Ritorno all’ombra della Madonnina

[non è stato riletto e non ho intenzione di sistemare eventuali refusi. Se volete protestare sapete dove reclamare]

Ecco che torno a Milano per la seconda volta nell’arco di 20 giorni. Comincia a diventare un po’ monotono e faticoso, a dire il vero (del dispendioso è meglio tacere…).

Stamattina sveglia alle 6.15, treno alle 8.33. Quello che arriva a Torino. Sto cercando di ricordarmi perché invece di mandare all’Ufficio Elettorale un bel certificato medico fittizio per risparmiarmi due giorni di scrutinio ho deciso di andare a fare la brava cittadina e di farmi questa ammazzata di due giorni come scrutatrice. Ammazzata nel vero senso della parola.

Domani, domenica, il seggio apre alle 8 e chiude alle 22.  Se ricordo bene la mia precedente esperienza, abbastanza ai confini con la realtà a causa di uno dei peggiori presidenti di seggio mai apparsi sulla faccia della Terra (aveva l’incapacità totale di prendere una qualsivoglia decisione in completa autonomia, riusciva a creare dibattiti a cui partecipavano anche i rappresentanti di lista su ogni scheda da scrutinare. Finimmo il martedì mattina tutto il lavoro, mentre gli altri seggi erano già stati smontati e quasi ripristinati…), mi spetterà un’ora per la pausa pranzo.

Lunedì andrà anche peggio: apertura alle 7. Inizio dello spoglio a oltranza dalle 15 in poi.

Insomma, perché sto andando a casa mia dove sono ancora residente ma di fatto non vivo più, per votare un sindaco che mi interessa ben poco? E poi, perché se so già che il mio voto non avrà la benché  minima influenza sul risultato finale avevo deciso comunque di andare a votare, già sei mesi fa, per le comunali? Per non parlare dell’infinitesimo particolare: io ho la tendenza a votare sempre per il candidato che perde, alle comunali. Non perché porto sfiga, ma perché a Milano il candidato che perde di solito è quello che si avvicina, per quanto di striscio, ai miei principi. Non in tutto, non completamente, questo è chiaro, ma nell’era in cui si deve votare il meno peggio il perdente delle comunali di Milano è sempre il minore dei mali rispetto al vincente. E’ una simpatica tradizione che mi porto dietro dal mio primo voto, nel 1993.

Qualcuno dice che faccio questa cosa totalmente priva di logica  perché non sono qualunquista.  E lo dice in senso positivo. Non so, forse. Due anni fa mi ero raccontata che avevo deciso di non votare più per nessuno, considerando l’inutilità effettiva del mio voto ai reali fini del governo di stato ed enti locali. Poi  la realtà è che due anni fa non avevo proprio i soldi per prendere il treno e tornare  a Milano, durante le politiche. E nella mia decisione non c’era nessuna visione del mondo o nessuna ribellione contro un sistema in cui non credo,  ma la semplice mancanza di fondi per prendere il treno. Perché se fossi stata a casa, avrei semplicemente attraversato la strada e sarei andata a votare. Non ero a casa e non mi potevo muovere. E questa cosa mi sembra ancora oggi più deplorevole dello smettere in coscienza di andare a votare.

Insomma, non ho più voglia di sentirmi in colpa perché non sono andata a mettere quella crocetta su un candidato che di sicuro perderà, anche se a Milano, a meno di catastrofi a breve termine, sarà difficile ancora per un sacco di tempo che il mio candidato meno peggio possa vincere in una qualunque elezione.

E poi ho sempre avuto simpatia per i personaggi che fanno cose insensate ma che appagano le loro coscienze e i loro ideali. Tipo Don Quixote. O tipo Cirano.

Quindi mi sveglio alle 6.15 per andare a scrutinare e votare in un posto dove il mio voto non serve e dove non cambierà una virgola sul risultato finale. Per far tacere la mia coscienza.

E’ vero. Questo non è qualunquismo. Rasenta l’idiozia.

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