La kriptonite nella borsa (dall’Ufficio Reclami su splinder)*

*questo post arriva dal vecchio Ufficio Reclami, che a partire dal 31 gennaio 2012 non sarà più disponibile. La prima parte è datata, poiché il romanzo di cui si parlava non è stato pubblicato e ora è reperibile on line, e non soffro più della mania di persecuzione da aspirante pubblicatrice che mi attanagliava nel 2007. Però la recensione è molto attuale: nelle sale cinematografiche si può incappare, in questi giorni, nel film tratto da questo romanzo, per la regia dello stesso Ivan Cotroneo. Il romanzo rimane una delle letture del primo decennio del millennio attuale a cui sono più affezionata, e vi consiglio di leggerlo dandovi le mie motivazioni. Poi scegliete voi se ne vale la pena o meno. Ah, non me ne vogliate per l’eccesso di puntinismo. Ero giovane e ingenua. Dopo ho smesso.

5 dicembre 2007

Ci ho riflettuto un po’ prima di postare la mia personale recensione (da lettrice e non da critica addetta ai lavori, quindi sicuramente imprecisa sotto molti punti di vista…) al libro di Ivan Cotroneo. A parte qualche impegno che mi ha costretta a centellinare gli interventi sul blog, mi frena una brutta tendenza che comincio a notare in rete. Parlare con termini positivi del lavoro di qualcuno ti pone nella sgradevole posizione di dover difendere la tua opinione a prescindere. Arrivano individui della peggior specie pronti a insultarti, ad accusarti di avere preso una mazzetta dall’autore, o di fargli pubblicità gratuita in previsione di una sua recensione positiva quando (e se) uscirà il tuo romanzo, o semplicemente ti chiamano buonista, uno dei peggiori insulti coniato negli ultimi anni. Pare sia più offensivo dare del buonista che del mafioso.

Io sono un po’ all’antica e preferisco offendermi all’idea che qualcuno possa chiamarmi mafiosa, e da questo momento in poi me ne fotto se l’improbabile lettore che passerà da queste parti mi considererà buonista.

Sono anche in cattivissima fede: conosco l’autore. Dirò di più: ho voluto conoscerlo a tutti i costi all’epoca di Cronaca di un disamore, e un anno e mezzo dopo la lettura del suo primo romanzo, Il re del mondo. Sono quindi rea confessa.

Inoltre sto per pubblicare, quindi avrò un romanzo che lui un giorno potrebbe leggere e recensire… Cazzo, questo sì che significa essere recidivi.

Dulcis in fundo, Ivan Cotroneo di mestiere fa anche lo sceneggiatore, scrive i testi per alcune delle trasmissioni che in assoluto preferisco vedere in televisione (leggi: tutte quelle ideate da Serena Dandini). Io sto provando a fare la sceneggiatrice, da meno tempo e con meno risultati. Si può tranquillamente ipotizzare che io parlerò bene di lui perché aspiro a scrivere insieme a Ivan qualunque sceneggiatura gli capiterà tra le mani nel futuro.

Insomma non solo mi è preclusa la grazia degli spandimerda da blog. Credo che per me non possa fare nulla nemmeno il Presidente della Repubblica…

Eppure io non potrei parlare male di questo romanzo, nemmeno sforzandomi. Il motivo è facilmente intuibile.

La kryptonite nella borsa non è uno di quei romanzi che si leggono per intrattenimento, perché si vuole leggere una bella storia (ad essere fortunati, perché il 90% dei tentativi fatti per trovare una bella storia di questi tempi sembra risolversi in una spesa ingiustificata… Con rarissime eccezioni), o perché si vuole appagare un bisogno estetico evitando di rinchiudersi in un museo dove possibilmente non sia presente l’arte dal dadaismo in poi.

La kryptonite nella borsa è un romanzo che riconcilia con il mondo.

(Mi rendo conto che questa è una valutazione arbitraria e non supportata da nessun tipo di dimostrazione scientifica, quindi a tutte le verità assolute che ho enunciato qualche riga sopra aggiungete un ‘secondo me’, e siccome sono pigra e non ho voglia di riscriverlo di continuo fate finta che ogni periodo sia preceduto dalle due paroline. Non si dovrebbe specificare che le opinioni scritte grigio scuro su beige su un blog personale siano del tutto soggettive, ma di questi tempi è preferibile farlo…)

Ora vado a spiegare brevemente, spero, perché dopo la lettura di questo romanzo sono giunta alla conclusione di cui sopra.

Anzitutto io amo le storie in cui il protagonista è un bambino, possibilmente un po’ sfigato, bruttino e un po’ compatito dalla sua famiglia. Se poi porta un paio di occhiali con le stanghette tenute insieme con lo scotch ed è continuamente vessato dai compagni di classe, e vive in una famiglia sgarrupata, allora il bambino lo adotto.

In questo libro c’è un bambino con queste caratteristiche. Si chiama Peppino.

Per continuare mi piacciono quelle storie in cui si riesce senza problemi a mescolare la fantasia con la realtà, e a farla integrare così bene da non avere mai il bisogno di fermarsi a chiedersi ‘ma che mi sta raccontando questo?’.

In questa storia c’è pure un supereroe. Insomma, non proprio. C’è uno che si crede un supereroe, per essere precisi si crede Superman, e va in giro a frugare nelle borse della gente alla ricerca della kryptonite (ecco svelato il motivo di un simile titolo… Individui di poca fede, che vi credevate? Che la kryptonite fosse lì a casaccio? Ma manco per idea!!!) e che finisce la sua carriera di supereroe sotto un autobus, per poi riprenderla come supereroe fantasma (ma questa è una definizione mia… di fantasmi nel libro non si parla mai..) che riappare quando il povero Peppino ha più bisogno di lui. Naturalmente gli risolve i problemi solo a parole…

Andiamo avanti. Mi piacciono quei libri, ancora, dove si racconta di famiglie strane, con genitori, nonni, e zii che sembrano intercambiabili nella cura del membro più giovane della famiglia. Tutto ciò senza che la psiche del bambino venga minimamente scalfita, ponendo le basi per la crescita interiore di un futuro serial killer come vorrebbero i più famosi trattati di psicologia infantile.

In questo libro la mamma di Peppino entra in depressione perché il padre la tradisce, e il bambino comincia a ritrovarsi sballottato tra i nonni (una sola, perché l’altra ha dei metodi educativi abbastanza discutibili, come legare il bambino alla sedia per tenerlo fermo…) e gli zii. Dimenticavo un particolare: la storia è ambientata agli inizi degli anni ’70, in pieno clima di rivoluzioni culturali e sessuali, e gli zii, che hanno l’età giusta per un certo tipo di divertimenti, si trascinano il nipote in ogni luogo, inclusa una rappresentazione di Hair… E nonostante tutto ciò, Peppino non mostra alcun segno di devastazione mentale. Anzi, a leggere bene pare trarne anche benefici (avviso per i puritani: trattasi sempre e comunque di romanzo, quindi ricordatevi che esiste la sospensione della credulità. Se proprio non riuscite a sospendere… Evitate l’acquisto)

Per finire, mi piacciono le storie dove si passa dalla tragedia alla risata nell’arco di una parola, senza trovare il miscuglio indigesto, anzi, al contrario riesce a risultare armonioso.

Questo libro, forse a causa di Napoli o nonostante Napoli, riesce a far ridere e commuovere senza che le due cose appaiano in conflitto tra loro. Ma a dire la verità, poteva essere il racconto di un bambino che vive nei primi anni ’70 in qualunque città d’Italia, e non sarebbe cambiato molto. Questo libro non parla di Napoli o di napoletani. Parla di persone, e parla di un bambino. A tratti avevo persino l’impressione che parlasse di me. E io, giuro, a Napoli non solo non ci sono nata e cresciuta. Non l’ho proprio mai vista…

Credo di avere terminato la mia recensione buonista, piena di buoni o cattivi motivi per decidere se leggere questo libro oppure lasciarlo dove sta. Per quanto mi riguarda, so per certo che se non lo avessi letto sarei sicuramente più povera.

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