La Liberazione vista da Milano

Allora, cominciamo col precisare che sto diventando un caso patologico, perché dopo avere deciso che non sarei andata in manifestazione, domenica pomeriggio, domenica sera stavo già cambiando idea in preda ai sensi di colpa, e ho rinunciato alla gira fuori porta di pasquetta.

A conti fatti però è stato un bene, per me. Perché dopo che quei buontemponi goliardici che hanno pensato bene di saldare al Pigneto la scritta Il lavoro rende liberi (in inglese, che sai, così non se ne accorge nessuno, passa inosservata… Coglioni*) hanno chiarito una volta per tutte che certe commemorazioni col cazzo che sono anacronistiche, era anche un po’ doveroso scendere in piazza. Soprattutto quando per circostanze fortuite la piazza era quella di Milano.

E’ la seconda volta che partecipo alla manifestazione del 25 aprile a Milano. La prima volta fu nel 1996. Mi pare. Pioveva che Dio la mandava. C’era qualcuna delle vecchie amiche e compagne di scuola.

Ieri ero sola e c’era il sole. Almeno, ogni tanto c’era e ogni tanto no, ma faceva caldo. E a dire la verità c’era gente. Cosa che non mi aspettavo. Con gli anni mi sono abituata a pensare a Milano come a un luogo dove la gente ha poca simpatia per le manifestazioni, non so perché. Per un sacco di tempo le notizie che mi arrivavano erano legate ai centri sociali, più che al resto della cittadinanza. Da un po’ sto cambiando idea, pare che a Milano di gente che si è rotta le palle ce ne sia, e che scenda pure in piazza. Sicuramente fanno meno rumore di quelli che stanno al potere e che si puliscono il  fondoschiena con i diritti dei cittadini tutti i santi giorni, ma esistono.

Ieri però, data la pasquetta e il tempo clemente, pensavo di trovare meno gente in piazza. E di sicuro non ce n’era una marea. Forse meno di quella che ci sarebbe stata con un normale 25 aprile, di quelli in settimana, senza ponti. Ma c’era comunque tanta gente. Non solo nel corteo. Pure fuori a guardare. Perché sui marciapiedi di Corso Venezia non si camminava, non ci si spostava da una parte all’altra. Era complicato persino trovare una posizione.

Certo, guardiamo bene in faccia la realtà: Corso Venezia non è una strada enorme. Di sicuro non è Viale Manzoni. O Via Labicana. E neppure Viale Aventino. Però a Roma la gente non si ferma più a guardare i manifestanti. Si vede che ce ne sono troppi, non lo so.

Qui invece c’era gente comune che guardava gente comune e vecchi partigiani sfilare. Vecchi partigiani che poi son stati o son tornati pure loro gente comune, eh, mica eroi che uno li vede e li riconosce per strada. E la gente comune ogni tanto  applaudiva l’altra gente comune.  E a ogni gruppetto che cominciava a cantare Bella Ciao si univano tutti quelli che stavano a guardare.

E insomma, era bello. Era una roba che a non esserci mi sarei mangiata le mani. Perché poi a me ieri veniva un po’ il magone, e un po’ è iniziato ieri mattina, a guardare La Storia siamo noi, con tutto il racconto delle stragi dei nazisti dopo l’8 settembre, da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto. Fino ad arrivare a Mussolini che scappa e poi va a finire come sappiamo tutti quanti. Con la voce di Pertini che se lo ricordava, mentre usciva dall’arcivescovado, si erano passati di fianco.

E poi la commozione mi è  continuata a vedere i vecchi partigiani che stavano lì quasi all’inizio del corteo. E mi veniva da pensare al nonno, allo zio, e a un po’ di storie di famiglia che per un motivo o per l’altro non mi riesce mai di farmi raccontare per bene.

Poi ieri sera al ritorno è montata un sacco di rabbia. Perché come sempre il giorno della Festa della Liberazione c’è sempre chi deve rompere le palle. Che ti chiama comunista se ribadisci il tuo essere antifascista, che ti dice che vivi nel passaato.

E io, che a dire il vero faccio sempre una fatica boia, a continuare a scendere in piazza per ribadire cose che non dovrei più ribadire, perché dovrebbero essere ormai acquisite da tutti, base comune di quella che vuole definirsi società civile, ma evidentemente non è poi così civile, se troppo spesso chiude gli occhi e minimizza quello che dovrebbe essere stigmatizzato tutti i santi giorni, avevo fatto il pieno di odio.

Perché a pensarci bene è proprio a causa di questa gente, che minimizza e chiude gli occhi e percula e chiama comunisti, come se fosse l’onta da lavare col sangue (ma fascisti no, non è più una parolaccia, fascisti si può essere e nessuno si scandalizza, eh…), che da un sacco di tempo è diventato necessario scendere in piazza e stabilire una linea di demarcazione. Perché noi che siamo in piazza arriviamo da un altro posto, e ce ne ricordiamo tutti i santi giorni. E ci teniamo, a marcare la differenza.

E non si tratta di roba da comunisti, perché qui il comunismo non c’entra una fava. Si tratta di roba che ci ha insegnato a essere cittadini con pari diritti e pari dignità, tutti uguali davanti alla legge e con le stesse opportunità. Sta roba si chiama democrazia ed è in antitesi rispetto al fascismo. E quello che succede ogni 25 aprile è il ricordo della liberazione dal nazifascismo in Italia.

E se a qualcuno sembra che ci sia qualcosa da ridere, o di anacronistico, in questa cosa, farebbe meglio a ridere molto ma molto lontano da qui.

[seguiranno foto]

*Errata corrige

Scopro che il coglione è uno, un artista precario del Pigneto che voleva fare una provocazione e non si aspettava che qualcuno si risentisse. Ecco, se lo pesco, l’artista precario del Pigneto, gli spiego un paio di cose. Intanto che se vuol fare l’artista non può rompere il cazzo perché si ritrova precario. E poi gli insegno a modo mio cosa significa una provocazione. Gli faccio passare la voglia, gli faccio.


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2 thoughts on “La Liberazione vista da Milano

  1. Ciao Giuliana. Descrizione precisa dei sentimenti provati ieri. Sentimenti di una milanese che resiste!Posso pubblicarlo sul mio fb?
    Grazie.
    Sara

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