Operatore: - Signora, è sua la disoccupazione?
Moglie dell’Utonto: - No, è di mio marito.
Operatore: - E suo marito è presente?
Moglie dell’Utonto: - Sì, ma ha qualche problema con i pulsantini del telefono.
Operatore: - …
Operatore: - Signora, è sua la disoccupazione?
Moglie dell’Utonto: - No, è di mio marito.
Operatore: - E suo marito è presente?
Moglie dell’Utonto: - Sì, ma ha qualche problema con i pulsantini del telefono.
Operatore: - …
Dove si mostrano alcune amenità incontrate per le strade di Londra a pochi giorni dal matrimonio (se mi vede Ubikindred mi blocca):
Capisco che per le esternazioni discutibili ormai Berlusconi preferisca le conferenze stampa all’estero, ma siamo sicuri che il sito del Governo sia il posto migliore dove rilasciare queste precisazioni?
(no, non è Metilparaben con un nuovo generatore di precisazioni della Presidenza del Consiglio. Purtroppo è il sito ufficiale del Governo)
Insomma, tra quello che considera anticostituzionale la pubblicità di Ikea e l’altro che si indigna davanti ai giovani che pagano la pensione ai gay, la lotta è dura.
Però Buttiglione ha il pregio di volersi far odiare trasversalmente. Per lui, TUTTI quelli che non mettono al mondo figli non possono pretendere la pensione (e manco l’assistenza sanitaria) perché, suvvia, con tutti i soldi che hanno risparmiato invece di crescere la famiglia, per quale motivo dovrebbero anche pretendere di vedersi pagare una pensione con i contributi che hanno versato durante la loro esistenza lavorativa?
Ecco, per me Buttiglione vince alla stragrande.
E ora scusate ma vado a prenotarmi un viaggio in un’isola dei Caraibi, visto che non avendo figli posso scialare in futilità con i miei lauti risparmi…
Mi pare di ripetermi di continuo. Però non è colpa mia, giuro. Io il contratto me lo rinnovavo anche a sei mesi, magari a un anno, non di più che sennò poi troppa stabilità mi faceva male alla salute, mi adagiavo e pensavo davvero di essere nel migliore dei mondi possibili, e invece no.
Fatto sta che sabato riscadiamo, ormai abbiamo delle date di scadenza sempre più ravvicinate, marciamo in fretta, noi operatori call center, e non si hanno ancora notizie dalle agenzie interinali, dall’azienda (la nostra responsabile in questo momento è in ferie…), nemmeno Dio si fa vivo, ma con lui ormai ci abbiamo rinunciato da un pezzo.
Sono meno ansiosa, dell’altra volta. Mi sa che mi sto rassegnando, o forse col fatto che mi sono riposata e me ne sono andata via per due fine settimana di seguito vedo le cose meno tragiche. Lo sono, ma insomma, io sono più apatica.
Il fatto è che in questi giorni stiamo rispondendo a tante di quelle telefonate (leggi: tanti di quei disoccupati) che ci sembra francamente strano, non vederci rinnovare un contratto perché le chiamate sono poche. Che in un call center, a parte i singoli casi in cui è evidente l’incompatibilità del singolo con il lavoro o con l’ambiente, è l’unico motivo per non rinnovare un contratto. Soprattutto se i lavoratori interinali sono 50.
Poi domani sera avremo una bella riunione sindacale. Fuori dall’orario di lavoro, eh, perché la CGIL, anche se in veste di sezione che si occupa dei precari (NIdiL, si chiama, ditemi poi se è pronunciabile, con tutta la fatica che uno fa per imparare a dire cigiielle da quando è bambina senza metterci insieme pure cisleuill, come quando arrivavano le notizie radio che dicevano cigiiellecisleuil che tu pensavi che fossero una roba unica e poi da grande arrivava la scoperta che no, non solo non è una cosa unica ma per esempio la CISL la devi lasciare dove si trova perché vogliono più bene al padrone che ai loro iscritti e la UIL… Ehi, cazzo fa la UIL? Perché io non l’ho ancora capito), ci tiene a non entrare in conflitto con l’azienda quando non è necessario. D’altra parte hanno ragione, io non sono ancora iscritta e perdere ore di lavoro retribuite per una riunione che di fatto non avrà una grande utilità, dato che se un’azienda non rinnova un contratto in scadenza non c’è un cazzo da fare. Il problema è che lo farebbe pure se fossimo tutti iscritti…
Comunque. Diciamo che qualcuno stavolta sembra vagamente interessarsi alla nostra situazione, quindi non ho l’ansia e non rispondo male.
E poi c’è il paradosso. Ne parlavamo con le colleghe, la settimana scorsa. Dopo la storia della ragazza che lavorava per Tezenis ed è stata picchiata dalla titolare per non aver voluto firmare la lettera di dimissioni.
Un altro fatto è che io ci scherzo sopra, ma rispetto a un sacco di situazioni che vedo, che evito come la peste mentre cerco periodicamente lavoro e che mi raccontano al telefono alcuni disoccupati, noi siamo davvero nella migliore situazione lavorativa possibile. Parlando di ambiente di lavoro e garanzie a contratto in essere, ovviamente.
È un paradosso, perché non ci si può sentire nella migliore situazione possibile con l’incertezza del rinnovo ormai mensile. Però sta succedendo. Succede che il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore è ormai talmente sbilanciato, nelle teste delle persone, dalla parte del primo, che quasi baciamo la terra dove camminiamo quando non siamo capitati in posti dove ti riempiono di botte o dove non puoi alzarti per andare in bagno, o dove non ti minacciano di lettere di richiamo se chiami per avvertire che stai male e stai realmente vomitando poco prima del tuo turno di lavoro, perché avresti dovuto avvertire la mattina, che stavi male (questo è capitato a una collega in un postaccio dove io feci un colloquio e dove rifiutai di andare a lavorare perché dal colloquio capii l’andazzo, e ben me ne incolse…).
Insomma, questa roba di cui sopra non è solo il minimo sindacale in un posto di lavoro. Si tratta proprio della base per la perfetta coesistenza nella società civile. E invece quasi ci sentiamo miracolati se non abbiamo mai incrociato posti di lavoro simili.
E pazienza se poi il migliore dei mondi possibili ha una scadenza ravvicinata. Ci si accontenta.
Insomma, io non ho tanta voglia di accontentarmi e di pensare che sto nel migliore dei mondi possibili. Voglio continuare a vedere i margini di miglioramento. C’è una cura per evitare il troppo spirito di adattamento?
Mentre la cercate io vado alla riunione sindacale a sentire che mi dicono.
Allora, cominciamo col precisare che sto diventando un caso patologico, perché dopo avere deciso che non sarei andata in manifestazione, domenica pomeriggio, domenica sera stavo già cambiando idea in preda ai sensi di colpa, e ho rinunciato alla gira fuori porta di pasquetta.
A conti fatti però è stato un bene, per me. Perché dopo che quei buontemponi goliardici che hanno pensato bene di saldare al Pigneto la scritta Il lavoro rende liberi (in inglese, che sai, così non se ne accorge nessuno, passa inosservata… Coglioni*) hanno chiarito una volta per tutte che certe commemorazioni col cazzo che sono anacronistiche, era anche un po’ doveroso scendere in piazza. Soprattutto quando per circostanze fortuite la piazza era quella di Milano.
E’ la seconda volta che partecipo alla manifestazione del 25 aprile a Milano. La prima volta fu nel 1996. Mi pare. Pioveva che Dio la mandava. C’era qualcuna delle vecchie amiche e compagne di scuola.
Ieri ero sola e c’era il sole. Almeno, ogni tanto c’era e ogni tanto no, ma faceva caldo. E a dire la verità c’era gente. Cosa che non mi aspettavo. Con gli anni mi sono abituata a pensare a Milano come a un luogo dove la gente ha poca simpatia per le manifestazioni, non so perché. Per un sacco di tempo le notizie che mi arrivavano erano legate ai centri sociali, più che al resto della cittadinanza. Da un po’ sto cambiando idea, pare che a Milano di gente che si è rotta le palle ce ne sia, e che scenda pure in piazza. Sicuramente fanno meno rumore di quelli che stanno al potere e che si puliscono il fondoschiena con i diritti dei cittadini tutti i santi giorni, ma esistono.
Ieri però, data la pasquetta e il tempo clemente, pensavo di trovare meno gente in piazza. E di sicuro non ce n’era una marea. Forse meno di quella che ci sarebbe stata con un normale 25 aprile, di quelli in settimana, senza ponti. Ma c’era comunque tanta gente. Non solo nel corteo. Pure fuori a guardare. Perché sui marciapiedi di Corso Venezia non si camminava, non ci si spostava da una parte all’altra. Era complicato persino trovare una posizione.
Certo, guardiamo bene in faccia la realtà: Corso Venezia non è una strada enorme. Di sicuro non è Viale Manzoni. O Via Labicana. E neppure Viale Aventino. Però a Roma la gente non si ferma più a guardare i manifestanti. Si vede che ce ne sono troppi, non lo so.
Qui invece c’era gente comune che guardava gente comune e vecchi partigiani sfilare. Vecchi partigiani che poi son stati o son tornati pure loro gente comune, eh, mica eroi che uno li vede e li riconosce per strada. E la gente comune ogni tanto applaudiva l’altra gente comune. E a ogni gruppetto che cominciava a cantare Bella Ciao si univano tutti quelli che stavano a guardare.
E insomma, era bello. Era una roba che a non esserci mi sarei mangiata le mani. Perché poi a me ieri veniva un po’ il magone, e un po’ è iniziato ieri mattina, a guardare La Storia siamo noi, con tutto il racconto delle stragi dei nazisti dopo l’8 settembre, da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto. Fino ad arrivare a Mussolini che scappa e poi va a finire come sappiamo tutti quanti. Con la voce di Pertini che se lo ricordava, mentre usciva dall’arcivescovado, si erano passati di fianco.
E poi la commozione mi è continuata a vedere i vecchi partigiani che stavano lì quasi all’inizio del corteo. E mi veniva da pensare al nonno, allo zio, e a un po’ di storie di famiglia che per un motivo o per l’altro non mi riesce mai di farmi raccontare per bene.
Poi ieri sera al ritorno è montata un sacco di rabbia. Perché come sempre il giorno della Festa della Liberazione c’è sempre chi deve rompere le palle. Che ti chiama comunista se ribadisci il tuo essere antifascista, che ti dice che vivi nel passaato.
E io, che a dire il vero faccio sempre una fatica boia, a continuare a scendere in piazza per ribadire cose che non dovrei più ribadire, perché dovrebbero essere ormai acquisite da tutti, base comune di quella che vuole definirsi società civile, ma evidentemente non è poi così civile, se troppo spesso chiude gli occhi e minimizza quello che dovrebbe essere stigmatizzato tutti i santi giorni, avevo fatto il pieno di odio.
Perché a pensarci bene è proprio a causa di questa gente, che minimizza e chiude gli occhi e percula e chiama comunisti, come se fosse l’onta da lavare col sangue (ma fascisti no, non è più una parolaccia, fascisti si può essere e nessuno si scandalizza, eh…), che da un sacco di tempo è diventato necessario scendere in piazza e stabilire una linea di demarcazione. Perché noi che siamo in piazza arriviamo da un altro posto, e ce ne ricordiamo tutti i santi giorni. E ci teniamo, a marcare la differenza.
E non si tratta di roba da comunisti, perché qui il comunismo non c’entra una fava. Si tratta di roba che ci ha insegnato a essere cittadini con pari diritti e pari dignità, tutti uguali davanti alla legge e con le stesse opportunità. Sta roba si chiama democrazia ed è in antitesi rispetto al fascismo. E quello che succede ogni 25 aprile è il ricordo della liberazione dal nazifascismo in Italia.
E se a qualcuno sembra che ci sia qualcosa da ridere, o di anacronistico, in questa cosa, farebbe meglio a ridere molto ma molto lontano da qui.
[seguiranno foto]
*Errata corrige
Scopro che il coglione è uno, un artista precario del Pigneto che voleva fare una provocazione e non si aspettava che qualcuno si risentisse. Ecco, se lo pesco, l’artista precario del Pigneto, gli spiego un paio di cose. Intanto che se vuol fare l’artista non può rompere il cazzo perché si ritrova precario. E poi gli insegno a modo mio cosa significa una provocazione. Gli faccio passare la voglia, gli faccio.
Operatore: - La sua disoccupazione è in pagamento dal 20.
Utonto: - Ah, ma oggi la trovo?
Operatore: - No, guardi, per la verità oggi è il 19, la trova da domani.
Utonto: - Ah, quindi oggi c’è già?
Operatore: - Scusi, le ho detto che è in pagamento da domani.
Utonto: - Ah, ma domani c’è di sicuro?
Operatore: - Potrebbe non visualizzarla proprio domani perché potrebbero esserci un paio di giorni di ritardo tra le comunicazioni tra INPS e banca. Però la valuta sarà del 20.
Utonto: – Ah, ma se vado oggi allora la trovo?
Operatore: - No, comunque oggi non la trova perché è disponibile a partire dal 20. Quindi, OGGI, di sicuro non c’è.
Utonto: – Ah.
[tanto per ribadire che quando la madre dei cretini ci si mette travalica qualunque confine regionale e se ne frega di colpire a nord o a sud, l'Utonto di cui sopra era della provincia di Bergamo]
Ci resto fino a martedì mattina, che poi si lavora. Già mi sto un po’ incazzando, a leggere gli eterni commenti qualunquisti della gente che ma come, c’è la crisi e partite? E la crisi dov’è?, che io ogni tanto a casa ci voglio tornare e non mi è chiaro perché una persona che vuole staccare per un paio di giorni approfittando di un ponte deve pure sentirsi in colpa perché c’è la crisi.
Poi sono anche incazzata nera perché Trenitaglia ha deciso che 89 euro per la tratta Roma-Milano dovevano essere troppo pochi, in seconda classe, e allora adesso ne pago 91 all’andata. Al ritorno no, c’è la tariffa mini, trovata per culo. 82 euro. Pensa un po’. Comprati su Internet. Che per dire se acquisti su Internet i biglietti delle ferrovie della Perfida Albione ti fanno un signor sconto, e invece da noi no. Perché da noi evidentemente sono più stronzi.
Potevo andare in aereo, sì, peccato che Ryanair avesse solo un volo alle 18, e costava tra aereo e pullman da Orio la stessa cifra e non è che una che ha tre giorni ne vuole sprecare uno partendo la sera e arrivando in Centrale alle 21…
Infine, non mi è chiaro, ancora, dopo due anni di Alta Velocità, perché i treni che ci mettono tre ore e mezzo e quelli che ce ne mettono tre devono costare sempre la stessa cifra. Mezz’ora in più di viaggio non dovrebbe garantire un risparmio?
In attesa che Moretti mi spieghi come se avessi 4 anni come mai i viaggiatori al di sotto di un certo reddito che si spostano per chilometri sono implicitamente invitati a restarsene dove si trovano perché viaggiare in treno è diventata roba per abbienti, avverto i miei affezionati lettori che il silenzio post Londra potrebbe protrarsi nei prossimi giorni causa mancanza di connessione internet.
Se avete bisogno di leggere qualcosa potete spulciare tra i blog qui di fianco. Per esempio, Seia sta pubblicando gli articoli comparsi su Stilos nel suo ultimo anno di vita prima della dipartita. Potreste scoprire letture interessanti per il futuro, son tutti articoli su libri persi e ritrovati o mai più pubblicati.
Oppure andate a prendervi un caffè da Starbooks, che lì anche se fanno orari festivi anche lunedì sono aperti.
Se proprio non trovate niente di interessante, compratevi un libro e leggetelo. Io lo farò. In treno mi porto Making Movies. Pubblicato da Las Vegas. L’ho iniziato ieri e se non l’ho ancora lasciato giù significa che arrivo fino in fondo perché mi piace. Se continua come nelle prime 30 pagine lo regalo a qualcuno, nei prossimi tempi.
Se gli auguri di buona pasqua vi interessano, prendeteveli. Altrimenti buon riposo e non mangiate troppo. *
*forse lunedì faccio un salto alla manifestazione per il 25 aprile, quella che parte da Porta Venezia. Forse, perché da sola mi prendono gli attacchi di panico. Se c’è qualcuno faccia un fischio.
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