Guerra sì. Guerra no. Guerra boh.

Sono un po’ distratta in questi giorni, e pur sapendo cosa succede in Libia arrivo sempre a casa in ritardo per leggere le notizie.  Diciamo che questa cosa non mi dispiace, perché leggere ogni cinque secondi sul cellulare della situazione internazionale fa partire il cervello e il mio cervello in questi giorni è a mezzo servizio.

Però ho avuto strane sensazioni. Date soprattutto dalle reazioni della gente che seguo su social network (al lavoro, mi spiace doverlo comunicare, di Libia non si parla. Siamo troppo immersi nei disoccupati già decretati da lettera di licenziamento e dalla probabile imminente disoccupazione di alcuni di noi. Il tempo libero tra una telefonata e l’altra cerchiamo di occuparlo scaricandoci addosso ansia per il futuro a vicenda, e per la Libia lo spazio è risicato), che in questi giorni sta aprendo dibattiti continui.

Mi sembra di essere tornata ai tempi in cui studiavo storia, quando leggevo degli interventisti e dei non interventisti. Quando Mussolini, per dire, era ancora socialista ma a  favore dell’intervento nella Prima Guerra Mondiale. Nell’epoca in cui i socialisti erano contro la guerra. Sempre per dire.

E mi sembra pure di essere tornata al Kossovo. Quando una mia amica chiese se secondo me era giusto o sbagliato l’intervento militare. Io le risposi onestamente non lo so. Perché, onestamente, non lo sapevo. Anzitutto sapevo pochissimo del Kossovo, non avevo letto tutto il leggibile, non avevo nemmeno le idee chiare su quello che stava capitando, non riuscivo a distanza a capire quale fosse la risposta giusta da dare davanti a una situazione del genere. E non ero nemmeno sicura che esistesse, una risposta giusta. Ero convinta che l’unica risposta che contasse fosse quella di chi stava sul territorio. Perché alla fine chi riceve le bombe è chi sta sul territorio. Chi muore sta sul territorio. Chi deve decidere se vuole intromissioni nella sua esistenza è chi sta sul territorio. Sono quelli che poi si dovranno grattare le ferite da soli, a guerra finita, chiunque vinca la guerra.

Quindi io la risposta non l’avevo. E risposi non lo so. Ma a lei non andava bene. Perché non è possibile non avere una posizione davanti a queste cose. Si deve decidere da che parte stare. E se ti metti dalla parte che il tuo interlocutore reputa sbagliata, allora diventi anche tu nemico da combattere. La capivo, la mia amica. Era stata a Sarajevo poco tempo prima, aveva visto le conseguenze del casino in Bosnia. Aveva fatto un’esperienza di volontariato, non era andata in vacanza.

E’ medico, la mia amica. All’epoca passava il suo mese di vacanza nei posti più sperduti della Terra a fare quello che pochi farebbero: curare la gente gratis dopo averla curata per tutto l’anno al lavoro. Aveva questa cosa, che ho sempre invidiato, di prendere e fare cose che nessuno farebbe e che nessuno le avrebbe mai chiesto, in realtà, perché sentiva che erano giuste. Però aveva anche questa idea monolitica che tutti dovessimo avere un’opinione precisa, bianco o nero, su una faccenda di cui non sapevamo molto a parte quello che arrivava dai giornali.

Ecco, io un’idea su quello che sarebbe stato giusto fare in Kossovo non me la sono mai fatta, perché pensavo a quello che succede quando le comunità internazionali lasciano dopo avere mandato contingenti militari. Quando poi non gliene frega più niente a nessuno, a parte la gente rimasta a leccarsi le ferite e i volontari. E vedevo la solita, brutta aria che vedo ogni volta che succede un casino in qualche luogo del mondo. Passati i titoli sui giornali, restano i morti da seppellire. Che siano della parte giusta o sbagliata non ha importanza. I morti restano morti.

Adesso sta succedendo qualcosa di simile con la Libia. Non proprio la stessa cosa. Intanto l’informazione è diventata più accessibile, almeno per me. Con internet si va ovunque. Si trovano notizie di tutti i tipi. Si leggono tutte le versioni della storia.  Quella di chi ci piace e quella di chi ci fa schifo. A volerle cercare, le notizie si trovano. Si trovano pure i segaioli mentali che parlano di messa in scena, e quelli che dopo aver chiesto a gran voce interventi delle comunità internazionali, quando le comunità internazionali intervengono tirano indietro la zampa.

La Libia e Gheddafi sono terreno meno ignoto di altri, nella storia dell’Italia. Fino all’altro ieri Gheddafi è stato un grande amico dell’Immenso Pirla che ci Governa. A dire il vero pure ora il Pirla sente compassione per quello che sta succedendo a Gheddafi. Forse perché vede la fine che fanno i despoti quando rompono troppo le scatole al popolo e si sente chiamato in causa, forse perché è amico sul serio di Gheddafi (e questo è qualcosa che non trova nessuna spiegazione logica, ma stiamo parlando sempre di un vecchio di 74 anni che dovrebbe essere ricoverato in un manicomio, a trovare un manicomio aperto).

Soprattutto, sul fatto che l’intervento in Libia non abbia nessuna motivazione umanitaria pare che si sia trovato un punto di accordo, tra interventisti e non interventisti.

Ed è finito quel modo antipatico di chiedere a bruciapelo sei a favore o contro la guerra? , che quanto ad antipatia viene surclassato solo dalla domanda vuoi più bene al papà o alla mamma?

Adesso ci si limita a esprimere il proprio pensiero in termini di io sono a favore della guerra, perché qui bisogna fare qualcosa per forza e non possiamo stare a guardare. Il sottotesto è se la pensi diversamente, allora sei un menefreghista . E poiché nessuno vuole essere tacciato di menefreghismo, si scatenano discussioni ai confini con la realtà dove il risultato resta quello di trovarsi un nemico contro cui lanciare missili metaforici e sfogarsi in qualche modo. Tutti contenti perché si fanno la guerra vurtuale. Tanto nessuno alza un dito per lanciare bombe, essere a favore o contro è piuttosto semplice, in questi frangenti. Si sta seduti comodamente a casa, a decidere tanto non siamo noi.

Non saremmo noi nemmeno se a livello di opinione pubblica scendessimo in piazza a protestare, sia chiaro, perché da anni chi governa se ne sbatte altamente le palle di quello che pensa l’opinione pubblica. Sappiamo bene che chi protesta contro le decisioni dell’esecutivo sono sempre 44 gatti radical chic, e che per Minzolini in genere non ci sono nemmeno proteste in piazza. Succede quando si parla dei fatti di casa nostra, figuriamoci se non accadrebbe in materia di politica estera.

Però fa stare tanto bene, decidere di essere dalla parte dei buoni e mettere gli altri nelle file dei cattivi. Massimo risultato con il minimo sforzo.

Io in tutto questo continuo a non sapere quale sia la mossa giusta. Perché continuo a pensare che non ci sarà, una soluzione definitiva. Che chiunque vinca la guerra, si conteranno sempre e comunque morti. E che alla fine si ricomincerà daccapo, o con Gheddafi vincitore o con un governo fantoccio messo lì dalle potenze occidentali. E i libici in mezzo.

Insomma, alla fin fine mi sembra sacrosanto non sapere quale sia la cosa giusta da fare.

Credo che gli unici ad avere diritto di parola su quello che è giusto o sbagliato a casa loro siano proprio i libici, intesi come la gente del popolo. Sono loro che alla fine seppelliranno morti. Non ci andrò io. Solo che la gente, quando succedono queste cose, è sempre l’ultima a essere interpellata.

Succede in democrazia. Figuriamoci sotto la dittatura di un pazzo furioso.

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