Quelli che se la andavano cercando.

il post seguente giunge con qualche giorno di ritardo causa sbollimento della rabbia che la vicenda ha provocato. Chiedo venia.

Qualche mese fa ho visto una puntata di Correva l’anno. Parlava di Sindona e di Giorgio Ambrosoli.

Ora, quando morì Ambrosoli io ero troppo piccola per poter capire vagamente cosa stesse capitando. Sentii parlare per la prima volta di Sindona anni dopo, con il suo suicidio al caffé.  Ancora oggi mi sfuggono molti particolari dello scandalo del Banco Ambrosiano, che nella mia mente si traduce in un’immagine: quella di una sede del Banco che mostrava le sue vetrine in un palazzo che stava in corso Vercelli e che negli anni ha cambiato gradualmente insegne.

Adesso a passarci davanti si vede l’insegna della BPM (come da foto). Ma prima ancora ricordo che dal Banco Ambrosiano si passò alla Banca Ambrosiana, che a dire il vero non riuscivo a capire cosa fosse, ma dopo avere sentito parlare, e tanto, di Sindona, avevo l’impressione che quei cambiamenti di insegna fossero la migliore sintesi di tutta la faccenda.

Però ancora non avevo sentito nominare Giorgio Ambrosoli e il suo lavoro.  Mi capitò anni dopo. Vedendo il film Un eroe borghese.

Confesso che mi ritrovai a vedere il film solo per la presenza di Fabrizio Bentivoglio, che adoravo da quando mi capitò davanti la prima volta Marrakesch Express.

E mi trovai davanti un personaggio che non avrei mai neanche immaginato. Ora, i personaggi nei film, soprattutto i protagonisti, sono in un certo senso costruiti apposta per sembrare simpatici. Ecco, a me nel film Giorgio Ambrosoli non sembrava simpatico. Lo trovavo piuttosto milanese, nel senso peggiore del termine, e inquadrato. Mi sembrava semplicemente un contabile. Era come raccontarmi la storia di un ragioniere. Solo che man mano che la storia continuava mi accorgevo che quello non era un ragioniere qualunque. Era proprio quella cosa, quell’inquadramento da ragioniere, e quel suo essere milanese, che cominciava  a piacermi. E a un certo punto, come succede in tutti i film italiani del filone, cominciavo a intuire come sarebbe andata a finire.  Di sicuro se avessi conosciuto la storia di Ambrosoli dall’inizio non avrei nemmeno dovuto aspettare la fine, per saperlo. Però andò così, e quando ancora stavo sperando che ci fosse un finale di quelli americani, Ambrosoli era steso a terra sul marciapiede di una via di Milano.

Dopo il film chiesi chi era, Ambrosoli. Forse me lo raccontò mio padre. E mi piacque, Giorgio Ambrosoli. Nonostante l’antipatia iniziale. Era uno di quelli che vengono chiamati a fare qualcosa che magari, potendo scegliere, eviterebbero, ma che la fanno, perché è la cosa giusta da fare.

Sempre dopo il film scoprii il libro di Stajano, che porta lo stesso titolo. Lo trovai a casa di mia zia, in mezzo ad altre decine di libri. Mi vergogno ad ammettere che dopo averlo iniziato dovetti lasciarlo giù, ed è ancora lì che aspetta. Anche se l’ho requisito. Attende tempi migliori, come tante altre storie che ho cominciato a leggere e che non ho mai ripreso per mancanza di tempo.

Erano mesi che riflettevo sull’opportunità di nominare Giorgio Ambrosoli. Perché nonostante il poco che so di lui, è una delle persone che non mi devono nominare in occasioni particolari, perché mi ricordi che ci sono state. Ho un numero di eroi personali di cui sono molto gelosa, e che di eroico in fondo non hanno fatto niente a parte non rifiutarsi di fare il loro lavoro.  Nemmeno a dirlo, sono in un certo senso caduti sul lavoro. E ultimamente, quando mi sveglio mettendo in fila tutti i miei defunti (capita molto spesso, questa cosa di svegliarmi e pensare ai miei morti. E’ come se avessi un personale altare dedicato ai penati. Un altare mentale), metto in fila anche loro, perché non stanno male, insieme ai miei nonni e a qualche persona che non c’è più e invece dovrebbe esserci ancora. Mi rendono sopportabili le giornate, queste persone.

Ed ecco che mentre stavo riflettendo sull’opportunità di parlarne, scopro che altra gente ne ha voluto parlare, proprio di questi tempi. E che qualcuno, a parlare di Ambrosoli, non solo non prova il minimo pudore. Lo tratta anche come uno che se l’andava cercando.

L’uscita di Andreotti è stata così insopportabile che prima gli ho augurato di levarsi dalle scatole il prima possibile (sarebbe pure ora), e poi ho dovuto scomodare il mio pudore per  i miei eroi personali.

Perché se è vero che andarsela a cercare è, di fatto, un modo di dire che si sente fin troppo spesso,  qui a Roma, è ancora più vero che tra tutto quello che si può sentire da queste parti è la frase più odiosa.

Sottintende che non ci si deve, mai e poi mai,  fare gli affari altrui, soprattutto quando si rischia di pestare i piedi al più forte. Del più forte bisogna avere un sacro timore reverenziale. Se non lo si ha, sono cazzi. E ne paghi le conseguenze.

Il non andarsela a cercare è un invito piuttosto esplicito a restare al proprio posto. Una sorta di avvertimento mafioso e un monito a non mettere il naso in affari che solo in teoria non ci riguardano.

E uno sminuire la morte di un uomo che ha fatto il suo dovere di cittadino, invece di starsene chiuso in casa a guardare dalla tapparella chiusa, come fanno invece i bravi sudditi.

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5 thoughts on “Quelli che se la andavano cercando.

  1. Cioè, come dire che Borsellino e Falcone “se la sono andata a cercare”.
    Stapperò una bottiglia di spumante, quando morirà. Ma di quello buono però.

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