Quelli che ci piace il cibo tradizionale

Leggo l’ennesima boutade di un sindaco leghista, in provincia di Padova. Pare che a Cittadella non sarà possibile mangiarsi un kebab, perché lì sono per la conservazione delle tradizioni mangerecce.

Ora, a parte tutte le battute del caso e le possibili tracimazioni di bile che procurano ansa del genere, mentre pensavo alle tradizioni di certe zone del nord mi è tornato in mente un vecchio libro di Cesare Marchi, Quando eravamo povera gente,*  edizione BUR, che ho letto e riletto molto spesso dalla preadolescenza agli anni delle superiori. Forse pure oltre i 20. Non è un libro straconosciuto, anzi, probabilmente nella mia generazione lo conosce giusto chi ha genitori dell’ante guerra che a loro volta leggevano Cesare Marchi.

Però a me quel libro piaceva, e a rileggerlo ci trovavo sempre qualcosa di nuovo sul Paese che non ho mai visto che mi dava da pensare.

C’era un racconto, tra i tanti sparsi della vita della povera gente, che costringeva il lettore a un’incursione nel pranzo di una di queste famiglie povere dell’inizio del secolo scorso, quelle con più figli di quanti se ne potessero permettere considerando i criteri attuali. L’immagine era forte, mostrava la famiglia intorno a un tavolo alle prese con una quantità nemmeno grandissima di polenta, l’unico cibo possibile, e un’unica aringa appesa a una trave del soffitto con una corda. A turno i commensali prendevano un pezzettino di polenta e lo strofinavano sull’aringa, che impregnava la polenta del suo sapore. Dopodiché era il turno del commensale successivo.

Quello era il pasto normale. Un’aringa bastava per più di cinque persone. Se andava bene la domenica si mangiava meglio, ma non ricordo esattamente cosa. Non credo carne perché quella era dedicata alle sacre feste comandate.

L’immagine di questa famiglia intorno al tavolo, a insaporire la polenta con l’aringa, non mi ha mai abbandonata, in tutti questi anni. Di solito me la tengo per me.

Però la storia del kebab che non fa parte delle nostre tradizioni mi ha spinta a ricordarla, e a renderne partecipi  i miei ormai più di 40 lettori del blog.

Non so perché, ma questa storia del cibo tradizionale mi ha dato la sensazione di un’idea che prevede un ritorno alle belle famiglie povere venete dell’inizio del secolo scorso, quelle che erano costrette a emigrare, o che per non morire di fame negli anni ’20 prendevano e andavano a popolare la città bonificata che sorge nell’Agro Pontino e che all’epoca prendeva il nome di Littoria.

Ecco, io ci penserei bene prima di parlare di cibo tradizionale, se per disgrazia mi trovassi nei panni del sindaco di Cittadella. (che poi qualcuno attento ai particolari mi ricorda un dettaglio, non insignificante: volendo spaccare il capello in quattro, neppure la polenta è molto tradizionale, datosi che è fatta di granturco, o mais, a piacere di chi se lo mangia. E il granturco non è propriamente un prodotto tipico dell’agricoltura nostrana. È stato importato…)

*mi sovviene che non ho mai letto Non siamo più povera gente, sempre di Cesare Marchi. Forse me lo procurerò su una bancarella dell’usato.

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6 thoughts on “Quelli che ci piace il cibo tradizionale

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