Soddisfazioni da Aspiranti Scrittori*

*Questo post è dedicato a Chiara e Titti e sarà comprensibile solo a chi nella vita ha provato a scrivere un romanzo e a pubblicarlo. Forse. Mi scuso con gli utenti che non hanno mai provato l’esperienza per la noia che potrei procurare. Prometto di tornare a parlare d’altro il prima possibile.

C’è un momento, quando sei nel mezzo del cammino della tua vita, in cui da persona che scrive racconti a tempo perso o durante le lezioni noiose, le ore buche e i pomeriggi che dovresti dedicare allo studio, devi decidere se smettere perché in fondo con la scrittura non si campa oppure provarci sul serio, perché in fondo hai tempo per trovarti un lavoro sicuro di 8 ore al giorno.

Ho avuto anche io questo momento. Ero più o meno al secondo anno di università. Arrivavo da un tentativo un po’ più elaborato di racconto, sottoposto a qualcuna delle mie ex compagne delle superiori.

Ora, una delle grandi regole che ti insegnano sulla questione a chi posso chiedere un parere spassionato? è non basarti mai su quello che ti dicono amici e parenti. L’idea è che amici e parenti non siano mai obbiettivi,  e che per non ferire i tuoi sentimenti difficilmente diranno qualcosa di cattivo su quello che scrivi.

Il che in parte è vero. Ma esistono debite eccezioni. Una di queste è la mia amica Chiara.

La mia amica Chiara non ha mai avuto velleità di scrittrice, pur possedendo una sua vena artistica mai completamente appagata (si è data alla recitazione, anche se ha smesso dopo  il secondo corso. Con mio enorme dispiacere perché avrei voluto scrivere qualche sceneggiatura per lei…). Lei era una grande lettrice di ogni mio racconto o tentativo.

Ed era una critica spietata. Ricordo che dalla seconda superiore ai primi anni di università  non c’è stato un solo mio racconto che l’abbia convinta fino in fondo. E io avevo una paura folle dei suoi giudizi, perché di fatto era l’unica persona che mi dicesse che qualcosa non andava bene. Io ci rimanevo un po’ male, però sapevo che aveva ragione, che ancora non ero arrivata a un punto accettabile, quando mostrava il pollice verso.

Poi ci fu l’anno in cui decisi di mettere mano al mio romanzo. L’unico che abbia mai terminato e una delle poche cose buone che abbia fatto nella vita, per intenderci. Era il 1997. Cominciai a fine aprile. Per giugno era  finita la prima stesura. Nemmeno io avevo molto chiaro cosa fosse capitato, quel mese. Avevo iniziato altri romanzi, prima, ma per una serie di motivi dipendenti dalla mia pigrizia o dalla mancanza di convinzione non ne avevo mai terminato uno.

Però tutto quello che avevo seminato prima era confluito nei miei personaggi e nella mia storia. Probabilmente i tempi erano maturi.

Quindi, messa la parola fine, rilessi il tutto, corressi i refusi visibili (con gli anni ho imparato che almeno un refuso ti scappa sempre, e e tu lo vedi alla quindicesima lettura, se lo vedi) e fotocopiai il dattiloscritto. Dimenticavo: avevo ancora una macchina da scrivere, elettronica. Uno degli ultimi modelli prodotti dalla Olivetti, credo. Era il massimo della tecnologia che mi potevo permettere, allora.

Comunque, una di quelle copie finì tra le mani di Chiara. Ci volle qualche giorno, prima del responso. Stavolta avevo un po’ ecceduto, e invece delle mie solite 50 cartelle ero arrivata intorno alle 150. Solo che la mia spaziatura era singola anziché 1,5, e superavo ampiamente le 30 righe a pagina. Quindi a quelle 150 cartelle ne vanno aggiunte una quarantina buona.

Poi, un pomeriggio, al telefono, Chiara mi disse ho letto il romanzo. Restai in apnea per qualche secondo. Poi le uscì un Ho pianto.

Ora. Che il mio romanzo fosse a tratti commovente, lo speravo. C’era una parte in cui persino io mi ero commossa, mentre lo scrivevo. Mi auguravo che capitasse pure all’eventuale lettore.

Ma non mi aspettavo che capitasse a Chiara. Che per la prima volta, invece di lanciarsi in critiche o in un puoi fare di meglio sottinteso, mi diceva semplicemente ho pianto. Oltretutto non ricordavo di avere mai visto Chiara piangere, in preda alla commozione.

Avevo la sensazione che il mio romanzo stavolta funzionasse, e questa era la riprova definitiva. Ci avevo preso.

Dopo quel giudizio, potevo cominciare a farlo leggere a tutto il mondo. Un paio di anni dopo ci rimisi mano, feci una revisione, lo sistemai un po’, lo mandai in giro per case editrici medie, tentai pure con qualcuna un po’ più grande (era difficile già allora), poi cominciai a mandarlo in giro sempre meno e a occuparmi di sceneggiatura sempre di più.

L’ultima uscita ufficiale fu il concorso Delos che il mio romanzo vinse, in seguito al quale avrebbe dovuto essere pubblicato. Ma era passato troppo tempo e io non riuscivo più a metterci le mani sopra. E non volevo correre il rischiio di snaturarlo. Così rinunciai alla pubblicazione. Ancora oggi penso di avere scelto bene.

Però lo considero ancora leggibile, e quando qualcuno degli amici chiede di leggerlo glielo mando volentieri. Qualunque cosa possa dirmi non sarà mai peggiore o migliore di tutte quelle che ho sentito negli anni (e negli anni mi è capitarto di sentirlo denigrare da Marcello Baraghini, esaltare da un editor Sellerio, adorare da un minuscolo editore che ha cambiato idea dopo avermi fatto firmare un contratto di pubblicazione, in seguito a un secondo parere).

Almeno lo pensavo fino a tre giorni fa, quando la mia amica Titti, che ha voluto leggerlo per forza, mi ha mandato questo commento:

… il romanzo non lo stavo leggendo perché volevo finire un benedetto libro che prima dell’estate avevo lasciato sul comodino… ma adesso che ho iniziato non riesco a staccarmi e comincio a volerti bene anche come autrice. Insomma come voglio bene a Camilleri, De Silva, Oggero, quegli autori che hanno nell’anima e nella penna qualcosa di familiare e che quando li hai letti sembra che gironzolino ancora per casa e ti viene da chiedergli: ti faccio un caffe’? Sai, sogno un giorno di avere una casa editrice tutta mia (sogno irrealizzabile ma per non per questo meno eccitante) proprio perche’ al mondo ci sono talenti come il tuo che non trovano posto sotto la polvere degli scaffali…

Ecco, io a leggere questo commento ho pensato forse io in realtà io scrivo per la gente che mi vorrebbe offrire un caffè dopo avermi letta.

E a dirla tutta, non chiedo di meglio. Soprattutto se il caffè è buono.

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7 thoughts on “Soddisfazioni da Aspiranti Scrittori*

  1. a proposito di autoreferenzialita’, eccomi, Titti di persona personalmente, a testimoniare lacrime, risate, riflessioni, entusiasmo, frustrazione (ebbene si’ anch’io provo a scrivere ma a me al massimo m’hanno offerto una sorsata di cianuro) che una lettura puo’ suscitare e soprattutto l’autentico – magari sconsiderato ma insopprimibile – desiderio che l’intero mondo, si proprio tutto tutto (i traduttori esistono per questo e di rado ci pagano il mutuo, dunque evviva gli scrittori!) legga questo capolavoro. E quel poco o tanto che posso fare per realizzare questo mio desiderio, lo faro’. Giuliana, preparati: e’ una minaccia.

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