Storie che ti peggiorano la serata.

Che rispondere agli utenti INPS non sia semplice, molto spesso, è un dato di fatto.

Quando devi comunicare alle persone in attesa della disoccupazione, o degli ANF, o della pensione, che la loro pratica non è ancora stata chiusa e i pagamenti non sono disponibili, per esempio, cominci ad arrampicarti sugli specchi. Poi riesci a procrastinare la loro incazzatura chiedendo, per cortesia, di richiamare, magari a fine settimana, così ricontrolliamo.

Peggio è quando ti chiamano e devi comunicare che la domanda è stata respinta. Allora cominci a cercare tutte le informazioni possibili, tra le poche a disposizione. Perché tutti gli utenti sono convinti che noi operatori abbiamo qualunque informazione da dispensare. Ne sono giustamente convinti, perché agli utenti arrivano lettere in cui si comunica che potranno chiedere qualunque informazione al numero verde. Il problema è che nel 90% dei casi le informazioni specifiche che servono agli utenti sono ben conservate nelle teste e nelle pratiche dei funzionari INPS in sede, che per motivi di privacy non ci possono dare qualunque dato sensibile degli utenti.

Però vallo a spiegare a una che si vede decurtare la pensione di una ventina di euro al mese perché in base a dei ricalcoli fatti dalla sede in base al suo reddito è risultato un debito nei confronti dell’Ente. Quella si incazza. E ti chiede ma allora a cosa servite? , ed è un po’ la stessa domanda che ci poniamo noi quando tutti i santi giorni tocchiamo con mano l’inadeguatezza delle risposte che siamo costretti a tirare fuori al telefono. La soluzione, purtroppo, non c’è. Se c’è, è troppo complicata da mettere in atto su territorio nazionale. Quindi andremo avanti così in eterno.

Ma qui sto divagando troppo.

I casi sopra citati, bene o male, presto o tardi, sono risolvibili. Non ti rovinano la serata. Non te li porti appresso per tutta la notte e pure il mattino dopo e non ti fanno venire voglia di scriverci sopra un post.

Dopo un po’ ti ci abitui, e una volta superata la prima settimana diventi impermeabile. Anzi, a volte ti stufi pure un po’ con la persona troppo insistente, perché tu hai dato tutte le risposte che potevi dare, e se lei non riesce a capirlo non puoi farci nulla. Non è un comportamento umano, ma noi non facciamo gli assistenti sociali, possiamo dare solo informazioni. E poi si passa alla telefonata successiva.

Però arriva, prima o poi, il momento in cui ti incazzi sul serio.

E arriva sotto forma della signora che ti telefona perché da novembre 2010 aspetta il verbale di invalidità civile del marito, senza uno straccio di risposta. E tu guardi il calendario e ti accorgi che sei ad agosto 2011.

Controlli nelle telefonate precedenti, e ti accorgi che la signora non ha mai chiamato il call center, in tutti questi mesi. Te ne accorgi perché nessuno ha mai mandato richieste a suo nome, per sapere che fine abbia fatto questo benedetto verbale che forse stanno vergando a mano dei monaci benedettini (forse è quello che succede a tutti i verbali in ritardo di almeno 8, 9 mesi, perché altra spiegazione non esiste. E di verbali in ritardo enorme ce ne sono più di quanti uno potrebbe considerare tollerabili). Quindi mandi alla sede una richiesta per sapere che fine ha fatto questo prezioso documento vergato a mano.

E finirebbe qui, con una classica telefonata sul ritardo di un verbale,  che ti fa ribollire il sangue ma ormai è un’altra cosa a cui hai fatto il callo (se mi avessero detto a cosa sarei riuscita a fare il callo dopo un anno di questo lavoro mi sarei fatta una grassa risata, un anno fa), e poi si passa al prossimo utente, sperando che si tratti stavolta di utonto, ché gli utonti, nonostante ne parli tanto male, rallegrano la giornata a me e ai colleghi intorno.

Invece la signora mi chiede se posso farle un favore. Se le controllo la sua mobilità. Perché la signora aveva una mobilità iniziata da tre anni e mezzo, con 57 anni. E la sua mobilità avrebbe dovuto traghettarla, con i contributi, alla pensione di anzianità. Perché ha raggiunto 40 anni di contributi. E chi  è in mobilità da prima del 30 aprile 2010, secondo una deroga alla nuova legge (quella famosa legge che ti manda in pensione 12 mesi dopo se hai contributi da dipendente e 18 se sei stato lavoratore autonomo, il secondo capolavoro in materia pensionistica dopo la favolosa invenzione del sistema contributivo che metterà col culo per terra intere generazioni di futuri pensionati), va in pensione subito, senza aspettare i 12 mesi dall’apertura della sua finestra.

Solo che non a tutti è concessa la deroga. Bisogna attendere un decreto che indica chi ne andrà a beneficiare.

Il decreto noi ancora non lo abbiamo. La domanda della signora non è ancora chiusa. E a luglio la sua mobilità è terminata. Con un pagamento di 1 giorno. Dopodiché ciao mobilità.

E io faccio 2+2, sommo il marito con l’invalidità in attesa e la signora con mobilità finita e l’attesa della pensione, e il vuoto totale di informazioni che posso comunicare, perché di fatto non so e non posso sapere se la domanda di invalidità è stata accolta e quando uscirà quel maledetto decreto.

Alla signora non lo dico, le dico che ci risentiamo tra 15 giorni per l’invalidità del marito, e per la sua pensione proviamo a settembre.

Ma questa è roba da cui non sono ancora impermeabile. Soprattutto in quest’estate, dove ogni giorno arriva una bella notizia dal ministero del tesoro, dall’UE, dalla finanza internazionale, che va a bastonare pesantemente le spalle dei contribuenti a salario fisso.

E quando esco dal lavoro sono ancora incazzata nera. Perché non ti consola nemmeno l’idea che in fondo di telefonate del genere ne ricevi poche. Il fatto è che le situazioni del genere sono sempre, costantemente, una in più di quelle che potrebbero essere tollerabili per persone che vivono in un paese civile.

E per un paese civile il limite tollerabile a queste situazioni è zero.

Fate voi i conti.

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One thought on “Storie che ti peggiorano la serata.

  1. Quanto hai ragione quando dici che “per un paese civile il limite tollerabile a queste situazioni è zero”! Ma – si sa – l’Italia non può più essere considerata un paese civile da anni. Solo che a noi italiani non ci piace ammetterlo. Ci rimanda subito all’immagine di un qualche paese africano con la sua guerriglia civile quotidiana e i suoi bambini col ventre gonfio. Quindi meglio pensare di essere la quinta potenza industriale al mondo tanto poi il lavoro non si trova lo stesso…

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