Paz e Pert*

*qualche appunto in calce a una mostra e qualche buon motivo per andare a visitarla

L’invito mi è arrivato da Antonella, la settimana scorsa. Vieni a vedere la mostra di Paz?

Presente quando sapete che c’è qualcosa perché qualcuno ve lo ha detto, vi passa per l’anticamera del cervello il pensiero che sì, si potrebbe farci un salto, e poi resettate perché tra il momento in cui formulate il pensiero e il giorno in cui pensate di poter fare una cosa simile passa quella cosa che si chiama vita?

Ecco, a me è successo questo. Quando lessi della mostra, pensai ci dovrei andare, come sarei dovuta andare in un sacco di posti dove alla fine non ho messo piede.

A mia discolpa, oppure come ulteriore aggravante, c’è il non essere mai stata di quelli che Pazienza era un grande! e via a seguirlo anche in giro per l’Italia appena c’era una mostra dedicata a lui.

Però ieri l’occasione c’era. Il tempo pure. Era un sacco di tempo che non vedevo un’amica, e il caso ha voluto che uscissi di casa senza ulteriori intoppi per arrivare fino a via dei Prefetti, allo spazio Incontro Fandango.

Ci siamo trovate piuttosto tardi, alle 17. In fondo è una mostra, per di più di fumetti.

Quanto vuoi che possa durare?

Ve lo dico subito. Dura tanto.  Perché una mostra di fumetti prevede che si legga tutto quello che c’è nelle vignette, e le vignette sono tante.

Non solo. Ci sono anche i pannelli che raccontano lo strano rapporto tra Pertini e Pazienza. I pannelli che raccontano la vita pura e semplice (e mai come nel caso di cotanto antifascista della prima ora la parola semplice è un eufemismo) di Pertini, e le teche in cui sono racchiuse le lettere, le foto, i documenti d’epoca.

C’è tanto da fare, durante il percorso. Io, per dire, ho cominciato a sentirmi bene. Mi riaffioravano ricordi di quando ero bambina e ogni volta che dovevo pensare a Pertini non mi veniva mai da dire il Presidente Sandro Pertini, ma pensavo Nonno Pertini.

Per uno strano caso sono tra gli ultimi esponenti di una generazione a cui non saranno i genitori a raccontare che un tempo sono esistite persone in grado di finire in galera per le loro idee, e di esserne tanto convinte da portarsele dietro per tutta la vita. Ne ho ricordi miei.  Ricordi di nonni, ricordi di discorsi sentiti in casa nel momento in cui le cose stavano accadendo. Discorsi che sul momento non avevano un grande significato, ma che a distanza di anni trovano la giusta collocazione. Come una discussione banale, con mio padre, a pochi mesi dalla morte di Pertini, nel 1990, quando chiesi Secondo te Cossiga ci andrà a vedere la finale, se ci arrivano? e mio padre, con la sua tipica disillusione, rispose Cossiga non è Pertini.

A ripensarlo oggi, viene pure da dire ci mancherebbe. Il problema è che come Pertini non c’è in giro più nessuno. E a dire il vero dello stampo di Pertini, nella vita, ne ho visto uno solo. Era uno scricciolo, quando l’ho conosciuto. Ed era socialista come lui. Ha messo al mondo mia madre.

Forse è per questo che quando pensavo a Pertini lo chiamavo Nonno. Perché era fatto come lui. Avevo l’idea del nonno burbero ma onesto fino al midollo.

E ieri ripensavo a tutte queste cose, mentre vedevo la mostra. Che ha due facce: le stesse facce date da Pazienza al personaggio di Pert. Quella della resistenza, in cui gli fa da compagno stupidotto che combina guai di continuo. E quella malinconica del Presidente che guarda un Paese irriconoscibile.

E’ un bel posto, quella mostra. Si ride, ci si commuove. Quando si arriva a vedere il documentario dedicato a Pertini ci si incazza pure un po’. E si pensa, tanto, a come potevamo essere e a come siamo diventati.

Andateci, a vederla, se siete a Roma o se ci passate. Non fa mai male trovarsi in un posto del genere. Magari portateci pure i vostri figli, e spiegategli per filo e per segno che c’è stato anche qualcosa di buono, degno di essere raccontato ai nipoti, in questi 65 anni di Repubblica.

Anzi, se ci andate un sabato o una domenica ci torno con voi. Mi mancano 10 minuti di documentario.

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(comunque, io più guardo Pert e più lo trovo simile a mio nonno Alfonso. L’unica differenza è che lui al massimo si fumava un toscanello…)


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