Archivio | marzo, 2011

La Brambilla lancia pericolose minacce.

31 mar

Dice che se i tunisini non la smettono di fare i cattivoni e non cominciano a rispettare gli accordi presi l’Itaglia non promuoverà il turismo in Tunisia (insomma quest’estate cancella la vacanza in Tunisia che aveva programmato e dice  a tutti i suoi amici di trovare un’altra meta, e i tunisini non si ritroveranno invasi da quei caciaroni italiani che fanno casino nei villaggi turistici e si fanno sempre riconoscere.  Ecco.).

Ora, io avrei due ipotesi di risposta per una minaccia così seria. Per la prima mi faccio aiutare da Eduardo:

 

Altrimenti abbiamo a disposizione il grande classico: uno esticazzi! alla romana.

Personalemnte, però,  in un caso come questo credo ci siano gli estremi per un buon pernacchio.

Non basta scappare da un paese…

30 mar

… finire su un’isoletta del Mediterraneo che tra un po’ sarà così piena che i suoi abitanti non sapranno più se grattarsi l’orologio o caricarsi il culo, e per giunta nelle acque territoriali di un Paese nel cui governo è presente un ministro degli interni leghista e dove un uomo che ha avuto un ictus e articola mezza frase di senso compiuto a volta (in genere vomitando cazzate), seguito dai suoi fedelissimi, se non ci fosse questo inconveniente della democrazia, cannoneggerebbe all’istante chiunque sbarchi da un altro paese extracomunitario più a sud di Bologna e più a est di Trieste per convincerlo a tornare a casa sua e restarci.

Il 30 marzo sull’isola arriva pure L’immenso Pirla che ci Governa a dire le sue cazzate populistiche. Tanto per aggiungere la beffa al danno.

Stanno messi molto peggio di quello che si possa augurare  a un essere umano. Decisamente molto peggio.

( a proposito. Il ministro della difesa ci ha tenuto a rassicurare i siciliani che possono dormire tra due guanciali, perché adesso ci pensa Berlusconi. Come si traduce ghe pensi mi in siciliano?)

 

Non so se essere contenta o se prendere un machete.

29 mar

Il mio problema quantico principale dell’ultimo mese, mi rinnoveranno il contratto?, si è risolto ieri quando mi hanno comunicato un rinnovo a un mese (questo perché non sono stata in mobilità, altrimenti scattava l’indeterminato, e perché non ho meno di 29 anni, altrimenti ci sarebbe stata la possibilità dell’apprendistato… Quando si dice non avere il tempismo)

Diciamoci la verità, ormai mi ero fatta la bocca ai rinnovi a tre mesi, che ti danno qui giorni di respiro in più e ti convincono che forse ci saranno possibilità di non rinnovo ma hai due mesi di tempo per pensarci con calma e per piacere.

Si vede che da noi si sono accorti che ci stavamo rilassando un po’ troppo, con questa storia che avevamo troppa sicurezza e quando si è troppo sicuri si sa che si è improduttivi. Meglio mettere un po’ di pepe nel culo agli operatori, che se si rilassano collassano.

Quindi adesso, invece di cominciare a chiedermi se mi tocca grattare l’orologio o caricarmi il culo da fine giugno, anticiperò i tempi alla fine di aprile.

Un ottimista cronico direbbe che in fondo sono fortunata, perché c’è gente che non lavora nemmeno per un mese, e io non mi devo lamentare. Brunetta direbbe che bisogna essere flessibili, continuando a confondere il concetto di precario con flessibile.

Io dico che ci venissero l’ottimista e Brunetta, a vedersi le scadenze di contratto a tempi semper più ravvicinati e a cominciare a pensare che tra un mese, tra tre mesi, tra sei mesi, non si sa che fine si fa. Poi mi raccontano quanto sono divertenti l’ansia notturna perché tocca ricominciare la trafila della ricerca del lavoro in tempo di crisi mentre gli annunci sono popolati di proposte indecenti e  non si intravede niente che abbia un minimo di parvenza con un lavoro dignitoso e con (non sia mai!) qualche straccio di diritto garantito.

Sono abbastanza grande per rispondere ad agenzie interinali che propongono stage per insegnare a giovani sotto i 29 anni un lavoro in call center (quando li avevo io, 29 anni, non si facevano stage per lavorare in call center.

Al massimo un corso di formazione non retribuito) e l’idea di andare a fissare appuntamenti per il fisso più provvigioni mi fa letteralmente venire il latte alle ginocchia, per non parlare del travaso di bile all’idea di chiamare a casa della gente per proporre roba che se una persona vuole può comprarsi direttamente da sola senza aspettare che un operatore chieda ti interessa?

Comunque mi sono sfogata.

Oggi vado al lavoro e ci vado per tutto il prossimo mese. Sono pure un po’ contenta per quelli che hanno firmato l’indeterminato e per gli apprendisti, perché non è colpa loro se le leggi concedono sgravi fiscali e le aziende ne approfittano e provvedono a fare contratti convenienti. Sono un po’ meno contenta per me, ma tanto io non sono mai contenta, quindi è normale amministrazione.

Il lato veramente positivo è che se tra un mese noi che prima non abbiamo avuto il tempismo di essere in un’azienda fallita che ha chiesto la mobilità o di nascere dal 1982 in poi saremo lasciati a casa, avremo meno concorrenza perché i nostri colleghi avranno ancora un lavoro.


Non so, a me le comunicazioni del governo giapponese in questi giorni…

28 mar

… fanno un po’ impressione.

Non vorrei che per la stesura dei comunicati avessero chiesto una mano a Bonaiuti.

Cartoline dalla manifestazione

27 mar

Oggi si manifesta per l’acqua pubblica.

26 mar

Da Piazza della Repubblica, alle 14.

Dopo un consulto qui si è deciso di non farsi mancare nemmeno quella. Per condire il tutto, questo pomeriggio ci saranno in piazza anche le Gheddafine.

Vogliamo perdere l’occasione di dire quattro paroline a queste ragazze tanto in pensiero per le sorti del Colonnello? Non sia mai! (io porto il badile, voi pensate al concime)

Se non vi va di sprecare il concime o per le 14 non ce la fate, c’è sempre il concerto a Piazza San Giovanni…

Vita da call center – di La Palice* e di altri demoni

25 mar

Avete presente quel meccanismo logico per cui la disoccupazione si può chiedere se si viene licenziati o se ci si dimette per giusta causa, altrimenti ciccia?

Bene.

Convincetelo voi, l’Utonto che si è dimesso senza giusta causa, che non è possibile chiedere la disoccupazione perché dimettersi non è stata una necessità ma una sua libera scelta e quindi avendo scelto di essere disoccupato la domanda non può essere accolta.

Anzi, convincete le Madri degli Utonti, perché non si capacitano proprio, che se i loro figli si dimettono perché hanno da fare di meglio non possono andare a chiedere soldi all’INPS…

*altrimenti conosciuto come Lapalisse

Guerra sì. Guerra no. Guerra boh.

24 mar

Sono un po’ distratta in questi giorni, e pur sapendo cosa succede in Libia arrivo sempre a casa in ritardo per leggere le notizie.  Diciamo che questa cosa non mi dispiace, perché leggere ogni cinque secondi sul cellulare della situazione internazionale fa partire il cervello e il mio cervello in questi giorni è a mezzo servizio.

Però ho avuto strane sensazioni. Date soprattutto dalle reazioni della gente che seguo su social network (al lavoro, mi spiace doverlo comunicare, di Libia non si parla. Siamo troppo immersi nei disoccupati già decretati da lettera di licenziamento e dalla probabile imminente disoccupazione di alcuni di noi. Il tempo libero tra una telefonata e l’altra cerchiamo di occuparlo scaricandoci addosso ansia per il futuro a vicenda, e per la Libia lo spazio è risicato), che in questi giorni sta aprendo dibattiti continui.

Mi sembra di essere tornata ai tempi in cui studiavo storia, quando leggevo degli interventisti e dei non interventisti. Quando Mussolini, per dire, era ancora socialista ma a  favore dell’intervento nella Prima Guerra Mondiale. Nell’epoca in cui i socialisti erano contro la guerra. Sempre per dire.

E mi sembra pure di essere tornata al Kossovo. Quando una mia amica chiese se secondo me era giusto o sbagliato l’intervento militare. Io le risposi onestamente non lo so. Perché, onestamente, non lo sapevo. Anzitutto sapevo pochissimo del Kossovo, non avevo letto tutto il leggibile, non avevo nemmeno le idee chiare su quello che stava capitando, non riuscivo a distanza a capire quale fosse la risposta giusta da dare davanti a una situazione del genere. E non ero nemmeno sicura che esistesse, una risposta giusta. Ero convinta che l’unica risposta che contasse fosse quella di chi stava sul territorio. Perché alla fine chi riceve le bombe è chi sta sul territorio. Chi muore sta sul territorio. Chi deve decidere se vuole intromissioni nella sua esistenza è chi sta sul territorio. Sono quelli che poi si dovranno grattare le ferite da soli, a guerra finita, chiunque vinca la guerra.

Quindi io la risposta non l’avevo. E risposi non lo so. Ma a lei non andava bene. Perché non è possibile non avere una posizione davanti a queste cose. Si deve decidere da che parte stare. E se ti metti dalla parte che il tuo interlocutore reputa sbagliata, allora diventi anche tu nemico da combattere. La capivo, la mia amica. Era stata a Sarajevo poco tempo prima, aveva visto le conseguenze del casino in Bosnia. Aveva fatto un’esperienza di volontariato, non era andata in vacanza.

E’ medico, la mia amica. All’epoca passava il suo mese di vacanza nei posti più sperduti della Terra a fare quello che pochi farebbero: curare la gente gratis dopo averla curata per tutto l’anno al lavoro. Aveva questa cosa, che ho sempre invidiato, di prendere e fare cose che nessuno farebbe e che nessuno le avrebbe mai chiesto, in realtà, perché sentiva che erano giuste. Però aveva anche questa idea monolitica che tutti dovessimo avere un’opinione precisa, bianco o nero, su una faccenda di cui non sapevamo molto a parte quello che arrivava dai giornali.

Ecco, io un’idea su quello che sarebbe stato giusto fare in Kossovo non me la sono mai fatta, perché pensavo a quello che succede quando le comunità internazionali lasciano dopo avere mandato contingenti militari. Quando poi non gliene frega più niente a nessuno, a parte la gente rimasta a leccarsi le ferite e i volontari. E vedevo la solita, brutta aria che vedo ogni volta che succede un casino in qualche luogo del mondo. Passati i titoli sui giornali, restano i morti da seppellire. Che siano della parte giusta o sbagliata non ha importanza. I morti restano morti.

Adesso sta succedendo qualcosa di simile con la Libia. Non proprio la stessa cosa. Intanto l’informazione è diventata più accessibile, almeno per me. Con internet si va ovunque. Si trovano notizie di tutti i tipi. Si leggono tutte le versioni della storia.  Quella di chi ci piace e quella di chi ci fa schifo. A volerle cercare, le notizie si trovano. Si trovano pure i segaioli mentali che parlano di messa in scena, e quelli che dopo aver chiesto a gran voce interventi delle comunità internazionali, quando le comunità internazionali intervengono tirano indietro la zampa.

La Libia e Gheddafi sono terreno meno ignoto di altri, nella storia dell’Italia. Fino all’altro ieri Gheddafi è stato un grande amico dell’Immenso Pirla che ci Governa. A dire il vero pure ora il Pirla sente compassione per quello che sta succedendo a Gheddafi. Forse perché vede la fine che fanno i despoti quando rompono troppo le scatole al popolo e si sente chiamato in causa, forse perché è amico sul serio di Gheddafi (e questo è qualcosa che non trova nessuna spiegazione logica, ma stiamo parlando sempre di un vecchio di 74 anni che dovrebbe essere ricoverato in un manicomio, a trovare un manicomio aperto).

Soprattutto, sul fatto che l’intervento in Libia non abbia nessuna motivazione umanitaria pare che si sia trovato un punto di accordo, tra interventisti e non interventisti.

Ed è finito quel modo antipatico di chiedere a bruciapelo sei a favore o contro la guerra? , che quanto ad antipatia viene surclassato solo dalla domanda vuoi più bene al papà o alla mamma?

Adesso ci si limita a esprimere il proprio pensiero in termini di io sono a favore della guerra, perché qui bisogna fare qualcosa per forza e non possiamo stare a guardare. Il sottotesto è se la pensi diversamente, allora sei un menefreghista . E poiché nessuno vuole essere tacciato di menefreghismo, si scatenano discussioni ai confini con la realtà dove il risultato resta quello di trovarsi un nemico contro cui lanciare missili metaforici e sfogarsi in qualche modo. Tutti contenti perché si fanno la guerra vurtuale. Tanto nessuno alza un dito per lanciare bombe, essere a favore o contro è piuttosto semplice, in questi frangenti. Si sta seduti comodamente a casa, a decidere tanto non siamo noi.

Non saremmo noi nemmeno se a livello di opinione pubblica scendessimo in piazza a protestare, sia chiaro, perché da anni chi governa se ne sbatte altamente le palle di quello che pensa l’opinione pubblica. Sappiamo bene che chi protesta contro le decisioni dell’esecutivo sono sempre 44 gatti radical chic, e che per Minzolini in genere non ci sono nemmeno proteste in piazza. Succede quando si parla dei fatti di casa nostra, figuriamoci se non accadrebbe in materia di politica estera.

Però fa stare tanto bene, decidere di essere dalla parte dei buoni e mettere gli altri nelle file dei cattivi. Massimo risultato con il minimo sforzo.

Io in tutto questo continuo a non sapere quale sia la mossa giusta. Perché continuo a pensare che non ci sarà, una soluzione definitiva. Che chiunque vinca la guerra, si conteranno sempre e comunque morti. E che alla fine si ricomincerà daccapo, o con Gheddafi vincitore o con un governo fantoccio messo lì dalle potenze occidentali. E i libici in mezzo.

Insomma, alla fin fine mi sembra sacrosanto non sapere quale sia la cosa giusta da fare.

Credo che gli unici ad avere diritto di parola su quello che è giusto o sbagliato a casa loro siano proprio i libici, intesi come la gente del popolo. Sono loro che alla fine seppelliranno morti. Non ci andrò io. Solo che la gente, quando succedono queste cose, è sempre l’ultima a essere interpellata.

Succede in democrazia. Figuriamoci sotto la dittatura di un pazzo furioso.

Vita da call center – Lei non sa chi sono io*

23 mar

E così è arrivato un altro di quei giorni, quelli che vengono paventati durante le formazioni, in cui al telefono si trova qualcuno che ci tiene, a farti sapere il suo intero curriculum vitae, perché deve dimostrarti il suo inalienabile diritto a ricevere informazioni che non gli puoi dare perché,  semplicemente, non sono informazioni che riguardano lui bensì sua moglie. O sua figlia. O un suo cliente. O la sua amante. Per chi sta chiedendo informazioni, non ha importanza. Lui è lui, tu non sei un cazzo ergo devi rispondere alle sue domande.

Quello di ieri, per la precisione,  era un avvocato.

Che voleva sapere il numero della domanda di disoccupazione della moglie. Munito di codice fiscale della signora, come te sbagli?

Alla prima, gentile, risposta: non posso dare informazioni se non identifico la titolare della pratica in linea, l’uomo (perché fino a quel momento non avevo la più pallida idea di chi fosse in linea dall’altra parte, pensavo fosse un comune mortale come tutti noi, uno di quelli che siedono sulla tavoletta del cesso quando espletano determinate funzioni corporali, per intenderci) si palesa e mi comunica che lui è Avvocato.

Ora, l’ Avvocato non lo poteva sapere, ma a me, quando le persone si identificano con il loro ruolo, lavoro, grado, eccetera eccetera, come se questa cosa dovesse farmi scattare sull’attenti e aprire chissà quale porta con un inchino e un rivoletto di bava alla bocca, comincia a montare dentro qualcosa che istintivamente mi farebbe rispondere: esticazzi? **

Se non mi lascio andare a colorite esternazioni della mia reazione sulla scoperta che finalmente mi permetterà di portare a termine un sonno completo di 8 ore è solo per educazione, e per istinto di conservazione. Una cosa che ci viene insegnata, purtroppo, è che quando riconosciamo uno stronzo al telefono non dobbiamo assolutamente trattarlo come si merita, ma dobbiamo fingere che sia un individuo rispettabile. Perché è lui dalla parte del torto e ci deve rimanere.

Non so quanto sia condivisibile questa visione della vita.

A mio modesto parere se una persona che telefona a un call center  si permette di comportarsi da stronza facendo la voce grossa e indicando il risultato conseguito dopo un esame di Stato, risultato peraltro conseguito da cani e porci (magari a Reggio Calabria perché, si sa, lì è più facile), come se questo fosse un titolo nobiliare che la rende superiore in qualche modo all’operatrice con cui sta parlando al telefono, si meriterebbe un processo del Direttorio.

Limitarsi a chiamarla come si merita sarebbe un semplice atto di carità cristiana, nonché un gesto liberatorio.

Ma queste sono le mie personali opinioni e il padrone in questi casi ha dalla sua la ragione dell’uomo che paga lo stipendio. Così mi limito a ribadire che comunque non siamo autorizzati  a dare informazioni su pratiche di cui non identifichiamo il titolare in linea.

Risposta: Nemmeno se sono il suo avvocato?

Arriva un momento nella vita dell’operatrice call center in cui anche la cortesia verso l’utente viene a cadere e deve spiegargli qualcosa che sarebbe lampante anche per il suo cuginetto di tre anni: Mi perdoni, ma siamo al telefono. Lei mi sta dicendo che è un avvocato e che è il marito della signora, ma per me potrebbe essere chiunque.

A questo punto l’avvocato, che non ci sta a non ricevere l’informazione a cui pensa di avere un diritto divino (perché poi queste faccende, da risolvibili nell’arco di un va bene, vi faccio richiamare da mia moglie, si trasformano in questione di principio in cui quello che pensa di avere più ragione decide che la deve spuntare)  ci tiene a farmi notare che pochi minuti prima un altro operatore, di cui mi comunica il codice, ha prenotato la pratica e quindi per lui  io dovrei comportarmi come il collega.

La mia risposta è la stessa, anzi, con l’aggravante di avere saputo che c’è stato un coglione prima di me che invece di rispettare una normativa uguale per tutti ha deciso di fare di testa sua.

Rispondo che non so cosa abbia fatto l’operatore prima ma se non ha rispettato la normativa è stato un errore suo. Io non sono responsabile di quello che fanno i colleghi e agisco esattamente come mi viene richiesto. Se non identifco la titolare in linea, non dò informazioni.

(la questione di principio vale da entrambe le parti, e per me è ancora più di principio, considerando che se mi trovano a dare informazioni che non posso dare rischio di non vedermi rinnovato il contratto da qui a pochi giorni)

L’avvocato viene messo alle strette, e poiché è un osso duro si gioca la carta della voce grossa.

Mi chiede il mio codice (deve avere una passione viscerale per i codici degli operatori), che avevo già comunicato a inizio telefonata. Glielo ripeto. Mi chiede il nome, anche questo comunicato a inizio telefonata. Di nuovo ripeto. Mi chiede il cognome. A questo punto gli rispondo che ha già il mio codice e il nome, gli bastano e avanzano (in tutto ciò io non so ancora come si chiama, a meno che nel momento in cui mi ha comunicato la professione non stesse in realtà comunicandomi il suo cognome: signor Avvocato).

Quando nemmeno lo spauracchio del numero operatore ha effetto, inizia con la logica: si rende conto che questa cosa è illogica e che potrei prendere una qualunque donna facendola passare per mia moglie?

Sì, me ne rendo conto, ma di sicuro sarà costretto a telefonare perché io so che sua moglie non è presente e anche se mi passasse una qualunque donna al telefono io adesso saprei che non si tratta della persona in questione.

Parte l’ultima carta: quella dell’incompetenza. Comunque lei si deve studiare la legge perché la legge non funziona così.

A questo punto, ricevere lezioni su come funziona la legge sulla privacy da un avvocato che non si prende nemmeno la briga di non fare la figura dell’emerito pirla con un’operatrice che gli sta riportando una normativa non decisa da lei ma richiesta dal datore di lavoro mi sembra fiato sprecato.

Saluto (con buona giornata, eh, non con il vai a morire ammazzato che il signor Avvocato si sarebbe meritato) e riaggancio.

A fine telefonata, quando finalmente posso riprendere fiato, il collega di fianco mi dice hai fatto bene. Ieri è successo un casino proprio per questo motivo.

Di avere fatto bene, per la verità, non ho dubitato nemmeno per mezzo secondo.

 

*Il lei non sa chi sono io non è esclusiva del mondo dei call center. Capita ovunque. Ci sono due modi per sopravvivere al lei non sa chi sono io. Il primo è la posizione a novanta gradi. Il secondo è rispondere Zitti tutti che mo’ il signore ce dice chi è. Con l’esercizio della retorica che richiede lo spocchioso che si incontra, naturalmente.

**Sticazzi alla romana, ci tengo a precisarlo, perché lo sticazzi alla milanese non ha lo stesso effetto.

Opere d’arte fuori dall’Ara Pacis

22 mar

(accaduto il 18 marzo 2011)

Questo non è il resoconto della visita alla mostra di Chagall ospitata presso l’Ara Pacis. A vedere Chagall, andateci, se passate, che finisce domenica e se riuscite a fare lo slalom tra le vecchie con guida in grado di farsi i commenti a un volume insopportabile mentre sono ancora nello spazio espositivo magari la gradite ancora più di quanto l’ho gradita io, e l’ho gradita parecchio.

Non è nemmeno il racconto della mia prima visita all’Ara Pacis, che vista da fuori è uno dei luoghi più brutti mai ipotizzati in una città e soprattutto in quel punto centrale, uno scatolone squadrato bianco e trasparente in mezzo a palazzi e monumenti di un secolo che non ha niente  a che vedere con loro. E non lo dico perché odio i palazzi moderni in mezzo a quelli antichi, alla seconda visita a Parigi sono riuscita pure a gradire la presenza della Piramide del Louvre di metallo e vetro che non ci azzecca nulla con un palazzo del 1700. Però ci sta bene perché la Piramide è bella.

Invece l’Ara Pacis fa proprio schifo, da fuori.

Dentro si sopravvive, è spaziosa, permette di vedere il mondo di fuori e soprattutto è luminosa, al piano di sopra.  Sull’illuminazione dello spazio espositivo avrei qualcos’altro da ridire ma l’illuminazione delle mostre risulta carente ovunque, di questi tempi.

Solo che costa 11 euro per i non residenti e 10 per i residenti, l’Ara Pacis. 9 e 8 per chi ha la metrebus annuale. Quindi non posso accendere un mutuo solo per tornarci. Ed è un peccato perché a vedere Chagall sarei tornata, visto che sono il tipo in grado di tornare, alle mostre.

Però quello di cui volevo parlare, e di cui non ho ancora parlato, è l’artista (credo fosse un artista, di sicuro è un tizio con molta inventiva, perché a me una roba del genere non sarebbe mai venuta in mente) che venerdì, di fronte al lato sinistro dell’Ara Pacis, quello che si raggiunge arrivando da via di Ripetta, ha messo questa cosa:

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Io non lo so se è un artista o solo uno con un sacco di fantasia, ma dopo averlo visto avrei voluto spartire equamente tra lui e l’ingresso alla mostra i 9 euro, e invece avevo le ragnatele nel portafogli. Ho dovuto vuotare il portamonete che arrivava all’euro scarso.