Ho letto un sacco di cose.

Teorie degli infiltrati, commemorazioni di auto bruciate, un sacco di ve l’avevo detto e si sapeva, chi ha permesso tutto questo, andavano isolati,  e via dicendo.

Ho letto un sacco di gente che non ha messo piede in corteo sparare verità assolute con una sicumera davanti alla quale mi leverei quasi il cappello.

No, davvero, sono contenta che qualcuno mi abbia spiegato così bene quello che io non ho ancora capito mentre capitava di fianco a me a pochi metri (ma che mi impegnerò a capire nei prossimi giorni, testimonianze vere alla mano. Le tarerò con le mie impressioni e ne tirerò fuori la mia considerazione definitiva, forse. Oppure me la terrò per me).

Meno male che ci sono, tutte queste persone che hanno spiegato per filo e per segno cosa sia accaduto ieri in un corteo in cui non sono capitati manco per sbaglio, perché io l’unica cosa che ho capito è stata che per la prima volta, in mezzo ai manifestanti, ho avuto paura di non tornare a casa.

Eravamo esattamente a Via dei Santi Quattro, quando è cominciata.

Prima abbiamo camminato più o meno tranquilli, giungendo sempre DOPO le vetrine spaccate, le auto distrutte, il negozio in fiamme in via Cavour. C’erano i pompieri che spegnevano l’incendio, quando ci siamo passati noi. E da lontano si alzavano di continuo nuvole di fumo. La più alta e inquietante arrivava dall’ex Ministero della Difesa, come abbiamo saputo una volta giunti a casa. Si vedeva già dall’incrocio tra via Cavour e i Fori Imperiali. Pareva di essere nella Roma di Nerone.

Poi in via Labicana la gente era davvero tanta. Non si passava. Ce ne siamo andati per via di San Giovanni. E qui hanno cominciato ad arrivare le auto della polizia. A sirene spiegate. Andavano a San Giovanni, in piazza. Non sapevamo un cazzo, nessuno capiva cosa stesse capitando. L’unica cosa chiara era guarda due secondi e poi trovati una bella via di fuga.

Siamo tornati indietro. Era pure faticoso, perché c’era il panico che aleggiava nell’aria. Bastava uno a fare un passo più veloce degli altri che una massa di persone provava a correre. Senza nemmeno sapere il perché. Basta che corri.

Eppure dove eravamo noi non stava capitando nulla. Non c’erano notizie. Non funzionava nemmeno la radio. I cellulari, santi cellulari che squillano sempre quando non devono, prendevano e non prendevano. Il mio era pure scarico.

E insomma, io mi sono accorta che la situazione non sembrava buona quando il Correttore mi ha chiesto c’è qualcosa di importante nella giacca? Avevo in mano il mio giacchetto impermeabile, tolto per il caldo. Roba di Decathlon, che se la perdi non ti sprechi nemmeno a tornare a cercarla. Te la ricompri e basta.

Però era una cosa nuova. Perché non avevo mai ipotizzato di dovermi liberare di qualcosa velocemente, in nessuna delle manifestazioni a cui ho cominciato a partecipare in tarda età.

E quindi, ho cominciato, finalmente, a preoccuparmi. L’altra cosa inquietante è stata quando mi ha detto mettiti in tasca questo. Era il numero dell’assistenza legale. Non in borsa. In tasca. Mi veniva da chiedere perché in tasca, ma in realtà lo sapevo. Perché se ti levano la borsa devi trovarlo da qualche parte, il numero. E c’era pure la domanda morta lì, ma perché, non basta che lo tieni tu? , perché c’era pure il rischio che ci si separasse.

Ce n’era abbastanza per provocarmi panico autentico di quelli che ti fanno svenire. Almeno a me. Invece no. L’ultima cosa utile in quel momento era proprio svenire. Non si sapeva nemmeno se da un momento all’altro sulla strada si sarebbe riversata una massa di persone spaventate che correvano. Ogni tanto qualcuno tornava indietro, da via Labicana, e correva. Non erano tanti, ma erano abbastanza per lasciarti la sensazione sgradevole che la cosa non sarebbe finita tanto bene.

Poi ho sentito un po’ bruciare gli occhi. L’ho detto al Correttore, ma lui non sentiva niente. Poi l’ha sentito pure lui. L’odore dei lacrimogeni che arrivavano fino a noi. E lì ho fatto un’altra scoperta, ma anche questa è una cosa che sapevo da un sacco di tempo. Ho capito perché ogni volta che vado in manifestazione, inconsciamente, mi metto una sciarpa al collo. Un po’ perché da quando ho cominciato a vedere i filmati delle manifestazioni mi sembra naturale. Ce l’hanno tutti, la sciarpa al collo, nei filmati. Molto perché diventa l’unica cosa che ti separa dai lacrimogeni. Santa Sciarpa che mi proteggi.

Ecco, alla fine siamo tornati indietro, al Colosseo. Non avevamo una pallida idea di quello che ci fosse, ma la strada era libera, non c’erano camionette, e lo spazio è grande. Così grande che si respirava. Non c’erano più lacrimogeni. Qui ci siamo fermati a capire dove dovevamo andare. Noi e un sacco di altra gente. Alla sinistra, però, il corteo andava avanti. La gente provava a chiamare gli amici ancora in mezzo, e dai cellulari che ogni tanto prendevano e ogni tanto no arrivavano notizie smozzicate. Il corteo è andato a Piazza Vittorio, a San Giovanni c’era casino. Quello che è successo lì lo abbiamo visto in televisione.

E adesso che non eravamo più in mezzo a quella cappa di panico all’incrocio tra Via di San giovanni e Via dei Santi Quattro, abbiamo aspettato di sapere che una nostra amica con cui ci si sarebbe incontrati a San Giovanni stava bene. Poi ce ne siamo andati, a prendere la metro. A Circo Massimo.

In tutto ciò, io ho ancora addosso questa sensazione. La paura di non tornare a casa, di restare bloccati, di finire calpestati dalla folla perché se c’è da correre ti viene il dubbio di non riuscire a stare dietro al loro passo, e di fermarti in mezzo a persone in panico. E di trovarti alla fine qualcuno che ti sbarra la strada armato di manganello,  che ti carica.

Ecco, io pensavo a tutta questa roba, ieri, per la prima volta nella mia vita. E con tutto questo, non mi azzardo nemmeno a ipotizzare quello che è successo, a livello globale.

Me ne fotto, della figura di merda internazionale. Me ne fotto pure delle commemorazioni agli oggetti. Io penso alla paura di ieri, di non sapere che cazzo sarebbe successo di lì a 5 minuti.

E penso che alla prossima manifestazione ci vado e mi porto dietro io, il numero dell’assistenza legale, e una borsa un po’ più leggera. La giacca da abbandonare invece è perfetta.

Perché è importante andarci, in piazza, ma essere pure preparati alla paura.  Che se ti becca e sei impreparato, sono davvero cazzi tuoi.

Tutte le altre considerazioni le lascio a quelli che guardano da casa.

Cazzo ne so,  io? Io stavo solo per strada in mezzo al corteo…

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