Archivio | ottobre, 2011

Robe che succedono da Termini a Rebibbia

31 ott

È un po’ che mi succedono cose strane mentre prendo la metro. Soprattutto la metro B. Soprattutto i treni vecchi della metro B, quelli completamente disegnati dai writers, che non vedi nemmeno fuori dai finestrini perché hanno disegnato pure quelli.

Che poi a me piacciono, quei treni, quando sono fuori e li vedo dalla banchina. Certi sono veramente belli, qualcuno li ha disegnati con cose che ti chiedi seriamente come hanno fatto, questi writers, a disegnare così velocemente, perché io i writers me li immagino sempre che stanno per scappare perché arriva qualcuno, e allora me lo dite, come han fatto a disegnare il Bianconiglio, Supermario, Paperone, persino i Blues Brothers, se con un occhio dovevano controllare che non arrivasse nessuno?

Comunque, a me sti treni mi piacciono, e li fotografo pure con la fotocamera dello smartfòn, che si nota di meno perché sembra sempre che sto smanettando con il lettore emmepitre o con i file pidieffe di qualche libro che ho scaricato, e invece faccio foto cercando di passare inosservata, perché sotto la metro le foto non si possono fare, è vietato.

Non si sa cosa succede se fotografi i vagoni delle metropolitane, però è vietato.

Però mi piacciono solo quando mi passano davanti, ché ultimamente, quando ci salgo e trovo un posto a sedere e comincio a leggere, arrivati verso Santa Maria del Soccorso, comincio a sentire rumori strani, tipo di treno che sta accelerando la velocità senza dire niente a nessuno, così, per vedere se riesce a superare la barriera del suono. Che fa ridere, perché stiamo sempre parlando dei vecchi treni della linea B, metropolitana di Roma. Però a me danno quest’impressione.

Succede solo quando vado da Termini a Rebibbia. Il contrario mai. Succede sempre quando sono seduta, mai in piedi. E succede sempre mentre sto leggendo un libro o stavolta ho davvero aperto un pdf sul cellulare, quindo sono concentrata su un’altra cosa.

Comincio a sentire una variazione delle vibrazioni a partire dal sedile e tiro su la testa. Mi guardo intorno e mi accorgo che siamo rimasti in pochi, sulla metro (si comincia a essere in pochi, verso Santa Maria del Soccorso), e ho la sensazione che la velocità aumenti, e che se continua ad aumentare ci andremo a schiantare da qualche parte.
E allora penso ecco, è l’ultimo giorno della mia vita.

Poi il treno comincia a rallentare, arriva a Ponte Mammolo, si ferma normalmente, riprende verso Rebibbia, e a Rebibbia si aprono le porte e alla fine non è successo niente.

E mi accorgo che l’ultimo giorno della mia vita non era quello. Stavo solo andando a Rebibbia. E a dirla tutta, qualche volta ci resto anche male per un paio di secondi.

Poi esco dalla metro e vado a prendere l’autobus, ché sennò arrivo tardi al lavoro.

Delle critiche e di altri demoni

30 ott

Si parla di critiche, dalle parti di Matteo Grimaldi, che ha tra l’altro un bel blog, a me finora sconosciuto. Si ringrazao Francesco di averlo segnalato sullo Starbooks.

Ovviamente sono critiche a quelli che si fregiano del titolo di autori o che rendono pubblici i loro capolavori, veri o presunti che siano. L’argomento è interessante, secondo la mia modesta opinione.

Vi riporto il papiro di commento che ho lasciato sul blog, perché ha dignità di post e perché essendo domenica e avendo un po’ di alcol da smaltire il mio neurone non riesce a pensare a qualcosa di nuovo:

Come scrittrice, autrice, sceneggiatrice, persino blogger, ho sentito tante di quelle critiche che potrei venderle un tanto al chilo, a quelli che ne hanno bisogno. Ho imparato a fare la tara, a capire quali sono le critiche all’autore e quali all’opera (o al post), quali sono rancorose e quali oneste, quali superficiali e quali attente al millimetro.
E’ stato un lavoro di anni, e non finisce mai perché appena arriva una critica negativa il primo impulso è sempre rintanarmi in un angolo a piangere. Una volta mi è capitato davanti a una scheda di 13 valutazioni su un soggetto a cui tenevo molto (soggetto arrivato in finale a un concorso). La prima lettura è stata la percezione di schifo da parte dei giurati. Volevo appendere il computer al chiodo. Poi ho riletto le valutazioni con calma.
Dicevano l’esatto contrario di ciò che avevo percepito a caldo. Perché la mia concentrazione a caldo era andata sulle considerazioni in negativo.
Quindi so per certo che non si può ragionare sulle critiche a stomaco vuoto, o prima di aver preso il caffé a colazione. Si reagisce male.
Dopodiché ognuno che si prende la briga di leggere, vedere, dedicare anche un minuto di attenzione a quello che scrivo o rendo pubblico per mia scelta può dire quello che vuole. Sull’opera. Trovo irritante chi comincia a fare la psicanalisi dell’autore partendo da ciò che ha scritto, perché quella sì, è una critica che non ha nessun motivo. Mentre l’analisi dei miei personaggi è completamente in tema.
Insomma io sono per le critiche all’opera, tutte. Poi sta a me vedere quali sono oneste.

Ma ho anche una vita di lettrice e fruitrice. E in questo caso è un altro paio di maniche. Con l’età comincio a essere stufa di dedicare tempo a critiche elaborate su romanzi, racconti, post, persino film, che non mi sono piaciuti. Quindi non vado a prendere l’autore di proposito con l’intenzione di distruggerlo o di dirgli che quello che ha fatto non funziona.
Preferisco parlare di quello che mi è piaciuto, anche per consigliarlo. E anche qui, con altre persone. Non con l’autore.
All’autore mi premuro di dire qualcosa solo in due casi. Il primo: l’autore vuole una critica a tutti i costi.
A quel punto, positiva o negativa, la elargisco. Poi reagisca come preferisce. L’ha chiesta lui (o lei)
Il secondo: l’autore (o l’autrice) è così infantile da pretendere che una persona prima di poter dire qualcosa di negativo sul suo capolavoro se lo sorbisca fino alla fine, ritenendo inconcepibile che chicchessia possa decidere un ‘non mi piace’ o peggio un ‘questo non doveva scrivere, era meglio che si desse all’ippica’ solo dopo 5 pagine. Ecco, quando ci sono casi del genere con autori che si premurano di dire a destra e a manca che prima la gente deve leggerli e POI può giudicare, vinco il ribrezzo che mi possono provocare le prime 5 pagine e leggo tutto, prendendo appunti dei punti deboli, per poter un giorno sedere l’autore a un tavolino e inchiodarlo al suo stesso gioco. Si chiama vendetta. Per ora ho incontrato solo una persona che se l’è meritata. La attendo al varco con l’elenco delle mostruosità del suo romanzo, pagina per pagina.

Qualunque contributo alla discussione sarà ben accetto. Se volete contribuire direttamente da Matteo, fate pure.

Il caso di una parentesi*

29 ott

*me la dedico da sola, che ultimamente con le parentesi non mi comporto molto bene

 

C’era una volta
una parentesi aperta
e uno scolaro
si scordò di chiuderla.
Per colpa di quel somaro
la poveretta buscò un raffreddore,
e faceva uno sternuto
al minuto.
Passato il malore
fece scrivere da un pittore
il seguente cartello:
“Chi mi apre, mi chiuda, per favore”

Gianni Rodari

Vita da call center – “Se ci sei batti un colpo”

29 ott

Utonto: - Ho bisogno del CUD di mio padre, che è venuto a mancare.

Operatore: - Il CUD è reperibile, ma dovrebbe recarsi presso la sede con un documento di identità a richiederlo.

Utonto: - Non me lo può mandare lei?

Operatore: - Noi per motivi di privacy dobbiamo identificare l’utente titolare della posizione, e in questo caso per ovvi motivi non ci è possibile…

Utonto: - Ma se avesse chiamato il titolare?

Operatore: - … (basito) Mi scusi, non mi ha appena detto che suo padre è deceduto?

Annunci possibili – gli Annunci Creativi

28 ott

(si ringrazia il sito Lavori Creativi per la quantità di materiale che fornirà nei prossimi tempi alla rubrica)

 

Ora, se gentilmente qualcuno mi spiegasse cosa sono le idde dello chef, potrei essergliene grata nei secoli dei secoli.

Vita da call center – L’enorme problema del codice fiscale

27 ott

Questo post potrebbe sembrare di perculo, ma sono terribilmente seria.

Il codice fiscale sembra essere il più grande incubo degli utenti che chiamano qualunque call center a cui stanno per chiedere informazioni su dati senribili, posizioni assicurative, banalità come quando mi arriva la disoccupazione? e così via.

Ora, poiché so che tra i miei lettori, credo ormai una cinquantina, non ci sono utonti ma gente capace di intendere e di volere, chiedo a voi: è così terribile l’idea di comunicare il codice fiscale a chicchessia? Davvero la sola idea di sentirsi chiedere mi dà il codice fiscale?  scatena le ondate di panico che percepiamo dall’altra parte del ricevitore?

Perché la cosa più normale che ci capita di sentire, appena rivolgiamo la richiesta, è ah, ci vuole il codice fiscale? non me l’aspettavo. E a noi, o almeno, a me, poi non posso parlare per i colleghi, sorge spontanea la domanda ma che ti credevi, che sul mio schermo comparissero per incanto tutti i tuoi dati personali perché abbiamo un’apparecchiatura a riconoscimento vocale?

La fase successiva è la ricerca del codice fiscale, che naturalmente non è MAI a portata di mano (stiamo sempre parlando di utonti: gli utenti, quelli, chi li frega?) , quindi segue un attenda un attimo che vado a prenderlo. L’attimo può andare dai 5 secondi ai tre minuti, che al telefono, fidatevi, sono l’eternità.

E qui sorge spontanea una nuova domanda: dove diamine lo tenete, il codice fiscale? È un documento che ormai potrebbe esservi richiesto più o meno ovunque, possibile che lo lasciate sempre in solaio?

Fino a qui siamo nel campo della normalità. C’è però il caso dell’utonto che chiama per avere delucidazioni su una lettera ricevuta, e non riesce a leggerci la benedetta lettera oppure dobbiamo fare una verifica nella sua posizione. In questi casi, alla richiesta di mi dà il codice fiscale? segue un lo trovo sulla lettera? alternato a un sulla lettera non lo vedo.

E infatti sulle lettere i codici fiscali non sono riportati. Lo facciamo notare, e la domanda successiva è ma io dove lo prendo?

Ora. il codice fiscale ormai si trova pure sulla tessera sanitaria (anche se una buona parte della popolazione, che per nostra sfortuna coincide con gli utonti che ci contattano, non se n’è ancora resa conto), quindi non dovrebbe essere così complicato, per chi ha una vaga idea del luogo dove lascia i documenti, reperirlo in tempo zero.

Invece l’impressione è che questo reperimento sia un’impresa titanica, da risolvere con un non le basta il cognome e il nome , cosa che in teoria dovrebbe bastare, ma il sistema il 90% delle volte non accetta i dati personali e chiede il codice fiscale. Per questo motivo (e non per cattiveria da parte dell’operatore, che si sa, in fondo in fondo è un sadico e prova un godimento interiore nel mettere gli utonti in difficoltà) chiediamo subito il codice fiscale. IN TEORIA dovrebbe permettere un risparmio di tempo e una ricerca più accurata, eliminando il rischio di omonimie.

Siamo ancora alla fase della ricerca. Passiamo al momento successivo, quando il codice fiscale, o la tessera sanitaria, o il foglio di carta igienica su cui è stato copiato il codice, sono a disposizione. Aggiungiamo a questo momento anche l’utente che conosce il codice a memoria, ma lo teniamo in stand by perché lui fa storia a sè.

Nei primi tre casi, il passo immediatamente successivo è la richiesta dello spelling. Che a volte può diventare lo spilling, o la sillabazione. La fase dello spelling è uno dei momenti più fantasiosi della giornata dell’operatore. Si assiste a una vera e propria gara tra la capacità dell’utonto di collegare una vocale o una consonante a una parola (abbiamo rinunciato da un pezzo a ridere quando sentiamo la p di pera al posto di un nome di città. Per alcuni utonti i nomi di città sembrano essere una chimera) e la capacità di comprensione dell’operatore.  Provate voi a mantenervi saldi quando sentite  la h di ospedalela k di Crotone. Personalmente mi provocano ancora qualche serio scompenso. Ma quando le incontro vado avanti stoicamente.

Oh, c’è poi il problema dei numeri tra il sessanta e il settanta. Già, perchè molti di voi non ci hanno probabilmente fatto caso, ma un 67 al telefono potrebbe essere recepito come un 77. Quindi una delle abitudini che mi porto dietro da un po’ è ripetere il numero separato, in questi casi. Puntualmente l’accortezza non viene recepita, e l’utonto pensa di parlare con una deficiente che non comprende. Quindi alla domanda ha detto  sei sette? segue la risposta sessantasette, persino un po’ stizzita. In questi casi il 90% delle volte compare la scritta CODICE FISCALE NON RICONOSCIUTO, perché le due cifre comunicate erano in realtà un settantasette.

Comunque, in un modo o nell’altro,  questo parto per ottenere i dati dell’utonto ha un termine, e si può procedere con la parte più complicata: capire la necessità dell’utonto.

Apro una parentesi sugli utonti con buona memoria, quelli che il codice fiscale lo sanno più o meno da quando hanno imparato a leggere. Ecco, queste persone, che dovrebbero essere la salvezza dell’operatore, in realtà sono le peggiori. Perché conoscono il codice fiscale, ma lo leggono più o meno in questo modo: esseticcierrepippi, mettendoci in condizione di confondere tutti i suoni. Dobbiamo quindi interromperle e chiedere lo spelling. Alla richiesta seguono sbuffi e proteste, perché loro il codice fiscale lo sanno solo così, e insomma, e un attimo perché me lo devo scrivere, e tutto quello che può venirvi in mente che abbia come sottotesto un ma non sei nemmeno in grado di capire una cosa semplice come il mio codice fiscale, cazzo?

Alla fine anche loro arrivano al momento più complicato, e possiamo andare avanti.

Certo, quelle descritte sono le condizioni ottimali, quando la linea telefonica non è disturbata e non dobbiamo richiedere decine di volte di ripetere la lettera. Altrimenti i tempi si dilatano.

Ora, la mia domanda iniziale era seria. Adesso che vi siete fatti quattro risate alle spalle degli operatori e degli utonti, ditemi sinceramente se anche per voi la comunicazione di un codice fiscale è un evento che costringe  a sforzi sovrumani, perché se è così, allora io ho sbagliato tutto e mi tocca scusarmi con tutta la gente di cui sopra.

Il mondo dei call center è un paese.*

26 ott

*vi eravate quasi salvati. WordPress aveva deciso che il post gli faceva schifo e ha provato a tenermene in memoria solo 10 righe. Però l’ho fregato e ora vi tocca leggere tutto.

Due giorni fa ho postato su facebook uno stato piuttosto esplicativo dei miei attuali sentimenti nei confronti del mondo. Diceva Mamma mia, che palle…

Ora, questi stati in genere raccolgono il plauso di una tipologia eterogenea di persone. L’altro giorno, per esempio, il primo like è stato quello di Gianpaolo Apostolo, il collega che mi fornisce episodi gustosi raccolti durante la giornata lavorativa.

Gianpaolo Apostolo su facebook porta il suo nome e cognome reali, e questo like ha fatto sì che un’amica ereditata dal Correttore di Blogze, pure lei lavoratrice call center, esternasse la sua conoscenza del mio collega, incontrato in un altro call center. Per la precisione era un call center dove si conducevano indagini di mercato (se non lo sapete, più o meno il 90% delle persone iniziano con le indagini di mercato. Le ho fatte pure io, anche se presso un altro istituto)

Ecco, per noi lavoratori call center che abbiamo girato il settore in lungo e in largo, un po’ per cercare condizioni migliori a livello umano e contrattuale, un po’ perché il call center a una certa età è il lavoretto che fai mentre cerchi di fare altro e quindi è fisiologica un’interruzione di qualche mese, un po’, semplicemente, perché il contratto era scaduto e la commessa passata altrove, quindi di fatto si è disoccupati, questi incontri tra ex colleghi non sono eccezionali.

Oserei dire che sono quasi la norma. A me per esempio capitò di incontrare una ex collega dell’Esaurisko in un altro posto dove eravamo approdate entrambe, a mesi di distanza. Lì io me ne andai perché ero tra le poche fortunate con un contratto a tempo determinato di 9 mesi (troppa grazia, e infatti doveva finire) che alla sua scadenza fu rinnovato a poco meno di una decina di persone perché durante quei nove mesi il lavoro era andato sempre più scemando. La collega di cui sopra, invece, rimase, perché lei aveva un contratto co.co.pro, e sappiamo tutti che il co.co.pro. costa meno del lavoro dipendente. Quindi chi è co.co.pro. resta dov’è.

Mi capitò un’altra volta di incontrare una collega, questa volta proveniente da BFS, che non esiste più. Lei, a dire il vero, fu un”enorme sorpresa, perché la sapevo sana e salva con un contratto a tempo indeterminato. Anche se in realtà l’indeterminato del settore privato, come insegna l’attualità, non garantisce una beneamata fava,  a parte qualche misura di sostegno del reddito allargata casomai l’azienda fallisse o si vendesse tutte le commesse facendo giochetti simpatici (che capita, signora mia. Ah, se capita). Fatto sta che a giugno 2010 me la vedo piombare a Trenitalia, che poi non era Trenitalia ma una società che ha in appalto il call center pur essendo dentro una struttura di Trenitalia. Per comodità continuerò a chiamarla Trenitalia. E a Trenitalia con lei è arrivato un altro numero di ex colleghi BFS, tutti in mobilità e tutti più convenienti per l’azienda. A loro hanno fatto un contratto a tempo determinato di un livello superiore al loro vecchio. Io ero a progetto e ogni tanto dovevo pure insistere per avere i due giorni di riposo previsti perché a Trenitalia chi era a progetto pareva essere lo schiavo a cui si può pure imporre di pulire le scarpe. Ho visto colleghi lavorare 12 ore consecutive, speranzosi di ottenere un rinnovo. Da Trenitalia sono stata felice di andarmene, non ci ho proprio pensato due volte.

Quando sono finita nel mio ultimo posto di lavoro ho avuto la sensazione che stavolta non ci fosse nessuno dei miei ex compagni di sventura. Certo, ne ho incontrata una proveniente da tutt’altro posto: dall’Autogrill. Che è stato il mio primo posto di lavoro quando sono approdata a Roma nel 2003. Mi ricordavo di lei perché una sera le sono svenuta davanti, mentre stava in cassa. Son cose a cui magari non pensi più per anni e poi ti ripiombano nel cervello durante il primo giorno di formazione di un nuovo lavoro.

Comunque mi sbagliavo di grosso.  Nel momento triste di ogni formazione in cui tutti i partecipanti al corso vengono invitati a raccontare la loro vita precedente, è spuntato fuori qualcuno che è stato in Teleperformance, un altro luogo da cui sono fuggita a gambe levate, dopo un’esperienza di 12 giorni (bisognava convincere la gente ad abbonarsi a Sky. Ora, io lo so che una persona che non ha un lavoro dovrebbe fare quello che trova, ma proprio a vendere non ce la facevo, non era per me, mi venivano le bolle alla sola idea di pronunciare qualcuna delle frasi da incubo dei guru del marketing e detestavo profondamente il clima del gruppo in cui tutti devono essere responsabili dei risultati ottenuti). Cose così mi erano capitate giusto nei colloqui con le agenzie interinali, quelli con due o tre persone dove ti rendi conto che hai di fianco una che lavorava al piano di sotto del tuo stesso ufficio ma tu non l’avevi mai incrociata.

Uscendo dalla nostra aula, poi, mi sono ritrovata a chiacchierare e a fare la strada verso casa con un’altra ex collega della BFS, pure lei mai incontrata prima, con cui avevamo condiviso gli stessi metri cubi d’aria.

Finita la formazione, abbiamo scoperto che insieme a noi c’erano gli operatori call center della commessa INPS provenienti da un altro call center ormai sparito dalla circolazione, Omnia. Che si trovava al terzo piano del palazzo della BFS (ora, io di questi non mi ricordavo proprio, ma una di loro, qualche mese fa, mi ha chiesto se eravamo ex colleghe, e io le ho spiegato che no, non lavoravo con lei, ma ero in BFS, ricevendo come risposta un sì, lo so, eri al secondo piano. Son cose).

E dopo un mesetto sono piombati nella nostra stessa sala gli operatori di una commessa legata a una casa automobilistica. Qui ho ritrovato due ex colleghe BFS poi passate a Trenitalia, che durante il periodo di prova a tempo determinato sono state lasciate a casa.

Esistono poi gli incontri collaterali, come le colleghe che tu non conosci ma che conoscono amiche incontrate altrove. Come la mia amica Rina, incontrata mentre cercavamo di scrivere sceneggiature per un malato di mente, che è amica di una collega attuale. Rina ha lavorato per un’altra società di indagini di mercato, che aveva la sua sede sotto la Teleperformance.

Insomma, io non so com’è questa cosa, se capita solo qui o se avviene anche in altri luoghi dove i call center sono rimasti il luogo di lavoro più abbordabile dove approdare anche per un breve periodo, ma ho l’impressione che in realtà quello dei call center sia un enorme paese, dove prima o poi si finisce per incontrarsi tutti quanti.

Il che fa un po’ strano. Anzi. Parecchio, strano.

Vita da call center – Dalle lettere di Gianpaolo Apostolo agli Utonti

25 ott

(c’è chi è più invalido degli altri)

Utonto: - Mia moglie è stata convocata dalla Commissione Invalidi Civili.

Operatore: - Sì…

Utonto: - Secondo lei la faranno passare avanti? Sa, è invalida…

Operatore: - Guardi che alla Commissione Invalidi Civili sono tutti invalidi.

Domeniche che era meglio di no

24 ott

Non seguo il motomondiale.

In effetti non seguo quasi più nemmeno la Formula 1, da un po’ di tempo.
Però mi ha colpito una cosa, nella morte di Simoncelli.
Non è la giovane età e non è nemmeno l’incidente.
Appena è successo ho pensato speriamo che annullino la gara.

Perché a me, sta cosa che le gare devono andare avanti, non ha mai finito di convincere, da quel primo maggio in cui morì Senna.
Che poi è il motivo per cui non guardo quasi più nemmeno la Formula 1.
Così quando è arrivata la notizia dell’incidente di Simoncelli, su friendfeed (che io il motomondiale, come ho detto, non lo guardo) e abbiamo acceso la televisione per due minuti, a capire che cosa stava succedendo, ho iniziato a sperare che stavolta il circo si fermasse.
E io non lo so perché (a posteriori mi dicono perché il motomondiale è stato già vinto, o perché le corse di moto sono un mondo diverso da quello della formula 1, vai a sapere), ma stavolta il circo si è fermato e la gara è stata annullata.
E ho pensato che fosse giusto così.
Perché gli ultimi minuti di vita di un essere umano meriterebbero sempre il silenzio dei motori. Pure un po’ del mondo, ma è più difficile. Però i motori, almeno quelli, sì.

Poi mi sono detta che strano, sono sempre le domeniche, i giorni che era meglio continuare a dormire fino al lunedì.

E poi mi sono detta che non c’era nient’altro da dire.
E infatti da adesso non parlo più.

Vita da call center – Un po’ di paranoia non guasta mai

22 ott

Utonta: - Mi mancano dei contributi.

Operatore: - Guardi, se sono contributi degli ultimi 5 anni si può fare una segnalazione all’INPS. Ha le buste paga?

Utonta: - No…

Operatore: - Se le può procurare?

Utonta: - Ma scusi, non basta la segnalazione?

Operatore: - Signora, per dimostrare che i contributi sono stati versati sono necessarie le buste paga o un cud in cui si attesta che lei ha lavorato per la ditta e che sono stati versati i contributi. Comunque io la segnalazione gliela posso fare lo stesso. Oppure se la può fare lei. Ha un pin?

Utonta: - No.

Operatore: - Va bene, gliela faccio io da qui, ma poi la sede potrebbe chiederle le buste paga. La vuole fare?

Utonta: - Ma io pensavo che bastava dire a voi che mi mancano i contributi.

Operatore: - Sì, ma poi l’ente deve verificare con l’azienda, ci vogliono tutti i dati per verificare.

Utonta: - Eh, no, allora no, poi mi rovino il curriculum.

Operatore: - (basito) Signora, non deve per forza scrivere sul curriculum che ha fatto una segnalazione sul precedente datore di lavoro…

Utonta: - Sì, ma quelli si spargono la voce, sa come funziona…

Operatore: - …