacco di posti dove alla fine non ho messo piede.

A mia discolpa, oppure come ulteriore aggravante, c’è il non essere mai stata di quelli che Pazienza era un grande! e via a seguirlo anche in giro per l’Italia appena c’era una mostra dedicata a lui.

Però ieri l’occasione c’era. Il tempo pure. Era un sacco di tempo che non vedevo un’amica, e il caso ha voluto che uscissi di casa senza ulteriori intoppi per arrivare fino a via dei Prefetti, allo spazio Incontro Fandango.

Ci siamo trovate piuttosto tardi, alle 17. In fondo è una mostra, per di più di fumetti.

Quanto vuoi che possa durare?

Ve lo dico subito. Dura tanto.  Perché una mostra di fumetti prevede che si legga tutto quello che c’è nelle vignette, e le vignette sono tante.

Non solo. Ci sono anche i pannelli che raccontano lo strano rapporto tra Pertini e Pazienza. I pannelli che raccontano la vita pura e semplice (e mai come nel caso di cotanto antifascista della prima ora la parola semplice è un eufemismo) di Pertini, e le teche in cui sono racchiuse le lettere, le foto, i documenti d’epoca.

C’è tanto da fare, durante il percorso. Io, per dire, ho cominciato a sentirmi bene. Mi riaffioravano ricordi di quando ero bambina e ogni volta che dovevo pensare a Pertini non mi veniva mai da dire il Presidente Sandro Pertini, ma pensavo Nonno Pertini.

Per uno strano caso sono tra gli ultimi esponenti di una generazione a cui non saranno i genitori a raccontare che un tempo sono esistite persone in grado di finire in galera per le loro idee, e di esserne tanto convinte da portarsele dietro per tutta la vita. Ne ho ricordi miei.  Ricordi di nonni, ricordi di discorsi sentiti in casa nel momento in cui le cose stavano accadendo. Discorsi che sul momento non avevano un grande significato, ma che a distanza di anni trovano la giusta collocazione. Come una discussione banale, con mio padre, a pochi mesi dalla morte di Pertini, nel 1990, quando chiesi Secondo te Cossiga ci andrà a vedere la finale, se ci arrivano? e mio padre, con la sua tipica disillusione, rispose Cossiga non è Pertini.

A ripensarlo oggi, viene pure da dire ci mancherebbe. Il problema è che come Pertini non c’è in giro più nessuno. E a dire il vero dello stampo di Pertini, nella vita, ne ho visto uno solo. Era uno scricciolo, quando l’ho conosciuto. Ed era socialista come lui. Ha messo al mondo mia madre.

Forse è per questo che quando pensavo a Pertini lo chiamavo Nonno. Perché era fatto come lui. Avevo l’idea del nonno burbero ma onesto fino al midollo.

E ieri ripensavo a tutte queste cose, mentre vedevo la mostra. Che ha due facce: le stesse facce date da Pazienza al personaggio di Pert. Quella della resistenza, in cui gli fa da compagno stupidotto che combina guai di continuo. E quella malinconica del Presidente che guarda un Paese irriconoscibile.

E’ un bel posto, quella mostra. Si ride, ci si commuove. Quando si arriva a vedere il documentario dedicato a Pertini ci si incazza pure un po’. E si pensa, tanto, a come potevamo essere e a come siamo diventati.

Andateci, a vederla, se siete a Roma o se ci passate. Non fa mai male trovarsi in un posto del genere. Magari portateci pure i vostri figli, e spiegategli per filo e per segno che c’è stato anche qualcosa di buono, degno di essere raccontato ai nipoti, in questi 65 anni di Repubblica.

Anzi, se ci andate un sabato o una domenica ci torno con voi. Mi mancano 10 minuti di documentario.

Questa presentazione richiede JavaScript.

(comunque, io più guardo Pert e più lo trovo simile a mio nonno Alfonso. L’unica differenza è che lui al massimo si fumava un toscanello…)


Io non ho l’obbligo di pagare il canone RAI…

30 gen

… perché non dispongo di un televisore.*

Però quest’anno mi viene la tentazione di mandare direttamente l’importo corrispondente ai 110 euro e passa previsti a Vauro.

Vauro che da ottobre sta lavorando senza contratto, eppure ogni settimana è in trasmissione ad Anno Zero e il mattino dopo mi permette di farmi quattro risate rivedendomi le sue vignette su Youtube.

Vauro che sta mandando segnali subliminali a Masi, il quale continua a ignorarlo persino quando si permette di telefonare a inizio trasmissione per comunicare a Santoro che si dissocia dalle trasmissioni, ma che non è nemmeno capace di dire chiaramente tu non puoi andare in onda assumendosi la responsabilità di una censura che gli spettatori sarebbero costretti a considerare.

Vauro che convince la Santanché ad alzare i tacchi con la sola imposizione del tratto della sua penna.

Ecco, io, se il canone si potesse pagare alla gente che vedo sui canali RAI, lo pagherei volentieri, direttamente a loro.

Lo dividerei tra Vauro, Santoro, Ruotolo, Travaglio, ma pure Augias, Crozza, Fazio, la Litizzetto, la Dandini ogni tanto, una tantum a Corrado Guzzanti e a Neri Marcoré. Poi penserebbero loro a suddividerlo in tante parti quanti sono i componenti le redazioni e gli autori dei rispettivi programmi.

E pure a Loris Mazzetti, ne darei un po’. Perché è uno che il suo porco lavoro lo fa bene, e pagare la gente che lavora bene non dico che è un piacere, ma è giusto.

Ecco, se si potesse fare così, che il canone lo paghiamo direttamente alla gente che vogliamo vedere e che ci piace vedere in televisione, probabilmente la RAI risparmierebbe quelle noiose lettere che arrivano random agli italiani, abbiano o meno un televisore in casa non ha importanza. Ci sarebbe un tasso di evasione molto più basso, per dire.

Però non si può. Quindi io per ora pago solo Vauro che non ha un contratto ma sta lavorando un po’ anche per me.

Mi fate avere un codice IBAN per fargli il bonifico?

(Come? Che ne sarà di Masi, del CDA e di tutti gli altri? E che, sono affari miei? Io pago per quello che voglio vedere, e Masi per dire meno me lo trovo davanti meglio sto!)

*Errata corrige: non dispongo di un televisore intestato a me. Che già stanno cominciando discussioni di lana caprina sull’ allora non vedi i programmi?, si paga pure sul computer, sullo smartphone e sulla tavoletta del cesso se è atta a riprodurre in base alla legge di Antani per due eccetera eccetera. Il concetto è: voglio pagare Vauro perché lavora, pure bene, e non ha ancora un contratto. Allora, poiché Vauro sta di fatto mettendo in pratica quello che io intendo come servizio pubblico, se non lo paga la Rai con il canone lo voglio pagare personalmente.

Altri momenti di alta televisione*

29 gen

* si ringrazia Corrado Guzzanti per essere rimasto un uomo da sposare

Se lo dice pure Licio Gelli…

29 gen

Da un’intervista a Il Tempo:

Berlusconi è venuto meno a quei principi che noi pensavamo lui avesse…  E guardi che l’ho avuto per sette anni nella loggia, quindi credo di conoscerlo…

Ma pensi anche a questo puttanaio delle ultime settimane…  Sia chiaro, è vero che può fare ciò che gli pare e piace, come e quanto vuole, ma bisogna anche avere la capacità di “saperlo fare”, eppoi esiste pur sempre un limite. Invece lui continua… ha prima disfatto la famiglia, ora sta disfacendo l’Italia. Ma nessuno gli dice nulla…

 

Momenti di alta televisione*

28 gen

Dedicato a chi non ama i sottoposti che rispondono al Padrone.

*si ringraziano Santoro e Masi per la performance

A sproposito.

27 gen

Io la Giornata della Memoria l’ho celebrata ieri sera con Marco Paolini.

Quindi da adesso in poi smetto di celebrare e riprendo a occuparmi della memoria come d’abitudine.

(voi invece guardatevi Paolini, quando lo recuperate. Non è che fa bene alla salute. Però  fa)

L’ennesima campagna stupida di Facebook*

27 gen

*comunicazione al Popolo di Facebook

Voi, feisbucchiani, che usate la bacheca del social network più diffuso e più bistrattato degli ultimi anni, sapete bene di cosa sto parlando.

Le avete presenti anche voi, quelle campagne in cui vi si chiede di cambiare la foto o lo stato del profilo per una causa nobile, a partire dalla difesa di Beppino Englaro, per arrivare alla richiesta di scrivere dove preferite mettere la vostra borsa il mese della prevenzione per sensibilizzare le donne sull’argomento (certo, dire brutalmente fatti una mammografia! non sta bene, è troppo esplicito: meglio dire dove appoggiate la borsa appena rientrate a casa. Così è molto più chiaro, il messaggio…), e alte amenità, o anche solo i giochini che bisogna fare TUTTITUTTITUTTI così per una settimana ci troviamo tutti cartoni animati diversi nella home e così  è più bello?

Premesso che nel cambiare il profilo in un cartone non trovo nulla di indecente, è un giochino come tanti, che a a me personalmente ha fatto sentire terribilmente vecchia perché il primo cartone animato di cui ho memoria ce lo ricordavamo credo in quattro.

Ma lasciamo perdere le considerazioni soggettive. Popolo di Facebook, sapete che sta andando in onda una nuova edizione di queste campagne?

Nasce a lato delle vicende altrimenti note come Il grande bordello di Arcore. Si presenta sotto forma di messaggio privato, che arriva dalle amiche che prendono tutti i vostri nomi e inviano questo messaggio collettivo:

 

Tra amiche abbiamo deciso di fare qualcosa di “speciale” su Facebook.In un periodo in cui la stampa, voyeuristica e morbosa, sembra attribuire alle donne come unica professione “il lavoro più antico del mondo”; riscopriamo le grandi donne del passato, per permettere a quelle del presente di riscopriamo le grandi donne del passato, per permettere a quelle del presente di avere modelli diversi di identificazione e non inibire lo sviluppo di quelle del futuro. Scegli una grande donna della storia e usane la foto nel tuo profilo. Inoltra questo messaggio a quante piu’ donne conosci!

 

Ora, ti avverto, porzione del popolo di Facebook che ha accesso al mio profilo.  Con la tua immagine fai  quello che ti pare, senza problemi. Non è affar mio. Ma non ti azzardare a inserire anche il mio nome nella mail collettiva che stai per inviare, altrimenti mi incazzo.

Se hai proprio voglia di fare una rivoluzione, seria, o di dimostrare che non sei dedito al mercimonio del tuo corpo o che semplicemente ti sei rotto le palle di quello che succede fuori da casa tua, vieni a darmi una mano a lucidare i forconi, oppure chiamami la prossima volta che c’è una manifestazione a portata di metro, invece di startene a cliccare sulla fotina che hai davanti, con l’aria di chi sta cambiando il mondo.

Ti chiarisco che non cambieremo un cazzo nemmeno scendendo in piazza, eh. Però questa cosa di fare cose e vedere gente invece di stare sempre a guardare dalla finestra ti farà bene alla salute e al morale.

E pure un po’ ai glutei. In manifestazione si cammina un sacco.

Intervallo mangereccio

26 gen

A tutti quelli che dovevano mangiare un kebab con me e che ancora non si sono fatti vivi:

 

 

(poi dicono che il kebab non è cibo da cristiani. Tzé…)

La parola definitiva

25 gen

(Non ci saranno riferimenti o link. Questo post è a uso e consumo di chi ha seguito la faccenda e ha voglia di annoiarsi ancora un po’. Se proprio vi interessano i particolari, googlate. Se ci fossero refusi, abbiate pazienza. Ho scritto di getto)

Succedono cose strane, nella vita. Qualche tempo fa si parlava in questo blog della vicenda di Paola Caruso e del suo sciopero della fame contro la situazione di precarietà che le era stata prospettata dal Corsera.
La situazione si è conclusa con un nulla di fatto, perché Paola è tornata al suo lavorocon il contratto firmato che in aprile sarà in scadenza. Nel frattempo sono state fatte riunioni, da quello che racconta Paola sul suo tumblog, sulla tutela dei precari dell’editoria.
E sono successi episodi antipatici di cui Paola è stata protagonista.
Il primo riguarda il perculo pubblico del ragazzo che fu la pietra dello scandalo, definito pivello.
Dare del pivello, va detto sinceramente, è qualcosa che si fa. Si fa tra colleghi, quando con i colleghi si raggiunge una sorta di cameratismo. Lo si dice anche in tono ironico al collega ultimo arrivato, con il fare bonario del mentore.
Non lo si scrive in pubblico sul proprio spazio nel web, dove ci si è creati l’immagine di paladini dei precari e siporta avanti una battaglia seria. Perché di fatto si sta prendendo per i fondelli uno di quei precari a cui è rivolta la battaglia, in maniera del tutto gratuita.
All’epoca si scatenò una discussione, su friendfeed.

In quella discussione si cimentarono le persone che presero a suo tempo le distanze dalla protesta di Paola, con più o meno astio. Tra i detrattori c’è gente che stimo, e gente che non mi va di leggere nemmeno sotto compenso. Comparve, per l’occasione, una persona, che non sono mai riuscita a identificare ma che aveva tutta l’aria di un personaggio creato ad hoc per difendere l’indifendibile.

Non intervenni nella discussione. Trovavo che Paola avesse torto, ma non avevo la minima intenzione di partecipare al gioco al massacro.
Soprattutto non era venuta meno la solidarietà per la sua battaglia, da parte mia. Scoprire che la persona che hai appoggiato in una lotta che per te è di principio non cancella il principio, se scopri che la persona in questione non è esente dai peggiori difetti dell’essere umano. Meschinità nei confronti dell’ultimo arrivato inclusa.

Ieri è capitato qualcos’altro. Durante una discussione che non sono riuscita a leggere fino in fondo, si parlava di vitamina D e di un problema medico legato alla troppa assunzione della stessa. In un intervento Paola spiegava che ai tempi dell’università un professore raccontò di un malato di cancro che si curò con la vitamina C, guarendo.
Ora, io l’ho preso come un aneddoto. Come succede sempre quando si è su friendfeed e ci si lancia nel racconto di aneddoti, arrivano persone che conoscono la materia perché è il loro lavoro e ci tengono a riportare la discussione nei binari giusti.

Perché per quanto possa essere anche bello, credere alla favoletta della vitamina C che cura il cancro, bisognerebbe avere anche l’onestà intellettuale di dire ‘sì, è stato un aneddoto’, e di capire che probabilmente ci sono stati anche altri fatti omessi dal racconto ascoltato in aula.
C’è stata, fino al momento in cui ho potuto leggere, una tale ostinazione, nella difesa della propria posizione, una totale incapacità di pensare che forse gli interlocutori con cui si stava confrontando avevano qualche ragione,  da far dubitare della tranquillità mentale della persona che stava rispondendo difendendosi a suon di ‘me l’ha detto un professore! Vuoi contestare un luminare?’.
E avevo pure la sensazione sgradevole di trovarmi davanti la mentalità gretta di tanta gente con cui sono cresciuta, che non osava contraddire nessuna fesseria ascoltata motivando l’incapacità di contraddire con ‘se l’ha detto il capo vuol dire che è vero’.

Di nuovo, dubito che sarei intervenuta. Sempre per l’allergia a quel meccanismo perverso che si scatena negli utenti di friendfeed quando si presenta l’occasione di saccagnare di botte una persona che difende la sua posizione quando è indifendibile, sola contro tutti.
Un po’ , devo confessare, perché in questi giorni ho una zia che sta facendo la chemioterapia, e la cosa mi ha fatto passare la voglia di discutere sull’argomento in quelle condizioni.
Molto perché avevo il dubbio che senza tutto il background precedente, partito dallo sciopero della fame e dai fatti seguenti, non ci sarebbe stata la spedizione punitiva in massa. Ma è probabilmente una mia sensazione, e il mio esimio professore di Storia contemporanea Giorgio Rumi soleva dire che con i se e con i ma la storia non si fa. A questa verità assoluta ho sempre creduto ciecamente.

Comunque nessuno può più seguire l’evoluzione della discussione, ormai: al mio rientro a casa, ieri sera, Paola aveva cancellato il suo profilo e con lui tutte le sue discussioni. Nel thread ora si ha la sgradevole impressione di leggere schizzofrenici che rispondono a un utente immaginario che nega ogni loro parola. Come in un enorme manicomio dove tutti parlano a nemici che stanno solo dentro le loro teste.

Provate a trovarvi in home una discussione in cui la persona con cui stavate animatamente discutendo si è cancellata. A me è capitato qualche mese fa, e ho dubitato del mio cervello per una frazione di secondo. Più di quanto ne dubiti in condizioni normali, intendo.
Dopo la cancellazione del profilo sono proliferati i post perculatori, o forse il perculo è iniziato già durante la discussione, non so, non ho controllato gli orari.

So che ieri sera, mentre cercavo di capire cosa fosse accaduto, me li sono trovati davanti, uno dietro l’altro. Quelli e quelli post cancellazione.
Oggi,in una di queste discussioni ho trovato l’utente puntualissimo pronto a chiedere ai suoi sostenitori dove si siano rintanati.

A lui ci tengo a rispondere. Io sono una di quelli. E ribadisco che la questione dello sciopero della fame e i suoi motivi per me continuano a essere fuori discussione. Non sono pentita di essermi preoccupata di una situazione di insofferenza dovuta a quella che percepisco come una stortura del sistema.

Che poi creare degli eroi o delle bandiere in queste situazioni non sia producente, è un punto su cui riflettere. In futuro potrò pensarci magari due volte prima di trovare eroi o bandiere fidandomi dell’istinto.
Ma so per certo che se mi capitasse davanti un altro sciopero della fame con le stesse caratteristiche prenderei le parti dello scioperante.
Mi ci gioco i decimi di vista che mi sono rimasti.

E su questa faccenda non ho altro da dire (cit.).

Storie ordinarie di monnezza al Potere*

25 gen

*per oggi metto da parte i roghi di libri. Capita roba degna di nota, e di rivolte al forcone, anche sulle rive del Biondo Tevere. Mica si può lasciare tutta la monnezza al  Motore economico d’Italia, eccheccacchio!

Allora, ieri sono capitata davanti a una notizia di quelle in grado di far incazzare tutti i cittadini romani che in questo periodo sono immersi nella monnezza causa raccolta differenziata (quella di cui Fortezza Bastiani riporta aggiornamenti interessanti e in grado di far tracimare la bile spesso e malvolentieri).

Pare che ai manager dell’AMA sia stata elargita una gratifica natalizia di 30000 euro (cadauno) per i brillanti risultati ottenuti con la raccolta differenziata.

Vi lascio dieci secondi di tempo per digerire la notizia, se vi fosse per caso sfuggita nelle rassegne stampa di ieri (posso comprendervi, eh… Con tutto il bordello di Arcore e il ricordo ancora fresco degli amichetti di Alemanno assunti in qualunque luogo, magari non si fa caso, a una notizia che parla di rumenta e di manager che in tempo di crisi si vedono elargire una robetta come 30000 euro di gratifica).

Ora che avete realizzato, vi mando a leggere l’ultimo post di Fortezza Bastiani, dedicato proprio alla questione:

O FRANZA O SPAGNA, PURCHÉ SE MAGNA

Ne potrei parlare io, ma ammetto che a rovistare nei rifiuti altrui non mi trovo a mio agio, e con questo tipo di rifiuto rischia pure di partire un embolo.

Invece c’è chi lavora meglio di me, puntualmente e con una precisione da far invidia al miglior riciclatore del Regno.

Unica avvertenza: troverete del giustificato turpiloquio in apertura. So che tra i miei lettori non ci sono Figlie di Maria in grado di spaventarsi davanti al turpiloquio, quindi portate pazienza, leggetevi tutto l’incipit e andate avanti con la lettura.

Quando avrete terminato, fate sapere se c’è bisogno di sfoderare i forconi, perché pensavo di ordinarne qualcuno su Ebay e se serve anche a voi facciamo un ordine unico…