Disavventure quotidiane negli uffici postali dell’Urbe

Non mi capita spesso di trovare un impiegato postale che corrisponde allo stereotipo del fancazzista che non ha voglia di fare una beneamata fava oppure è di un’incompetenza tale da far rimpiangere a tutti gli abituali utenti delle Poste over 60 i bei tempi di quando c’era Lui e i treni arrivavano in orario.

Però c’è sempre una prima volta, e la mia prima volta è stata ieri, a Piazza dei Tribuni

Allora, io sono una persona fortunata, ho davanti a casa un ufficio postale che uso in genere per le spedizioni postali (pieghi di libri, raccomandate… Non vado mai oltre, le bollette sono domiciliate, e quando non lo sono competono ad altri). Quando devo spedire qualcosa, mi armo di busta e pazienza e attraverso la strada. Secondo la fila e il funzionamento dei sistemi operativi, riesco a cavarmela al massimo in 40 minuti.  La fila in genere è la cosa più fastidiosa, il quartiere è popolato di anziani, e gli anziani, poveracci, popolano le poste di continuo. Fanno persino tenerezza certe signore di una certa età che non si reggono in piedi però vogliono andare per forza in posta. Ho vissuto per tre anni con una donna di allora oltre 70 anni, era la mia padrona di casa, e riusciva a muoversi o a uscire di casa talmente poco che invece di lasciarmi andare a pagare le sue bollette preferiva andare da sola, perché almeno esco di casa.

Aveva anche un sacco di altri difetti, però questa cosa per lei era importante.

Torniamo a noi. Ieri non dovevo spedire posta o libri. Mi serviva una posta pay. E non una di quelle normali, con circiuto Visa Electron. Io viaggio con Ryanair, da un annetto un po’ meno per motivi contingenti, ma ogni tanto capita. E Ryanair da un annetto ha una convenzione con il circuito Mastercard. Senza, pago sei euro di spese di carta di credito. Non per acquisto. Per biglietto acquistato. Per andata e ritorno sono 12 euro. Un po’ troppo per una che usa i voli low cost al solo scopo di risparmiare.

Problema. La posta pay in questione non si trova in tutti gli uffici postali. Però sono fortunata, perché vicino a casa mia, a 15 minuti a piedi o 5 con tre fermate di metropolitana c’è appunto la posta di Piazza dei Tribuni.

Ci vado, approfittando di due ore libere che mi trovo davanti.  Capisco l’invecchiamento in posta, ma oltre due ore non penso di andare.

Arrivo alla posta e prendo il numeretto. Non c’è gente, anche se inspiegabilmente tutti gli operatori che si dedicano ai servizi finanziari sono di una lentezza esasperante. Tra me e l’ultimo numero chiamato ci sono 8 persone. Per sei sportelli attivi. Per fortuna in quattro (h)anno* rinunciato, così dopo un quarto d’ora sono davanti allo sportello, a chiedere la mia posta pay, convinta che l’operazione sarà semplice come le altre due volte in cui ne ho richiesta una.

Già alla domanda vorrei una posta pay gift l’impiegata mi guarda come se stessi chiedendo un piatto di coda alla vaccinara.

La domanda successiva, formulata nel panico, è ma la vuole anonima?

Ora, qui ammetto che il problema è stato un po’ mio, perché quando mi ha chiesto se la volessi anonima non sono riuscita a capire esattamente cosa intendesse. Sono passati troppi anni da quando lavorando con Cartasì conoscevo a menadito la differenza tra carte anonime e nominative e la procedura per trasformarle.

Però diciamo che questo è un problema che avrei potuto risolvere in seguito. Ho risposto va bene anche anonima.

Quindi l’impiegata si allontana e infila una di quelle porte dove in genere gli impiegati postali si infilano sparendo per minuti inenarrabili, magri per prendere una carta nuova, e tu, che non sai cosa succede lì dietro, ti chiedi quanto tempo ci vuole per recuperare questa benedetta carta, se per caso non c’è nascosto ai tuoi occhi un capannone di cinesi che non appena si chiede una carta di credito prepagata comincia a prepararla al momento (uno di questi giorni voglio vedere che c’è dietro quelle porte…)

Ricompare mentre sto meditando di andare al bar di fianco a bere un caffé e mi dice che la carta, una volta acquistata, deve essere attivata al numero di telefono. Chiedo quindi devo chiamare il call center? e mi sento rispondere non lo so se è il call center, bisogna telefonare.

A questo punto cominciano francamente a girarmi le palle, perché non mi sembra di avere fatto una domanda ai confini con la realtà, e glielo dico: mi scusi, ma non mi sembra di avere fatto una domanda assurda, dovrebbe sapere come funziona qualcosa che mi sta vendendo… Me lo sta vendendo lei.

Niente commenti sull’acidità, grazie. Era talmente evidente che la signora non sapeva da che parte cominciare, con questa carta, che mi stavo chiedendo seriamente perché non si scusasse un attimo e non andasse a chiedere spiegazioni a qualcuno. Magari ai cinesi nella stanzetta di fianco, che di sicuro ne sapevano più di lei…

Comunque. Alla fine ne veniamo a capo, e mi presenta il contratto da firmare. Chiedo ha una penna? e di nuovo mi cascano le rotule e si fanno un giro per tutto l’ufficio postale. La risposta: ne ho solo una, serve a me, come faccio a scrivere?

Sono talmente incredula che incrocio lo sguardo della signora all’altro sportello, anche lei in attesa di qualcuno che è sparito nella stanza dei cinesi, e spalanco tanto di occhi davanti a lei. La signora fa spallucce.

Ho stranamente una reazione zen e mi ricordo di avere, da qualche parte in borsa, una penna. La recupero e compilo il modulo, meditando seriamente di scrivere al direttore delle poste per chiedergli la cortesia di fornire a questi poveri impiegati qualche penna in più, perché un giorno potrebbe presentarsi qualcuno che la penna, in borsa, non ce l’ha.

Alla fine ne usciamo indenni, anzi, riusciamo a trasformare anche la carta da anonima a evoluta (a proposito, non fate il mio errore, se ne comprate una: chiedete subito una carta evoluta. C’è sempre la remota possibilità che l’impiegato/a davanti a voi non capisca cosa significa evoluta, ma a quel punto l’errore sarà esclusivamente suo e voi avrete la coscienza a posto). Ci sono state un’altra serie di sparizioni, stavolta dietro un’altra porta, quella dove gli impiegati postali si nascondono per fare fotocopie e da cui escono individui in camicia e cravatta che hanno tutta l’aria di essere un gradino sopra gli addetti allo sportello.

Devo dire comunque che pure questa operazione è stata portata avanti  con una certa stolidità da parte dell’impiegata, che alla domanda quanto ci vuole per la tarsformazione? invece di darmi uan tempistica mi risponde ma se ha fretta può tornare in un secondo momento, anche tra un paio di settimane.. (probabilmente stava calcolando il tempo rimanente del suo contratto e voleva essere sicura di non essere più presente al mio ritorno).

A un certo punto me lo ha detto apertamente. Questa carta pare che l’abbiamo chiesta in due, in quell’ufficio postale. Quindi la signora, in effetti, non sapeva che cosa doveva fare. Davanti all’ultima operazione mai vista prima si è pure decisa ad alzarsi e chiedere spiegazioni ai colleghi.

Sono uscita da quell’ufficio postale con un’ora e mezza di vita in meno e una carta prepagata in più nel portafogli.

Però la prossima volta, per evitare problemi, mi cerco un altro ufficio postale. Se devo sperimentare altra stolidità degna degli stereotipi degli impiegati postali, preferisco assistere a variazioni sul tema.

Poi che ne so? Potrebbe andarmi meglio.

*si ringrazia Muriel e la sua solerte attenzione agli errori di ortografia. Se questo post ha smesso di offendere l’ortografia della lingua italiana alle 21.00 è solo merito suo.

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3 thoughts on “Disavventure quotidiane negli uffici postali dell’Urbe

  1. Mi spiace, Muriel, ma il mio correttore di blogze stamattina era fuori uso e io ho postato senza rileggere… Chiedo venia per l’offesa enorme recata al tuo istinto di grammarnazi! 😀

Ehi, tu che stai per commentare. Sei proprio sicuro che il link al tuo blog inserito in calce al commento sia necessario?

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