Di libri e di feticismo. Più altre amenità.

Questo post lungherrimo nasce come commento a un post dello Scorfano, che ha la capaità di trasportarmi ogni volta che scrive un post sulla scuola in mezzo ai miei ricordi di adolescente, senza preavviso e senza rete di protezione. Però lo perdono perché ogni tanto mi fa bene.

 

Devo dire che comprendo il feticismo per i libri dei tuoi studenti. Credo sia per una questione di ricordi molto freschi e spesso riportati alla luce della mia adolescenza (la colpa di questo riportare alla luce i ricordi dai cassetti dalla memoria, un po’, è anche tua, che racconti cose sulla scuola che mi fanno ripensare alla mia, di scuola, e  quando avevo l’età dei tuoi studenti, ma pazienza. So a cosa vado incontro quando leggo i tuoi post, e se torno a leggerli ci sarà un motivo).

Allora, io da adolescente leggevo. Non ero una lettrice grandissima, diciamocelo, però sceglievo i libri bene (o almeno li sceglievo con cognizione di causa. Una cognizione mia, ma mai a casaccio). Per esempio a 16 anni mi lessi Cent’anni di solitudine, poi riletto più avanti perché non ci avevo capito granché.

Però a me capitava una cosa strana. Tra i 14 e i 18 anni, periodo in cui cominci a comprendere cosa realmente potrebbe interessarti nella vita, gli unici libri dedicati al diletto personale erano libri ereditati da mio padre, mia zia e (pochi) mia madre. I libri ereditati da mio padre e da mia zia erano tutti, bada bene, testi fondamentali della letteratura italiana degli anni tra i ’50 e i ’60 (avevamo Chiara, Cassola, Silone, la Morante in un’edizione così sfaldata che mi rimaneva in mano, Moravia, Sciascia, insomma gente così, che a me all’epoca però interessava poco, vai a capire perché). Poi c’era poco altro: qualche giallo di Agata Christie e una collana di libri meravigliosa della De Agostini, gli Evergreen, che mi insegnò a conoscere Orwell, Bradbury, Hemingway, persino  romanzi come Il ponte di Saint-Luis Rey, e Il nostro agente all’Avana, di cui ricordo l’immagine terrificante del comandante dell’isola che si era fatto una poltrona di pelle umana, o un portasigarette, ora non ricordo. Però era di pelle umana. Quello sì.

Ah, c’erano i libri dell’infanzia, da Piccole donne ai Ragazzi di Via Pal, in edizione per ragazzi, naturalmente, e qualcosa di Rodari. Le filastrocche in cielo e in terra. La bibbia, in pratica.

Più Il Piccolo Principe, retaggio delle elementari, e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.

Forse c’era qualcos’altro, ora non ricordo.  Ma nella mia adolescenza c’era un problema enorme. Tra i miei 14 e i miei 18 voler leggere qualcosa che non fosse reperibile in casa, prestato da una vicina con cui ci si scambiava la qualunque, o portato da una zia di Roma leggiofila (aggettivo ereditato dall’ultimo grande amore delle superiori, ma questa è un’altra storia) era impossibile perché acquistare libri in quel periodo era un costo.

E noi eravamo piuttosto disagiati, non nel senso del Disagiato. In senso economico.

Certo, esistevano le biblioteche. Ma io ero molto timida e le biblioteche all’epoca mi mettevano soggezione, con i loro libri messi in fila, con la targhetta, e gli schedari, e quello che c’è in una biblioteca. Pure i tavoli e gli studenti che ci andavano, mi mettevano soggezione.

Non si direbbe ma alle superiori mi innervosiva molto dover entrare in luoghi farciti di sconosciuti e in cui non sapevo se qualcuno mi avrebbe mangiata viva non appena avessi chiesto qualcosa.

Poi ho imparato, a usare le biblioteche. All’università Ho scoperto che, in effetti alla Sormani qualcuno era disposto a mangiarti vivo, e per fortuna aveva un vetro protettivo davanti.

Ma alle superiori non ce l’avrei mai fatta.

Devo dire però che mia madre, pure nel disagio, manteneva un punto. I soldi per i libri non erano soldi sprecati.

Non ne potevamo comprare troppi, ovviamente.

Ma non era per un puntiglio tipico di tanta gente che ho conosciuto, ossia che i libri sono uno spreco di tempo e ‘cosa leggi a fare? Esci a prendere una boccata d’aria’. Mia madre, se avesse potuto, ci avrebbe riempito la casa, di libri (mio padre per un certo periodo lo aveva fatto).

Il fatto è che non poteva.

Però qualcuno ogni tanto lo si comprava anche noi. Quando non eravamo ancora disagiati c’era l’abitudine, di comprare libri per i  bambini a natale, ai compleanni, pure a quelli degli amichetti.

E nonostante tutto pure tra i 14 e i 18 mi è capitato di comprarne o farmene regalare.

Scegliendomeli con cura.

O approfittando delle richieste scolastiche. Grazie alla terribile prof dell’unico anno di ginnasio mi lessi Demetrio Pianelli (sì, mi piacque pure). E Il Gattopardo.

Grazie alla prof della terza e quarta dell’istituto tecnico invece lessi Anna Karenina, La chimera, Orgoglio e pregiudizio, Gli antenati di Calvino, Agostino, Il ritratto di Dorian Grey, Dottor Jeckyll e Mister Hyde.

E di mio in quegli anni comprai, per mia scelta personale, Storia di un uomo di Fred Uhlman (che volli leggere a tutti i costi. Mi ricordo ancora quando entrai, con il capitale enorme di 10000 lire tra le mani, risparmiato in non mi ricordo quanto tempo, e me lo comprai a una Feltrinelli storica di Corso Buenos Aires, quella che ora non esiste più e si è spostata sull’altro marciapiede, perdendo tutto il fascino che esercitava su di me), il teatro di Pirandello, I dolori del giovane Werther, che col senno di poi mi fa mormorare ‘che palle’ al solo ripensarci, e pure L’importanza di chiamarsi Ernesto, con testo inglese a fronte.

Quei libri non solo li volli e non solo li lessi, qualcuno più volte, ma ancora oggi se qualcuno se li volesse portare via dalla mia libreria credo che gli staccherei le mani a morsi.

All’epoca ero convinta che non avrei avuto molto altro di mio, nella vita, a parte i libri della mia libreria.

Quella doveva essere l’eredità che avrei lasciato ai miei ipotetici figli.

E doveva arrivare integra.

Oggi ho cambiato idea, anche a causa della mancanza di spazio e di una terribile scoperta fatta con gli anni: in alcuni libri l’unico valore è quello della carta e dell’inchiostro con cui sono stati stampati.

Però, ecco, io il feticismo dei tuoi studenti lo capisco. Non so se per loro i libri scelti e comprati da soli o comunque senza imposizione di qualcuno siano stati una conquista faticosa, sotto ogni punto di vista.

Ma quel tipo di feticismo è importante, a quell’età.

Di più. Lo trovo sano.

(volevo lasciare giusto un commento ed è venuto un post lungo una quaresima. Mi scuso)

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7 thoughts on “Di libri e di feticismo. Più altre amenità.

  1. come ho scritto di là anche io sono una feticista. mi piace, oltre che leggerli, guardarli, annusarli, possederli fisicamente.
    forse dovrei dire mi piaceva, che ora che non ho più spazio e devo dare via qualcosa ho un po’ smesso. compro di carta solo quelli imperdibili.

    e anche io a 16 anni leggevo marquez (“colpa” di un laboratorio di letteratura latino americana). me ne innamorai ed è una costante della mia vita (nel senso che periodicamente lo rileggo). e grazie all’obbligo della seconda lingua all’uni, ho anche tutto marquez in spagnolo

  2. Mi pare di guardare la mia libreria nello stesso periodo. 90% sono gli stessi libri, inclusi gle evergreen che mi hanno iniziato alla fantascienza con Il sole nudo. E pure la Feltrinelli di BsAs. Una tragedia quando l’han spostata

    PS dovermi loggare per commentare e’ una rottura… questo potrebbe essere il mio ultimo commento

    1. Scusa, Muriel, hai ragione. Ora elimino quell’affare che è una gran rottura di palle.
      (però potrebbe essere il motivo per cui questo blog si vuoterà per assenza di commentatori, come da anatema lanciatogli contro…)O

  3. Io naturalmente credo che ogni storia (e quindi anche ogni storia insieme ai libri) faccia storia a sé, e non possa essere né valutata né presa a modello (un giorno,m magai, racconterò la mia: che è un po’ diversa dalla tua, anche se è iniziata con Cent’anni di solitudine, anche lei). Per oggi mi sono goduto la tua storia, che mi è sembrata molto bella. Potrei ora dirti che gli alunni (le alunne, in realtà) che mi hanno fatto quell’osservazione che io ho definito “feticista” (I libri sono sacri!) sono figlie di medici e professionisti, che non leggono niente di niente che non siano storie di vampiri eccetera… Però, lo capisci anche tu, non sarebbe giusto.
    Non avrebbe senso, non direbbe niente di più di quello che abbiamo già detto sia io che te, a modo nostro. A volte i post (o almeno i miei) sono soltanto spunti: non c’è da essere d’accordo né in disaccordo; a volte sono solo un modo per ricordare come eravamo o per pensare a come siamo, ognuno a suo modo, senza l’obbligo, per fortuna, che qualcuno abbia ragione. Che già mi sembra un risultato incredibile sie ci penso.
    Grazie della tua lunghissima considerazione a “commento”.

  4. Invece in casa mia leggere voleva dire isolarsi e non stare con gli altri, e da introversa cronica già abbastanza colpevolizzata per essere introversa, non potevo non sentirmi in colpa anche per amare la lettura.
    Ti invidio moltissimo.

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