Vita da call center – Lei non sa chi sono io*

E così è arrivato un altro di quei giorni, quelli che vengono paventati durante le formazioni, in cui al telefono si trova qualcuno che ci tiene, a farti sapere il suo intero curriculum vitae, perché deve dimostrarti il suo inalienabile diritto a ricevere informazioni che non gli puoi dare perché,  semplicemente, non sono informazioni che riguardano lui bensì sua moglie. O sua figlia. O un suo cliente. O la sua amante. Per chi sta chiedendo informazioni, non ha importanza. Lui è lui, tu non sei un cazzo ergo devi rispondere alle sue domande.

Quello di ieri, per la precisione,  era un avvocato.

Che voleva sapere il numero della domanda di disoccupazione della moglie. Munito di codice fiscale della signora, come te sbagli?

Alla prima, gentile, risposta: non posso dare informazioni se non identifico la titolare della pratica in linea, l’uomo (perché fino a quel momento non avevo la più pallida idea di chi fosse in linea dall’altra parte, pensavo fosse un comune mortale come tutti noi, uno di quelli che siedono sulla tavoletta del cesso quando espletano determinate funzioni corporali, per intenderci) si palesa e mi comunica che lui è Avvocato.

Ora, l’ Avvocato non lo poteva sapere, ma a me, quando le persone si identificano con il loro ruolo, lavoro, grado, eccetera eccetera, come se questa cosa dovesse farmi scattare sull’attenti e aprire chissà quale porta con un inchino e un rivoletto di bava alla bocca, comincia a montare dentro qualcosa che istintivamente mi farebbe rispondere: esticazzi? **

Se non mi lascio andare a colorite esternazioni della mia reazione sulla scoperta che finalmente mi permetterà di portare a termine un sonno completo di 8 ore è solo per educazione, e per istinto di conservazione. Una cosa che ci viene insegnata, purtroppo, è che quando riconosciamo uno stronzo al telefono non dobbiamo assolutamente trattarlo come si merita, ma dobbiamo fingere che sia un individuo rispettabile. Perché è lui dalla parte del torto e ci deve rimanere.

Non so quanto sia condivisibile questa visione della vita.

A mio modesto parere se una persona che telefona a un call center  si permette di comportarsi da stronza facendo la voce grossa e indicando il risultato conseguito dopo un esame di Stato, risultato peraltro conseguito da cani e porci (magari a Reggio Calabria perché, si sa, lì è più facile), come se questo fosse un titolo nobiliare che la rende superiore in qualche modo all’operatrice con cui sta parlando al telefono, si meriterebbe un processo del Direttorio.

Limitarsi a chiamarla come si merita sarebbe un semplice atto di carità cristiana, nonché un gesto liberatorio.

Ma queste sono le mie personali opinioni e il padrone in questi casi ha dalla sua la ragione dell’uomo che paga lo stipendio. Così mi limito a ribadire che comunque non siamo autorizzati  a dare informazioni su pratiche di cui non identifichiamo il titolare in linea.

Risposta: Nemmeno se sono il suo avvocato?

Arriva un momento nella vita dell’operatrice call center in cui anche la cortesia verso l’utente viene a cadere e deve spiegargli qualcosa che sarebbe lampante anche per il suo cuginetto di tre anni: Mi perdoni, ma siamo al telefono. Lei mi sta dicendo che è un avvocato e che è il marito della signora, ma per me potrebbe essere chiunque.

A questo punto l’avvocato, che non ci sta a non ricevere l’informazione a cui pensa di avere un diritto divino (perché poi queste faccende, da risolvibili nell’arco di un va bene, vi faccio richiamare da mia moglie, si trasformano in questione di principio in cui quello che pensa di avere più ragione decide che la deve spuntare)  ci tiene a farmi notare che pochi minuti prima un altro operatore, di cui mi comunica il codice, ha prenotato la pratica e quindi per lui  io dovrei comportarmi come il collega.

La mia risposta è la stessa, anzi, con l’aggravante di avere saputo che c’è stato un coglione prima di me che invece di rispettare una normativa uguale per tutti ha deciso di fare di testa sua.

Rispondo che non so cosa abbia fatto l’operatore prima ma se non ha rispettato la normativa è stato un errore suo. Io non sono responsabile di quello che fanno i colleghi e agisco esattamente come mi viene richiesto. Se non identifco la titolare in linea, non dò informazioni.

(la questione di principio vale da entrambe le parti, e per me è ancora più di principio, considerando che se mi trovano a dare informazioni che non posso dare rischio di non vedermi rinnovato il contratto da qui a pochi giorni)

L’avvocato viene messo alle strette, e poiché è un osso duro si gioca la carta della voce grossa.

Mi chiede il mio codice (deve avere una passione viscerale per i codici degli operatori), che avevo già comunicato a inizio telefonata. Glielo ripeto. Mi chiede il nome, anche questo comunicato a inizio telefonata. Di nuovo ripeto. Mi chiede il cognome. A questo punto gli rispondo che ha già il mio codice e il nome, gli bastano e avanzano (in tutto ciò io non so ancora come si chiama, a meno che nel momento in cui mi ha comunicato la professione non stesse in realtà comunicandomi il suo cognome: signor Avvocato).

Quando nemmeno lo spauracchio del numero operatore ha effetto, inizia con la logica: si rende conto che questa cosa è illogica e che potrei prendere una qualunque donna facendola passare per mia moglie?

Sì, me ne rendo conto, ma di sicuro sarà costretto a telefonare perché io so che sua moglie non è presente e anche se mi passasse una qualunque donna al telefono io adesso saprei che non si tratta della persona in questione.

Parte l’ultima carta: quella dell’incompetenza. Comunque lei si deve studiare la legge perché la legge non funziona così.

A questo punto, ricevere lezioni su come funziona la legge sulla privacy da un avvocato che non si prende nemmeno la briga di non fare la figura dell’emerito pirla con un’operatrice che gli sta riportando una normativa non decisa da lei ma richiesta dal datore di lavoro mi sembra fiato sprecato.

Saluto (con buona giornata, eh, non con il vai a morire ammazzato che il signor Avvocato si sarebbe meritato) e riaggancio.

A fine telefonata, quando finalmente posso riprendere fiato, il collega di fianco mi dice hai fatto bene. Ieri è successo un casino proprio per questo motivo.

Di avere fatto bene, per la verità, non ho dubitato nemmeno per mezzo secondo.

 

*Il lei non sa chi sono io non è esclusiva del mondo dei call center. Capita ovunque. Ci sono due modi per sopravvivere al lei non sa chi sono io. Il primo è la posizione a novanta gradi. Il secondo è rispondere Zitti tutti che mo’ il signore ce dice chi è. Con l’esercizio della retorica che richiede lo spocchioso che si incontra, naturalmente.

**Sticazzi alla romana, ci tengo a precisarlo, perché lo sticazzi alla milanese non ha lo stesso effetto.

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