(questo post rischia di essere lungo, patetico, melenso, quasi ottimista e quanto di più respingente ci possa essere per i cinici digitali che circolano qui e in altri luoghi. Si prega chi ha bisogno di acidità, pessimismo e rassegnazione a qualunque costo di astenersi dalla lettura. Il rischio è che probabilmente pure io non avrò mai voglia di rileggerlo, però tant’è, oggi va così)
Qualche mese fa Livia mi chiese perché mi ostino a scendere in piazza, datosi che scendere in piazza, è risaputo, non serve a nulla. Risposi qualcosa come lo faccio per me. Perché a scendere in piazza mi sembrava di essere presente in quella roba che mi riguarda, la vita civile, ma che qualcuno si ostina a farmi capire che non è affar mio. E a stare in piazza la sensazione brutta di non avere voce in capitolo sulle decisioni che mi riguardavano passava, e mi faceva bene allo stomaco. Anche meglio faceva alla coolpix, che in piazza si è guadagnata una futura sepoltura dignitosa.
Era una risposta terribilmente individualista, che arrivava dal pessimismo in cui ti possono sprofondare solo 17 anni consecutivi di nulla assoluto, coltivato e innaffiato tutti i giorni. Un nulla che peraltro riesce a far perdere l’entusiasmo per il diritto di voto e fa passare la voglia dei tripli salti mortali per poter esercitare il diritto di voto.
Ecco, se Livia me lo chiedesse oggi, perché sono scesa in piazza e perché continuerò a farlo ancora, appena ricomincerà la stagione delle manifestazioni, avrei una risposta completamente diversa.
Perché una non se ne rende conto molto, fino a quando ci sta in mezzo. Ma in piazza ci sono scesa e ci scenderò ancora perché in piazza succede qualcosa che poi si riversa quando meno te lo aspetti in cabina elettorale, e ti restituisce la fiducia nella gente che hai intorno. Pure in quella che non conosci.
È successa questa cosa straordinaria, in cui probabilmente non si credeva più. È successo che la gente è come se stesse scendendo da un pero enorme che è cresciuto con gli anni e ormai arrivava alle nuvole, un po’ come il fagiolo magico della favola di Jack.
Prima ci sono state le amministrative. Con quella serata in Piazza Duomo che era irriconoscibile, per quanto era bella e piena di gente. A dire il vero a me davamo l’idea di tanti topi che per un sacco di tempo avevano dovuto starsene nascosti nelle fogne, a imbruttire e a vedere la vita senza mezzo raggio di sole. Quasi quasi c’era da preoccuparsi che a ritrovarselo davanti, il sole, uno nemmeno riusciva a guardarlo con gli occhi aperti.
Invece no. Pare che il sole, a guardarlo bene negli occhi, faccia addirittura bene. L’abbiamo scoperto in Piazza Duomo, in mezzo a migliaia di persone che festeggiavano. Gente che non si conosceva ma che alla fine la guardavi negli occhi, la sentivi cantare e cantavi le sue stesse canzoni, e aveva i tuoi stessi occhi e la tua stessa voce (più o meno intonata…), perché aspettava come te la stessa identica cosa da troppo tempo.
E se una avesse avuto voglia di raccontarsi che in fondo era una roba locale, abbastanza personale, circoscrtitta, ecco che a due settimane di distanza arriva pure il quorum ai referendum. Non la vittoria dei sì. Proprio il quorum. Con i referendum per cui si votava, solo un pessimista cosmico poteva pensare che avrebbero vinto i NO. L’importante era che la gente invece di andare al mare, o anche prima di andarci, entrasse in cabina elettorale per mettere croci e piegare 4 schede. Non perché è un dovere e perché lo vuole la legge. Non è per quello, che si entra in cabina elettorale. Per la semplice, intima, banale convinzione che il voto sarebbe servito a qualcosa. Troppo facile entrare in cabina elettorale con lo spauracchio che devi votare. Altro paio di maniche è VOLER votare.
E a questo giro c’è stata un sacco di gente che ha voluto votare, pure se non votava da un sacco di tempo, pure se era il referendum, nonostante la scarsa comunicazione ufficiale, nonostante le date sbagliate del TG1, e nonostante il suo pesaculismo atavico. E pure se stava a un sacco di chilometri dal suo seggio.
Ora, probabilmente non è ancora abbastanza, per cambiare le cose. Probabilmente ci sono ancora persone che non sono completamente sature, ma non ha importanza. La saturazione non è identica per tutti. Ci si arriva per gradi, e qualcuno non ci arriva mai. Ci sono persone che sguazzano alla perfezione nella melma.
L’importante è che in questo momento preciso quelli che nella melma non sguazzano più tanto bene cominciano a essere più del 50% + 1 richiesto per il raggiungimento di un quorum al referendum.
Ecco, se Livia mi chiedesse di nuovo perché scendo in piazza, anche se non serve a niente, le risponderei che no, non è vero che non serve a niente, però te ne accorgi quando in piazza ci sei scesa e cominci a guardare il mondo dal di dentro anziché dal di fuori. E che è proprio in piazza che si smette di essere cinici e si perde la convinzione che non cambierà mai niente perché a nessuno interessa cambiare. Perché ci si trova circondati di gente che ha una gran voglia di cambiare.
Ed è a furia di voler cambiare, che si arriva al quorum.
*Potrebbero esserci un sacco di refusi. Semmai correggo stasera.
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