Noi che siamo ‘dentro’ e avremo la pensione.

La colpa è mia.

Sono sempre convinta di parlare con persone che sanno come vanno le cose e che quando non lo sanno non arrivano con la sparata qualunquista dell’eterno frustrato che sarebbe stato meglio di chiunque altro, se avesse conosciuto la persona giusta.

È iniziato anni fa, quando ho passato un test per una scuola di cinema, a numero chiuso. Il fatto che non fosse particolarmente complicato il test e che l’unico requisito richiesto, in fondo, fosse scrivere in modo perlomeno un po’ più civile della media e avere una vaga idea di cià che significasse scrivere per immagini (quella roba che si chiama merito, per capirci, anche se non ne era stato richiesto poi così tanto in quel frangente), dimenticandomi l’estate, le vacanze, facendomi il culo per tutti i mesi precedenti allo scopo di colmare le lacune cinematografiche e via dicendo, non era nemmeno stato preso in considerazione.

Se avevo passato un test al primo colpo, sicuramente era perché conoscevo qualcuno.

Nessun problema. Avevo passato tanti di quegli anni a costruirmi un’autostima che il commento acido del collega operatore call center incapace di provarci perché tanto riescono solo i raccomandati non mi aveva nemmeno toccata.

Anche se ci ho pensato, tocca ammetterlo.

Ci ho pensato in seguito, man mano che andavo avanti e i test diventavano più complicati. Perché quando decidi di fare la sceneggiatrice una cosa che impari subito è che ce ne sono un sacco, che ci stanno provando. Prima non lo sapevi, ma appena provi a farlo seriamente, questo mestiere, te li ritrovi tuttiì. Aspiranti, intraprendenti e sì, pure frustrati. Perché pure mentre stai giocando la partita e ottieni qualche piccolo risultato, che può essere arrivare in finale a un concorso, c’è quello che ti guarda come se tu avessi schiere di individui ammanicati pronti a raccomandarti, a farti passare per immaginarie corsie preferenziali, persino se il concorso a cui hai partecipato è la Sagra della Fica Maschia nei dintorni di Pescia Romana, a cui un assessore visionario ha deciso di annettere un concorso di sceneggiatura perché noi siamo attenti alla cultura.

Le cose tendono a peggiorare man mano che vai avanti, e ti ritrovi i tuoi documentari selezionati o premiati in concorsi, o addirittura a passare le selezioni dell’unico corso di sceneggiatura televisiva gratuito che esiste in Italia. Tipo il Corso Rai. Che a causa del nome Rai si porta dietro l’idea della raccomandazione perpetua, e dell’impossibilità di entrarci altrimenti.

Per quello, in realtà, un amico si fece avanti spontaneamente. Voleva trovare il modo di raccomandarmi. L’ho fulminato con gli occhi. Avevo già tentato di entrarci, al corso Rai, due anni prima, e non ero stata selezionata. Ora, io non ho questa convinzione insita per cui se non passo qualche test è evidentemente a causa di qualcuno che è più raccomandato di me. Passato il primo momento di sconforto che ti fa venir voglia di buttare tutte alle ortiche perché hai fatto un sacco di cose per nulla, ci penso e mi rendo conto che se per qualche motivo non ho convinto qualcuno sono IO a non averlo convinto, e che ci fosse gente più convincente. Non più raccomandata. Più convincente. Quindi per diventare almeno altrettanto convincenti si deve lavorare ancora. Magari farsi il culo un po’ di più.

Quindi un giorno arriva il momento in cui il test si passa, e a quel punto ti domandi che ne penserebbe, il collega operatore call center frustrato che in realtà non ci ha mai provato ma trova più comodo darti della raccomandata. La risposta ce l’hai. Perché quella gente non la smuovi di una virgola.

Lascio libero spazio alla fantasia sul seguito, quando dopo avere passato tre test ho scritto per Centovetrine, Incantesimo e Agrodolce. Anche se in questi casi la frustrazione si trasforma in denigrazione. Perché si sa che le soap sono poco meno della melma, e quindi di sicuro non c’è voluto un grande sforzo per arrivare a scriverle.

Oh, intendiamoci, non è che non esistano i raccomandati. Ci sono eccome. Però ci siamo anche noi che ce ne siamo fottuti, dei raccomandati. Perché la raccomandazione, proprio, non l’avevamo, ma non l’avremmo nemmeno voluta, e ogni tanto siamo anche arrivati a sentirci usurpatori davanti alla minima segnalazione da parte di chicchessia,  perché nel nostro volerci fare da soli anche l’idea che qualcuno abbia fatto il nostro nome vedendoci come le persone migliori per quel ruolo diventava un’umiliazione. In questo sì, siamo un po’ cretini, noi che non siamo abbastanza malleabili da renderci conto che una cosa è chi ti impone per un ruolo che non è il tuo, approfittando del suo potere reale o presunto, e un’altra è chi ti segnala in buona fede perché crede nelle tue capacità ed è convinto che tu saresti perfetto per quella cosa.

Ma tant’è, siamo cresciuti in un clima di sospetto e di maldicenze e andiamo un po’ compresi. Ci hanno insegnato fin da piccoli che chiunque abbia qualcosa in più non lo ha per merito, e anche quando sappiamo che qualcosa in più ce lo stiamo meritando sentiamo le nostre nonne (i nonni, chissà perché, di queste cose non parlavano mai) che commentano alle spalle di quello che ha fatto fortuna nel paese, e ci vediamo subito al centro dei pettegolezzi.

Perché in fondo non riusciamo a dimenticarcelo, che siamo figli e nipoti di gente che aveva faticato non per fare quello che voleva, ma per avere un posto di lavoro dignitoso per sé e  per la sua famiglia. Magari anche un posto fisso non ambito, ma sicuro. Ecco, noi che non vogliamo raccomandazioni e che ci facciamo venire l’itterizia piuttosto che chiedere favori a qualcuno molto spesso apparteniamo a quella specie in via di estinzione.

Per quanto riguarda me, ormai la storia delle raccomandazioni è acqua passata. Ora faccio un lavoro che è pressoché identico a quello che fanno i miei coetanei e la maggior parte della gente che mi capita di incontrare. Siamo precari, qualcuno co.co.pro, qualcuno a tempo determinato con rinnovi impossibili da prevedere, qualcuno in somministrazione, qualcuno libero professionista con partite IVA che te le raccomando.

Fino a ieri pensavo di essermi finalmente messa al riparo dalla frustrazione e dall’acidità di chi voleva ma non ha provato, perché il mio lavoro in fondo non è qualcosa di appetibile, non mi garantisce privilegi, non mi permette di vivere al di sopra delle mie possibilità.

Insomma, lavoro in un call center. Ma ho dimenticato un fattore.

Siamo sempre e comunque il paese in cui non conta il tipo di contratto che ti fanno. Lo scorso anno sono capitata a Trenitalia con un contratto a progetto. Fuori legge, perché ricevevamo chiamate in entrata. Non aveva importanza. Bastava dire lavoro al call center di Trenitalia e il 90% della gente che assorbiva l’informazione ti guardava come se fossi una sorta di miracolato, perché va bene, il posto non era fisso, ma vuoi mettere, Trenitalia? Quasi quasi scambiavano il loro posto provato a tempo indeterminato con il tuo co.co.pro. (ah, nemmeno a pensarlo, di raccontare che avevi risposto a un’inserzione, perché non ci avrebbero mai creduto… e nemmeno a pensare di raccontare che te ne sei andata di tua iniziativa, e lo avresti fatto anche se non avessi trovato un altro lavoro, perché l’ambiente era devastante e la paga uno schifo: saresti apparsa un essere a metà tra uno squartatore e uno che ruba le caramelle ai bambini. Perché, ehi, è Trenitalia)

Ecco, lo stesso avviene ora che lavoro al call center INPS. Appena lo dici sembra chissà cosa, pure gli utenti pensano che noi siamo funzionari con posto a tempo indeterminato. Poi glielo spieghiamo. E capiscono la lingua che parliamo. Quindi una ci fa il callo, un po’. Sa che c’è questa cosa, per cui alcuni lavori, per il loro nome, sembrano chissà cosa.

Il problema sorge quando l’amica laureata in veterinaria dopo anni e anni passati fuori corso, che ha appena aperto partita IVA, appena le dici che lavori al call center INPS ti dice allora tu avrai una pensione. Sei dentro.

Ecco, quando senti una cosa del genere ti accorgi che da quando il tuo collega frustrato ti dava della raccomandata perché passavi un test in un campo che non è sicuramente l’aspirazione di chiunque le cose sono peggiorate.

E che probabilmente non ce ne siamo accorti, ma oltre ad avere toccato il fondo abbiamo cominciato a scavare. Anzi. Ormai dobbiamo essere in vista del centro della Terra.

(con un pensiero a Galatea, perché lo so, che non sono sola. Ma a volte, non essere soli, non basta)

 

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4 thoughts on “Noi che siamo ‘dentro’ e avremo la pensione.

  1. In una società in cui ormai lavorare è diventato un privilegio (qualcuno dovrebbe rileggersi l’inizio della nostra bellissima costituzione e mandarlo a memoria… “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”. No, non è uno scherzo, c’è scritto veramente!) siamo costretti ad assistere a paradossi inimmaginabili. Il posto fisso è ormai un ricordo dei nostri nonni, se non dei nostri genitori. E tutti pensano che chi lavora lo fa perché sicuramente conosce qualcuno. La meritocrazia non esiste più e si finisce per rinunciare ancora prima di tentare. E’ una realtà che, prima o poi, dovrà implodere perché non è proprio possibile che possa reggere ancora…

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