Archivio | luglio, 2012

Oggi lanciamo un sondaggio.*

31 lug

Voi che volete fare gli scrittori da grandi, magari gli scrittori affermati.

Se qualcuno vi definisse mestieranti e scribacchini, lo citereste a scopo risarcimento pecuniario?

Se sì, perché? Se no, perché?

Io non so che dire. Sono convinta che scribacchino come insulto non sia granché, soprattutto quando si vendono migliaia di copie, si viene pubblicati da una grande casa editrice e si vendono anche i diritti cinematografici dei propri romanzi. Insomma, se non piaci a un editore, in questo caso, potresti avere spalle abbastanza larghe da rispondere ‘esticazzi?’.

Per quanto riguarda l’insulto di mestierante, penso qualcosa di molto più semplice. Se ci fossero più bravi mestieranti e  meno pessimi pseudoartisti autonominatisi, non solo ne guadagneremmo tutti, ma staremmo pure più larghi.

A proposito. Il sondaggio è liberamente ispirato da questa vicenda.

*Nessuno scribacchino o mestierante è stato maltrattato durante la scrittura di questo post.

Il mese a metà (storie trucide dall’universo Atac)

30 lug

Lo scorso anno la  metro A ci aveva stupito con effetti speciali da Anagnina a Termini, interrompendo il servizio metro ad Arco di Travertino per sostituirlo con i mezzi di superficie. Leggi: la schizzofrenia al potere. Ci ho fatto 20 giorni, in queste condizioni. Se non ho preso nessuno a zuccate è stato un miracolo. Se non sono morta soffocata perché sui mezzi di superficie sostitutivi si muore di calca o di asfissia, è un altro miracolo. Se non ho chiesto tutto il mese di ferie è perché sono venuta a conoscenza della trovata la settimana prima che iniziasse il delirio e le ferie erano già state concordate.

Si pensava che non potesse andare peggio di così.

Quest’anno invece l’ATAC replica. Dalla parte opposta: tra Termini e Ottaviano. Per sistemare le stazioni di Flaminio e Lepanto. Non si capisce in effetti perché per sistemare due stazioni si interrompa il funzionamento della metropolitana proprio là dove serve di più al turismo. Ancora meno si comprende come mai la chiusura sia stata pensata tra l’11 al 25 agosto. Mese in cui a Roma non si vede un turista a pagarlo oro, è cosa arcinota…

Oh, sia chiaro: io sono ben contenta che stavolta tocchi a quelli della palazzina B e che non avrò problemi per la mia tratta. Scendo a Termini, e linea B permettendo riesco ad arrivare al lavoro senza troppi danni.

Ma è mai possibile che il mese di agosto sia considerato zona morta dai cervelloni ai vertici ATAC? Roba per poveracci che stanno in città, e che si spostano in metropolitana anche per andare al lavoro (mi immagino le matte risate, mentre pensano ai disservizi che procurano all’utenza, soprattutto in questo periodo di aumenti dei tagliandi di viaggio a fronte di un notevole peggioramento sull’intera rete. Immagino pure qualcuno che se ne esce con un se non c’è la metro, che usino l’auto, in pieno stile Ancièn Regìme). A loro che glie frega, in fondo? Saranno spaparanzati al sole da qualche parte, a godersi il meritato stipendio e le meritate ferie…

E insomma, tant’è. io ve l’ho detto. Dall’11 agosto, ricordatevi di non prendere la metro tra Repubblica e Ottaviano. Se trovate un autobus non troppo affollato, prendete quello. Oppure prendetevi le ferie che non avete ancora usato. E sparite per qualche giorno. È tutta salute, fidatevi. Ci ho provato l’anno scorso. Non ve lo consiglio, pure se siete della palazzina B.

A proposito. Venerdì 10 e sabato 25 agosto  la metro non chiuderà all’1.30, ma alle 11.30. Quindi programmate serate in compagnia delle galline, se non avete l’abitudine alla ricerca spasmodica del parcheggio. Vivrete felici e contenti.

D’altra parte è una buona iniziativa, questa. Siamo in tempo di crisi. Perché mai dovreste uscire di casa e spendere soldi, proprio quel venerdì e quel sabato? Pensate al futuro!

 

Le olimpiadi sono cominciate. E io no.

29 lug

Allora, a me le olimpiadi piacevano, da bambina.

Mi piacciono ancora, non è che non le guardo schifata, urlando bestemmie contro questi distrattori di massa che ci organizzano pane e circo in barba alla crisi economica mondiale (se non conoscete gente che fa questi discorsi ve ne presento un po’, magari gli rispondiamo un po’ per uno cheì a far tutto io mi sono anche stufata…).

Però non è la stessa cosa. Mi ricordo che la prima olimpiade che ho visto quasi per intero è stata quella di Los Angeles. Avevo 9 anni, era il 1984, e non conoscevo un nome che fosse uno di un solo atleta. Sì, vabbé, Carl Lewis. Che ai novenni di oggi non dirà molto, ma per me era il simbolo della velocità. E mi stava pure un po’ sulle palle, a dirla tutta. Conoscevo pure Mennea, eh. Sempre per sentito nominare, perché chi si era mai guardata i 200 metri, prima? O meglio, chi si andava a guardare l’atletica senza olimpiadi? Non so nemmeno se Mamma Rai trasmettesse gare di atletica durante l’anno. La non ancora nata Mediaset di sicuro no. Poco da discutere. Su Canale 5 era tanto se passava Dallas il mercoledì sera. In prima visione, intendo.

Però quelle olimpiadi me le sono viste tutte. Almeno, tutte quelle che potevo vedere. Siccome c’è il fuso orario, a Los Angeles, io vedevo le olimpiadi fino a quando era pomeriggio, ho visto le gare di nuoto, le gare di atletica, l’equitazione, la scherma no, non ancora, ma non perché non mi interessasse. Non c’ero ancora incappata.

Per la scherma ho dovuto aspettare l’88. Quando ho scoperto che avevamo addirittura una signora squadra olimpica. E Stefano Cerioni. E la scherma è stato amore e pure un po’ di rimpianti, perché la scherma mi affascina.

Non sono mai stata una bambina troppo femminile. Mal tolleravo le Barbie, mi piacevano i soldatini, mi piacevano i pantaloni, giocavo a calcio, mi piacevano i cartoni dei robots più di quelli di eroine sfigate, tipo quelle che cercano il nonno per tutta la durata del cartone e appena lo trovano il nonno muore (fatto che induce a pensare che l’eroina in fondo porti pure un po’ di sfiga).

Poi leggevo. E leggevo romanzi che sarebbero stati comodi nella biblioteca di un bambino, non di una bambina, secondo qualche visione progressista che vorrebbe il mondo diviso per interessi maschili e interessi femminili. A me, per dire, piacevano I Tre Moschettieri (che ho letto in Vent’anni dopo, i Moschettieri li avevo visti in televisione, in una serie televisiva, questa sì trasmessa da Canale 5. Con Michael York nei panni di D’Artagnan. E Richard Chamberlain nei panni di Portos).

Insomma, per farla breve a me piaceva D’Artagnan. Perché tirava di scherma. Volevo essere un po’ D’Artagnan. In effetti non sapevo che avrei potuto fare semplicemente la fiorettista, perché pure le donne praticano la scherma. Mi sembrava una roba maschile, la scherma, e mi piaceva. Non era noiosa. Insomma, magari a qualcuno può annoiare, eh, non dico di no (c’è chi si annoia a guardareil calcio, perché non a guardare la scherma?), ma quando ho scoperto la scherma alle olimpiadi credo di avere avuto il primo momento di rimpianto. Tipo: perché non me lo avete detto prima? Volevo farlo anche io.

Probabilmente non ci sarebbe stata storia, non solo perché nonostante tutto non sono mai stata una grande sportiva, ma quando mi venne questa cosa strana per la scherma non potevo andare da mia madre e dirle ‘ehi, invece di pagare l’affitto iscrivimi a una scuola di scherma’. A parte l’età. 13 anni. Ma poi a 13 anni non vai a dire queste cose, se ti hanno educata a non chiedere cose che non si possono avere.

Così guardavo semplicemente la scherma. E dopo le olimpiadi avevo cominciato a guardarla anche nelle rarissime gare trasmesse. La scherma era diventata la disciplina che mi interessava di più durante le due settimane in cui il mondo si fermava a guardare la stessa cosa. Oh, sì, guardavo anche le gare di nuoto, ma le gare di nuoto per un bel hanno significato guardare gli altri andare sul podio (nel ’96 avevo una passione viscerale per Alexandr Popov, che a pensarci ora aveva il bisto a forma di trapezio rovesciato, non molto affascinante. Però era il più veloce nei 50 stile. Vuoi mettere?).

La scherma, e in particolare il fioretto, significava vedere la squadra azzurra eternamente, o quasi, sul podio, spesso sul gradino più alto. Soprattutto la squadra femminile. Era la prima volta nella mia vita che ammiravo sul serio le donne, non è una cosa da sottovalutare. Donne che facevano una roba dai connotati così dannatamente maschili. E la facevano bene. Orpo se la facevano bene.

Non ho mai perso una finale di fioretto, negli anni, o almeno ci ho provato. Una l’ho persa per un motivo nobile: a Sidney la Trillini si contendeva la medaglia di bronzo con non ricordo chi, quando mi telefonò qualcuno dalla Sellerio, a Palermo. E che fai, non rispondi perché stai guardando la Trillini? Non si fa. Così mi persi la finale per il bronzo parlando al telefono con un editor Sellerio a cui era piaciuto il mio romanzo. La Trillini aveva la sua medaglia, e io avevo la mia.

Era il 2000. Credo sia stata l’ultima olimpiade che ho visto con l’attenzione completamente puntata sulle gare, o quasi.

Poi è successo che 4 anni dopo, ai tempi di  Atene, mi trovavo fuori casa. Senza televisore acceso tutto il giorno. Le olimpiadi le ho viste a spizzichi e bocconi. Lo stesso accadde con Pechino 2008. Di cui non so assolutamente nulla.

E quest’anno… Credo che la mia personale fiamma olimpica si sia spenta. Venerdì non ho visto l’inaugurazione. Ero a un concerto. E ieri non ho nemmeno prestato attenzione alle azzurre del fioretto che si prendevano tutti i podi. Nemmeno della scherma mi interessa più tanto, e da tempo non mi interessa più essere D’Artagnan.

Sarò mica cresciuta?

 

Intervallo

28 lug

Voi procuratemene una e io eviterò di procurarmi un machete per fare una strage:

Oppure, meglio ancora: procuratemi il biglietto aereo, così vado a Camden Town e ci penso io a procurarmene una. Così mi scelgo pure il colore e la dimensione. Anche se la super fa decisamente al caso mio.

Fine luglio e agosto, Starbooks mio non ti conosco.

27 lug

Lo Starbooks chiude per ferie (ufficialmente, poi ufficiosamente potete leggere la disavventura, di là… Oh, a proposito. I furti di macchine del caffè virtuali a chi si denunciano? Secondo me i carabinieri ci ridono dietro, se hanno senso dell’umorismo. Se non ce l’hanno ci prendono a calci e ci buttano fuori dalla caserma).

Per fortuna hanno lasciato tutti i libri della libreria. Dico per fortuna, poi non so se i ladri hano dato un’occhiata e hanno deciso che non facevano per loro perché tanto a chi li vuoi rivendere, i libri rubati? Non se li legge nessuno…

E insomma, quelli ci sono ancora, sono lì, scaricabili. Approfittatene. Magari sotto il sole di agosto potreste fare qualcosa di produttivo. Tipo leggerli e recensirli. Ci sono sempre le spillette che aspettano, eh.

I Reclami Inutili – Qualcuno me lo spiega come se avessi quattro anni?

26 lug

Siamo come al solito su facebook, la miniera d’oro dell’inutilità fatta reclamo.

Nella rediviva sezione dedicata ai post altrui (sospesa per qualche tempo a causa di individui piuttosto molesti con la spiccata tendenza alle denunce ad minchiam) compare un nuovo Reclamo, che più che Inutile stavolta è proprio Incomprensibile.

Non che gli altri Reclamanti Inutili maneggino con sapienza la sublime arte della Retorica, ma qui stiamo andando decisamente oltre:

Intuisco vagamente che qualcuno lo ha bloccato e lui (stranamente) non è d’accordo, ma non capisco cosa dovrebbe fare l’Ufficio Reclami e pure facebook, in questo caso.

Sospetto che il signore (è uomo, posso garantirlo. Sotto la cancellazione c’è un nome maschile) fosse assente quando la maestra spiegava analisi logica e grammaticale. E pure l’ortografia gli deve essere rimasta indigesta.

Insomma, cari Reclamanti Inutili, già venite a reclamare in un luogo dove non avrete mai la soddisfazione che meritate (!). Potreste almeno cercare di lasciare Reclami Inutili in una lingua accessibile ai più e non solo a voi e al vostro ombelico?

Vi ringrazio fin da ora.

Come perdere il buonumore (per cinque minuti)

25 lug

Poniamo la seguente questione.

Causa richiesta dell’azienda a cui sono somministrata (sembra sempre di più una medicina, non un lavoro), mi serve sapere con urgenza quanti giorni di ferie ho maturato fino a giugno.

Direte: ce li hai sulla busta paga. Certo. Ma non ho ancora avuto il tempo di ritirare la busta paga. L’agenzia interinale si trova in culo alla luna rispetto a casa mia.  Dovrei andarci di pomeriggio, ma di pomeriggio lavoro, o in un giorno di libertà infrasettimanale. L’ultimo è stato il giorno di uno sciopero dei mezzi, quindi ciccia.

Quindi telefono, in orario di ufficio (loro). Mi risponde non so bene chi, presumo la ragazza alla reception. Sì, pure le agenzie interinali hanno una reception. È quel bancone dove un’impiegata modello Cerbero di solito vi fa il terzo grado sul motivo della vostra visita, e se avete un colloquio vi porge un modulo in cui dovete riscrivere tutti i vostri dati già presenti nel curriculum vitae che in genere avete già inviato prima del colloquio, lo stesso che è servito per ricontattarvi. Misteri delle agenzie interinali.

Comunque, quando siete già somministrati e andate in agenzia a recuperare fogli ore o buste paga e a firmare rinnovi, vi comunicano che la persona con cui dovete parlare è impegnata  e quindi dovete attendere sulle scomode sedie che danno direttamente sulla vetrina. Sono belle, le agenzie interinali, perché la gente che aspetta di solito si siede in vetrina e  fuori la gente può guardarla come se fosse allo zoo. Fortunatamente della ricerca di lavoro altrui non importa nulla a nessuno quindi viviamo tutti beati e contenti continuando a ignorarci.

Ecco, io stamattina non avevo tempo di andare in agenzia interinale a chiedere le mie buste paga e sottopormi a questa manfrina, ma grazie al Divino Paranoico Meucci ha inventato, ormai più di un secolo fa, il telefono, e non so chi ha inventato i computer.

Quindi presumo che in agenzia qualcuno possa darmi tranquillamente l’informazione che mi serve per telefono. Che ci vuole? Apri il computer, guardi cognome e nome e leggi le ore di ferie maturate.

Naturalmente non ho fatto i conti con Cerbero.

Che mi risponde, in perfetto burocratese, manda una mail e ti inviamo le buste paga.

A questo punto la mia domanda successiva è ma quanto ci mettete? Perché devo saperlo entro oggi pomeriggio.

La risposta di Cerbero, che a questo punto intuisco non essere umana ma meccanica, è di nuovo manda una mail e ti inviamo le buste paga.

Ringrazio col tono di chi augura che l’ultimo pezzo di dolce vada di traverso e riaggancio.

Mando la mail, e mentre scrivo la mail mi devo trattenere dallo scrivere Brutta stronza, adesso che ti sto mandando la mail, me lo vuoi dire quante cazzo sono le ferie che ho maturato?

Per fortuna sono molto più educata di come mi piace disegnarmi. E nel frattempo i 5 minuti di malumore sono passati.

Non so quando ce ne saranno altri 5, perché avere a che fare con le signorine dell’agenzia interinale, a volte, può risultare un notevole sovraccarico per i nervi.

(Capite, adesso, perché cerco di recuperare le buste paga il meno possibile?)

Coincidenze

24 lug

In questi giorni il Consiglio Comunale a Milano sta votando una delibera sul registro delle coppie di fatto. È qualcosa di cui sono abbastanza orgogliosa. Non del registro. Di essere milanese e di avere un po’ votato, per il sindaco che sta tenendo fede a una delle promesse elettorali. Sono pure un po’ orgogliosa della risposta data da Pisapia alle inevitabili rimostranze della Curia milanese (qualcuno pensava davvero che Monsignor Scola si sarebbe fatto gli affaracci suoi? Facciamo le persone realiste).

Mi piace la gente che dice ai vescovi Dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. E i diritti civili per le coppie di fatto, spiace dirlo, ma nemmeno troppo, a chi ne è tanto convinto, non sono affare di Dio o chiunque ne faccia le veci con un altro nome. Sono affare che riguarda le leggi dell’uomo.

Tra l’altro, il registro di per sé ha un valore simbolico, non esiste ancora una legge dello Stato che regoli le coppie di fatto. Ma è un segnale, un messaggio chiaro e forte su dove si vuole andare. E a me piace pensare che i messaggi forti e chiari arrivino da Milano, quando hanno una valenza positiva. Lo scorso anno dicemmo, come milanesi, che un certo modo di vedere la politica non ci piaceva più. Ed eleggemmo Pisapia. Adesso il Consiglio Comunale presieduto da quello stesso Pisapia porta all’ordine del giorno il registro delle coppie di fatto. Ora non resta che sedersi e aspettare il voto finale.

Per qualche strana coincidenza (o forse perché in fondo, nonostante ci sia un’intera crisi economica a cui pensare, l’argomento tocca nervi sempre scoperti), anche tra le persone che seguo si parla, in questi giorni, dei diritti dei gay.

Scopro, con sincero stupore, perché non me l’aspettavo, che già negli anni ’80 a Roma esisteva una sorta di registro delle coppie di fatto, poi abolito da Carraro, sindaco democristiano (come volevasi dimostrare) e mai più ripristinato con l’avvento della cosiddetta sinistra in Campidoglio negli anni ’90 (se vogliamo raccontarci che Rutelli è di sinistra, raccontiamocelo pure, ma tanto non ci ha mai creduto nemmeno lui. Chi? Veltroni? Il filosofo del si può fare ma anche no che si mette a istituire registri per le coppie di fatto mentre il governo di sinistra non si mette nemmeno d’accordo sul nome PAX o DICO? Ma dico, da dove venite?).

Ciò significa che rispetto a 30 anni fa siamo nettamente tornati indietro, sull’argomento. Ed è inquietante.

Altra coincidenza vuole che Claudia linki un post discutibile, sempre sull’argomento. Un post scritto con evidente intento di provocazione, ma che non provoca. Costringe solo le menti pensanti a rendersi conto della pochezza di individui che fanno di questioni di estrema rilevanza un mero esercizio di retorica. Tra l’altro malriuscito, perché i commenti a quel post hanno l’aria dell’arrampicamento sugli specchi più maldestro a cui si sia mai assistito.

La risposta di Claudia, dal sapore un po’ ingenuo, forse, è l’esatto opposto. Parte da considerazioni umane e non sociologiche. Come è giusto che sia. I discorsi astratti, gli esercizi retorici fatti letteralmente col culo degli altri, lasciano il tempo che trovano.

Stiamo parlando di persone che hanno lo stesso diritto alla felicità e a formare una famiglia, o perlomeno, se dovesse essere ancora troppo presto per l’idea di una famiglia (mi si spiegherà un giorno il perché. Non affrettatevi con la storia che i bambini potrebbero crescere confusi. Un padre violento o una madre isterica fanno molti più danni sul bambino di quanti ne facciano due padri o due madri), che perlomeno vedano riconosciuto il compagno o la compagna con cui hanno scelto di condividere l’esistenza (o parte di essa), e non solo davanti a genitori scettici o amici e parenti.

Soprattutto in circostanze più ufficiali, e difficili. Per esempio decidere di staccareo meno una spina in un ospedale. Sono drastica? Vedo sempre la parte negativa? Il punto è che i momenti di condivisione felice non fanno molta notizia, ma i momenti in cui una persona ha diritto al suo dolore privato questo rischia di essere messo in discussione. Proprio dal mancato riconoscimento di una coppia che non rispetta criteri decisi da chi non è parte della coppia.

Per farla più semplice, il riconoscimento delle coppie di fatto è anche un modo per preservare le questioni che sono intime e che non devono riguardare nessun altro. Senza un riconoscimento ufficiale, paradossalmente, non si può pensare di avere diritto a una privacy di fatto negata, in questo momento.

Leggetevi il post di Claudia e rispondete, se ne avete voglia. C’è bisogno di parlare seriamente, di queste cose. Non come se fosse un mero esercizio retorico. C’è bisogno di fare discorsi umani. Perché è di esseri umani e dei loro diritti che stiamo discutendo.

Pensare che senza tutte queste coincidenze io di queste cose non avrei parlato. ll che significa che ogni tanto le coincidenze fanno bene alla salute. Pure se all’inizio non sembra.

A me sembra squadrismo.

23 lug

Puro e semplice.

Sia quello che è capitato a Catepol che quello che hanno messo in atto contro Marco Camisani Calzolari. Che non mi piace e non incontra le mie simpatie.

E  di cui sapevo tutto quello che c’è da sapere sul lavoro fatto per il sito di mister B., da anni e senza bisogno di leggerlo dal blog di Beppe Grillo (le notizie che non sono nascoste si trovano, solo chi è ignorante e bisognoso di essere imbeccato crede che la gente agisca nell’ombra sempre e comunque, e che sorpresa, MCC ha lavorato per mister B! Coglioni che non siete altro, basta leggere qualcosa che vada oltre il blog di Grillo, per scoprire il mondo di fuori).

Attacchi continui e mirati, chiamata a raccolta di seguaci per organizzare spedizioni punitive, minacce, insulti…

Manca l’olio di ricino. Vogliamo arrivarci sul serio? O ci fermiamo prima?

(esagero? Spero di sì, ma non ci giurerei. E sono pure stanca di sentire l’eterno coro dei minimizzatori. La minimizzazione ha sempre avuto conseguenze nefaste. Ma la memoria storica non è un’abitudine, in questo Paese)

Riflessioni della domenica mattina.

22 lug

I social network potrebbero essere dei luoghi interessanti da frequentare virtualmente.

Se solo ci fosse un test IQ per consentirne l’accesso a chi si iscrive.

(e niente, ogni tanto le mie tendenze totalitariste si riaffacciano. Ma non è colpa mia, è che mi fanno incazzare. Di mio io sarei pure una brava persona, tollerante. Se solo non ci fosse così tanta gente stupita al mondo…)