40 anni*

*questo post è stato pubblicato sull’Ufficio Reclami di Splinder il 12 dicembre 2009, in occasione del 40° anniversario della strage. Già che c’ero ho corretto un paio di refusi.

Quando esplose la bomba alla Banca dell’Agricoltura, io non ero ancora nata.
Mio padre e mia madre non si conoscevano, anche se vivevano entrambi nella stessa Milano. Non si erano mai incontrati.
Mio padre lavorava a poca distanza in linea d’aria, da Piazza Fontana. Racconta che ogni giorno faceva una strada, per tornare a casa, che lo portava proprio dalla parte di Via Larga dove sbuca la piazza.
Quella sera fece un po’ tardi. All’ora in cui di solito passava lì davanti era ancora fuori in ufficio.
Ricorda che a un certo punto si sentì un’esplosione lontana. Non era normale, sentire un’esplosione il 12 dicembre a Milano. E ricorda che mentre tornava a casa c’era traffico. Tanto che dovette fare un’altra strada.
Non sapeva cosa fosse capitato. Sembra strano, oggi, pensare che un tempo si dovesse arrivare a casa e attendere il telegiornale delle 20 per sapere cosa stesse capitando nel mondo. Fosse capitato oggi sarebbero partite notizie ANSA accessibili a chiunque, si sarebbe scantenato il tam-tam sui social network, sarebbero andate in onda edizioni speciali su qualunque canale nazionale, e sarebbero partite telefonate verso qualunque cellulare di amici o parenti a Milano, per accertarsi che tutto andasse bene, con l’unico risultato di intasare completamente le linee e rendere il cellulare inutilizzabile per ore e ore.
Allora no. Quindi mio padre dovette attendere il telegiornale. E una volta che la notizia fu ufficiale, dovette passare un po’ di tempo al telefono con la famiglia, perché mio padre, la famiglia, l’aveva a Roma.
E a Roma c’era sua nonna Anna, che pare adorasse mio padre. Quando scoppiò la bomba, pare che la mia bisnonna plurinovantenne se ne sia uscita con un A Milano c’è la guerra.
Mio padre ci ride ancora. Io invece credo che la mia bisnonna abbia visto più lontano di quanto riuscisse a vedere chiunque altro.
Come ho già scritto, non ero ancora nata, quando esplose la bomba. Però a casa mia se ne parlava, anche quando eravamo piccoli. A casa mia c’era un sacco di riserbo su tante cose, ma sulla memoria collettiva, sulla politica, su quanto accadeva nel mondo non si taceva mai.
Si guardavano i telegiornali, a casa mia, e anche se io e mio fratello eravamo troppo piccoli per poterci formare un’idea differente da quella di mio padre (perché quella di mia madre in questi frangenti era ininfluente: si limitava a un po’ di considerazione strappata ai piatti da lavare o ai vestiti da stirare), sapevamo qual era il mondo di fuori.
E poi, io leggevo e rileggevo la storia a fumetti di Enzo Biagi. Cosa che non guastava.
Alle medie mi sentii dire da una compagna di classe che pensavo troppo alla politica, solo perché avevo una vaga idea di chi fossero Craxi e Khomeini.
Mi viene da ridere solo a pensarci.
Comunque Piazza Fontana, come tutto il resto, d’altronde, sembrò appartenere solo a me e alla mia famiglia fino al 1989.
Quell’anno cominciai le superiori. Fu un anno terribile di ginnasio, mai ripetuto perché alla fine dell’anno venni bocciata e cambiai completamente scuola.
Eppure c’è una cosa, di quell’anno, che mi è rimasta impressa.
Il 12 dicembre ci fu una manifestazione.
Ora, io avevo l’idea di piazza Fontana, ma non ne compresi l’impatto emotivo su una certa parte di popolazione, fossero coetanei o adulti, fino a quel giorno.
Fu una sorta di rivelazione. Scoprii cosa era capitato esattamente (per quello che può significate l’avverbio esattamente in questo caso) a Giuseppe Pinelli, tanto per cominciare.
Scoprii inoltre che Piazza Fontana non aveva lo stesso significato per tutti, ma c’erano due significati differenti.
A tratti ebbi l’impressione sgradevole che per qualcuno i morti avessero un valore differente. C’era chi era più morto di altri, in entrambi i significati.
Io non me ne rendevo conto, ma con la scoperta di Piazza Fontana avevo cominciato la mia formazione civica (per quella politica dovetti attendere qualche anno ancora).
Da allora sono passati 20 anni. Piazza Fontana è diventata parte integrante della mia storia, anche se il giorno in cui esplose la bomba non ero nemmeno un’ipotesi nella testa dei miei genitori.
Forse la scelta dell’università (ero in Festa del Perdono) ha facilitato parecchio l’integrazione. Impossibile, scendendo a Duomo, non passare da lì ogni volta che dovevo andare in facoltà. Era il mio percorso, e solo per qualche buona ragione lo evitavo.
Forse è stata la frequentazione di persone di estrema sinistra che avevano in mente il 12 dicembre di continuo.
Forse è perché ogni tanto metto in fila la storia del mio Paese in una lunga linea orizzontale in cui tutto ha un posto e un peso, e quando arrivo a Piazza Fontana è come se ci fosse un’interruzione della linea, un’interruzione lunga anni. E dopo quell’interruzione, la linea non è più orizzontale ma comincia a sbandare, come se non sapesse dove cazzo vuole andare, ma va lo stesso.
Non lo so, cos’è.
So solo che io Piazza Fontana me la porto dietro da vent’anni, in qualunque posto del mondo mi trovi.
E non è un bagaglio leggero, da portare dietro.

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