Vita da call center – L’enorme problema del codice fiscale

Questo post potrebbe sembrare di perculo, ma sono terribilmente seria.

Il codice fiscale sembra essere il più grande incubo degli utenti che chiamano qualunque call center a cui stanno per chiedere informazioni su dati senribili, posizioni assicurative, banalità come quando mi arriva la disoccupazione? e così via.

Ora, poiché so che tra i miei lettori, credo ormai una cinquantina, non ci sono utonti ma gente capace di intendere e di volere, chiedo a voi: è così terribile l’idea di comunicare il codice fiscale a chicchessia? Davvero la sola idea di sentirsi chiedere mi dà il codice fiscale?  scatena le ondate di panico che percepiamo dall’altra parte del ricevitore?

Perché la cosa più normale che ci capita di sentire, appena rivolgiamo la richiesta, è ah, ci vuole il codice fiscale? non me l’aspettavo. E a noi, o almeno, a me, poi non posso parlare per i colleghi, sorge spontanea la domanda ma che ti credevi, che sul mio schermo comparissero per incanto tutti i tuoi dati personali perché abbiamo un’apparecchiatura a riconoscimento vocale?

La fase successiva è la ricerca del codice fiscale, che naturalmente non è MAI a portata di mano (stiamo sempre parlando di utonti: gli utenti, quelli, chi li frega?) , quindi segue un attenda un attimo che vado a prenderlo. L’attimo può andare dai 5 secondi ai tre minuti, che al telefono, fidatevi, sono l’eternità.

E qui sorge spontanea una nuova domanda: dove diamine lo tenete, il codice fiscale? È un documento che ormai potrebbe esservi richiesto più o meno ovunque, possibile che lo lasciate sempre in solaio?

Fino a qui siamo nel campo della normalità. C’è però il caso dell’utonto che chiama per avere delucidazioni su una lettera ricevuta, e non riesce a leggerci la benedetta lettera oppure dobbiamo fare una verifica nella sua posizione. In questi casi, alla richiesta di mi dà il codice fiscale? segue un lo trovo sulla lettera? alternato a un sulla lettera non lo vedo.

E infatti sulle lettere i codici fiscali non sono riportati. Lo facciamo notare, e la domanda successiva è ma io dove lo prendo?

Ora. il codice fiscale ormai si trova pure sulla tessera sanitaria (anche se una buona parte della popolazione, che per nostra sfortuna coincide con gli utonti che ci contattano, non se n’è ancora resa conto), quindi non dovrebbe essere così complicato, per chi ha una vaga idea del luogo dove lascia i documenti, reperirlo in tempo zero.

Invece l’impressione è che questo reperimento sia un’impresa titanica, da risolvere con un non le basta il cognome e il nome , cosa che in teoria dovrebbe bastare, ma il sistema il 90% delle volte non accetta i dati personali e chiede il codice fiscale. Per questo motivo (e non per cattiveria da parte dell’operatore, che si sa, in fondo in fondo è un sadico e prova un godimento interiore nel mettere gli utonti in difficoltà) chiediamo subito il codice fiscale. IN TEORIA dovrebbe permettere un risparmio di tempo e una ricerca più accurata, eliminando il rischio di omonimie.

Siamo ancora alla fase della ricerca. Passiamo al momento successivo, quando il codice fiscale, o la tessera sanitaria, o il foglio di carta igienica su cui è stato copiato il codice, sono a disposizione. Aggiungiamo a questo momento anche l’utente che conosce il codice a memoria, ma lo teniamo in stand by perché lui fa storia a sè.

Nei primi tre casi, il passo immediatamente successivo è la richiesta dello spelling. Che a volte può diventare lo spilling, o la sillabazione. La fase dello spelling è uno dei momenti più fantasiosi della giornata dell’operatore. Si assiste a una vera e propria gara tra la capacità dell’utonto di collegare una vocale o una consonante a una parola (abbiamo rinunciato da un pezzo a ridere quando sentiamo la p di pera al posto di un nome di città. Per alcuni utonti i nomi di città sembrano essere una chimera) e la capacità di comprensione dell’operatore.  Provate voi a mantenervi saldi quando sentite  la h di ospedalela k di Crotone. Personalmente mi provocano ancora qualche serio scompenso. Ma quando le incontro vado avanti stoicamente.

Oh, c’è poi il problema dei numeri tra il sessanta e il settanta. Già, perchè molti di voi non ci hanno probabilmente fatto caso, ma un 67 al telefono potrebbe essere recepito come un 77. Quindi una delle abitudini che mi porto dietro da un po’ è ripetere il numero separato, in questi casi. Puntualmente l’accortezza non viene recepita, e l’utonto pensa di parlare con una deficiente che non comprende. Quindi alla domanda ha detto  sei sette? segue la risposta sessantasette, persino un po’ stizzita. In questi casi il 90% delle volte compare la scritta CODICE FISCALE NON RICONOSCIUTO, perché le due cifre comunicate erano in realtà un settantasette.

Comunque, in un modo o nell’altro,  questo parto per ottenere i dati dell’utonto ha un termine, e si può procedere con la parte più complicata: capire la necessità dell’utonto.

Apro una parentesi sugli utonti con buona memoria, quelli che il codice fiscale lo sanno più o meno da quando hanno imparato a leggere. Ecco, queste persone, che dovrebbero essere la salvezza dell’operatore, in realtà sono le peggiori. Perché conoscono il codice fiscale, ma lo leggono più o meno in questo modo: esseticcierrepippi, mettendoci in condizione di confondere tutti i suoni. Dobbiamo quindi interromperle e chiedere lo spelling. Alla richiesta seguono sbuffi e proteste, perché loro il codice fiscale lo sanno solo così, e insomma, e un attimo perché me lo devo scrivere, e tutto quello che può venirvi in mente che abbia come sottotesto un ma non sei nemmeno in grado di capire una cosa semplice come il mio codice fiscale, cazzo?

Alla fine anche loro arrivano al momento più complicato, e possiamo andare avanti.

Certo, quelle descritte sono le condizioni ottimali, quando la linea telefonica non è disturbata e non dobbiamo richiedere decine di volte di ripetere la lettera. Altrimenti i tempi si dilatano.

Ora, la mia domanda iniziale era seria. Adesso che vi siete fatti quattro risate alle spalle degli operatori e degli utonti, ditemi sinceramente se anche per voi la comunicazione di un codice fiscale è un evento che costringe  a sforzi sovrumani, perché se è così, allora io ho sbagliato tutto e mi tocca scusarmi con tutta la gente di cui sopra.

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13 thoughts on “Vita da call center – L’enorme problema del codice fiscale

  1. a me non è capitato mai di dover dire il codice fiscale per telefono, comunque l’ho sempre nel portafogli e lo so a memoria con le lettere credo che ad una richiesta di spelling saprei adattarmi anche ad usare le città; in genere però cerco di venire incontro a chi sta dall’altra parte del telefono o dello sportello perché in quanto gente che lavora ha sempre la mia solidarietà, anche se a volte mi fan cadere le braccia pure loro

  2. A te riconoscere le lettere (indico alcune di quelle sentite almeno 2 volte, altrimenti è troppo facile fare lo sborone): la m rovesciata, la v col gambo, il manico dell’ombrello, il gancio o l’amo da pesca.
    E preparati, nel tempo le disimpari anche tu, a forza di sentirle. Prima di scrivere la prossima frase sono dovouto andare a controllare sul dizionario: la j di yogurt, che per disinnescarla ci vogliono quattro domande (che portano in genere alle definizioni sopra).

    Non sei da sola, sorella, siamo qui e ti proteggiamo nell ombra 🙂

    1. La emme rovesciata per me è la doppia V (w), la v col gambo è Y, il manico d’obrello eccetera è la j. Magari le dicessero così… Però la j di yogurt capita, ogni tanto…
      (ma la e di empoli, i di impoli e o di ompoli? Ti sono capitate?)

  3. Io penso di aver trovato un utente che batte tutti.
    Premetto che ero io che dovevo dettargli un codice da usare come password.
    Io: Roma, Milano, 5, Ypsilon…
    Lui: Qual è la ypsilon?
    Io: Quella che sulla tastiera è accanto alla T di Torino.
    Lui: Ah, ho capito, la fionda.

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