Non condivisibile

Da qualche anno l’8 marzo mi rende idrofoba.

Non la cosiddetta festa della donna, per quanto non riesca a capire cosa ci sia da festeggiare come una buona parte delle donne che conosco, e nemmeno per la solita storia dell’ipocrisia del ricordarsi delle donne una sola volta l’anno e blablabla.

Tantopiù che quest’anno l’8 marzo non era solo 8 marzo, arrviava dopo il 13 febbraio, e si spera prima di altre giornate altrettanto importanti.

Però io da qualche tempo non ho proprio voglia di sentir parlare di diritti delle donne, e cose simili, l’8 marzo.

Qualche anno fa ho incontrato una donna, durante la produzione di uno spettacolo multimediale in cui una regista aveva pensato bene di fare le nozze coi fichi e di girare un lungometraggio di 90 minuti per amore dell’arte.

La donna a cui mi riferisco non era la regista, una pazza furiosa che aveva il culto di Bergman e del cinema d’autore e che durante una conversazione a tavola, alla domanda ma tu hai mai visto qualche film nazionalpopolare? (nazionalpopolare era la definizione che usava lei per definire i film commerciali, di cassetta, che piacciono al grande pubblico) rispose Certo. Casablanca suscitando l’ilarità dei presenti e dimostrando di essere rimasta ferma negli anni ’60, quando in effetti Casablanca poteva essere un film nazionalpopolare, se non altro perché mamma Rai lo aveva trasmesso in televisione e persino le nonne  che alla sua uscita in sala non si erano potute permettere di entrare al cinema un’occhiata gliel’avevano data.

La donna di cui parlo si chiamava Greta, e in quel lungometraggio fatto come le nozze con i fichi aveva il ruolo di direttore di produzione. Dal momento in cui prese in mano i lavori cominciò a contestare le richieste assurde della regista, evitò di riempirla di sacrosanti calci  nel fondoschiena quando voleva accendere 4 fuochi al castello di Palombara Sabina in una stanza affrescata da Perino del Vaga, pittore della scuola di Raffaello, motivando la decisione di annerire degli affreschi del ‘500 con un se io non lo conosco, non sarà così importante, trovò una serie di persone disposte a lavorare con un compenso minimo e che erano necessarie per quel lavoro (c’è da dire che la regista, oltre a voler essere regista, attrice e pure cantante, aveva preparato anche un prospetto dei compensi, in cui non aveva previsto nessuna figura tecnica a parte il direttore della fotografia e il musicista. La sceneggiatura nemmeno l’aveva contemplata e mi fece impazzire per tradurre una shooting list in qualcosa di coerente. Lavoro che secondo lei non aveva avuto la minima importanza.  La voce più alta nel suo budget  risultava quella per le musiche. Composte dal suo compagno…), e riuscì quasi a non far slittare di un giorno le riprese sul set a causa dei capricci continui  dell’artista.  Si prese pure la soddisfazione, a fine riprese, di salutarla con un Cùrati.

Io alla fine delle riprese non c’ero più, per tutta una serie di motivi. Inclusa poca sopportazione da parte del direttore di produzione nei miei confronti. Era il primo set serio a cui avrei dovuto partecipare, e avrei dovuto fare da segretaria di edizione, dopo la scrittura della sceneggiatura. Ma lavorare con la regista prima dell’organizzazione delle riprese mi aveva ridotta ai minimi termini e un pomeriggio collassai. Fine dei giochi.

Quello che avvenne dalle riprese in poi mi fu raccontato molto meglio dagli sguardi d’odio dell’attrezzista, della costumista e della truccatrice che qualche volta, sporadicamente, mi capitava di incontrare.

La direttrice di produzione (che si dice direttore, ma chisseneimporta) mi capitò di fianco un pomeriggio, mesi dopo, al cinema Intrastevere, durante la proiezione dei corti di Arcipelago. Eravamo in sala a vedere lo stesso cortometraggio, Zinanà di Pippo Mezzapesa. Ci salutammo e poi ci ignorammo tranquillamente.

Fu l’ultima volta che la vidi. Anche se a me quel direttore di produzione piaceva per carattere e per storia (era rimasta orfana di madre anni prima e si era presa cura della famiglia mentre nel frattempo si costruiva una carriera. Arrivava da Ferrara, aveva il modo di fare di un sacco di donne che ho conosciuto dalle mie parti, di quelle di cui hanno buttato via lo stampo un bel po’ di tempo fa), non ci eravamo prese.

Poi un anno dopo mi arrivò una telefonata. Credo fosse il 9 marzo. Mi chiamò una persona che conosceva entrambe, e con un sacco di giri di parole mi disse Greta se n’è andata.

Ora, io ho sempre trovato insopportabile questo modo di dare le notizie, per addolcire la pillola. Quando mi disse questa cosa, risposi in automatico Dov’è andata? e alla fine mi disse che si era suicidata il giorno prima.

Era sola in casa. L’avevano trovata il giorno dopo.

Non andai al funerale a Ferrara, non aveva molto senso andare al funerale di una persona con cui non ci si era prese durante un lavoro. Per un annetto non ho voluto nemmeno sapere come fosse capitato.

Me lo disse, 365 giorni dopo, l’attrezzista del film fatto come le nozze con i fichi. Si era impiccata. Davanti al suo cane, che ora si era presa in carico la truccatrice. Io non avevo mai visto casa di Greta. Non riuscivo a immaginarmi dove potesse avere appeso la corda, e come potesse essere stato arrivare a casa sua e trovarla così. In effetti non sono mai riuscita nemmeno a immaginare perché una persona possa pensare di suicidarsi proprio in quel modo.

Poi l’amico che mi diede la notizia mi raccontò che Greta soffriva di disturbo bipolare. Io non conoscevo il disturbo bipolare, se non di nome. Mi spiegò che il disturbo bipolare poteva portare a stati emotivi opposti: esaltazione e depressione. E che una persona che soffre di questo disturbo non dovrebbe mai stare da sola.

E invece Greta, a parte il suo cane, viveva sola. E il giorno che ha scelto per impiccarsi è stato l’8 marzo, il giorno in cu secondo la visione comune le donne sono in giro in gruppi perché è la loro festa.  Lei era a casa, ha preso una corda e tutto il resto.

Insomma, da quando mi hanno raccontato questa cosa io per l’8 marzo ho un po’ di problemi a pensare ad altro. Per il resto del mondo è una giornata in cui si celebrano le donne, nel bene o nel male.

Per me è diventato il giorno in cui è morta Greta.

 

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