Proud to be Mezzosangue

*questo post sarà a più riprese. Credo.

C’è questa cosa strana, da quando bazzico i social network. Alcuni in particolare. Ciclicamente arriva una discussione, lunga chilometri di commenti, in cui si chiede (anche con intento abbastanza provocatorio) se non sia stato universalmente riconosciuto che Milano è una città di merda.

Ecco, non sempre si usa l’epiteto merda, a volte si è più sottili. Il risultato è sempre identico: si formano due schieramenti, tipo derby, in cui a colpi di commenti che non interessano a nessuno i detrattori spiegano perché Milano è oggettivamente una città di merda e i sostenitori fanno altrettanto.

Non è facile inserirsi in questo tipo di discussioni, pure se si vorrebbe dire qualcosa. Io per esempio mi astengo. Eppure sono intimamente convinta che la ragione stia in entrambe le fazioni. Milano riesce a essere contemporaneamente una città orripilante e una città bellissima. E no, non è una questione soggettiva.

Partiamo dall’inizio. Io a Milano sono nata e cresciuta. Non da famiglia milanese purosangue, naturalmente. La mia storia è più o meno la stessa di tutte le famiglie di ceto medio-basso che con gli anni ’50 e il boom economico hanno visto i figli impiegarsi in posti di lavoro impiegatizi. La generazione dei miei genitori era bambina o adolescente durante la guerra, e basterebbe prendersi qualche testo di storia e società decente (consiglierei Storia del miracolo italiano, di Guido Crainz, a chi ha voglia di farsi una cultura) per capire come girasse il mondo all’epoca.

Sono nata da una donna del nord, nata a Sala Comacina (provincia di Como)  e vissuta a Milano, e da un padre di Roma, proveniente da antenati che hanno fatto il Giro d’Italia senza bicicletta. Mi pare di averlo già raccontato altrove, all’epoca in cui si discuteva animatamente sulla festa dell’unificazione.

Torniamo a noi. Milano è stata la città dove si sono incontrati i miei genitori, quindi. Mio padre era venuto a Milano per lavorare. Son cose che capitano. Ci si incontra per caso, ci si piace, ci si innamora e ci si sposa. E spesso, soprattutto in luoghi come Milano tra i 50 e i 70, si dispone di parenti che parlano dialetti incomprensibili alle famiglie dell’altro.

Ho passato lun terzo delle migliori  estati della mia infanzia (il mese di luglio, solitamente) a sentire i vecchi di Sala Comacina parlarsi in una lingua che qualcuno potrebbe definire barbara. La capivo senza parlarla, all’epoca. Pensavo anche io che fosse una lingua barbara, a dire il vero. Poi ho sentito un amico bergamasco, o meglio delle valli,  parlare in dialetto. Ho dovuto ricredermi.

Un altro terzo delle mie estati, il mese di agosto, era invece dedicato a Roma.

Ora. Io preferivo Roma, a Milano. Non so perché. Forse perché la vedevo solo in estate quando non andavo a scuola, e quando si è in vacanza si è più liberi, si fanno cose che non si farebbero durante l’anno (anche da bambini, sì), forse perché in effetti rispetto a Milano Roma ha questa abitudine di esploderti in faccia e saziarti di monumenti e altre amenità appena ti incammini per strada. Ricordo che ogni anno aspettavo il momento in cui l’auto sarebbe uscita dall’autostrada per arrivare su quella che anni dopo ho capito essere la Via Salaria.

Sta di fatto che Milano mi piaceva poco, da bambina, e in adolescenza ho cominciato a maturare nei suoi confronti un odio cresciuto per anni. Avrei voluto essere ovunque tranne che a Milano.

L’odio non è un sentimento che si può provare nei confronti delle città. Che fai, odi gli edifici? E che ti avrà mai fatto il Duomo di Milano? Brera, che via terrificante. Aiuto, la Pinacoteca! Che posto pericoloso! Con tutti quei quadri che potrebbero saltarti addosso da un momento all’altro!

Pure il clima, non è che ti metti a odiare la nebbia di novembre (all’epoca c’era, la nebbia). O il freddo pungente tra dicembre e gennaio, e l’umidità che si porta dietro l’estate. Al massimo può provocarti fastidi fisici. Poi il freddo a me che ho la pressione bassa tende a piacere, e la nebbia era affascinante, vista dalla finestra. Oddio, dalle mie finestre, quando il cielo era limpido, si vedeva  persino il Resegone.

Insomma, l’odio per Milano a me veniva dalla gente che conoscevo a Milano. Avevano iniziato i miei compagni delle medie (alle elementari, ribadisco, ero solo un po’ infastidita, da Milano, però ne avevo scoperto tanti angoli che non conoscevo, grazie alla mia maestra e ai  programmi scolastici che prevedevano la conoscenza della storia del territorio. Alle elementari mi avevano già trasmesso l’orgoglio tutto milanese di avere cacciato gli austriaci durante le Cinque Giornate di  Milano. Mi sentivo parte integrante di una Storia più grande di me. Con le conseguenze sotto gli occhi di chiunque legga questo blog…)

I compagni delle medie, che avevano l’enorme colpa di essere adolescenti in cerca di un’identità e di crescere nella peggiore Milano di tutti i tempi (la Milano da bere di socialista memoria), erano terribili. Come tutti gli adolescenti, d’altra parte. Anzitutto facevano branco. Si radunavano intorno al capetto, generalmente il più ignorante o quello proveniente dalla una famiglia di gente con l’abitudine radicata della prepotenza. E avevano l’abitudine vigliacca del branco di tormentare gli elementi più deboli o considerati diversi.

Ora, non sto a raccontare la triste storia della mia adolescenza, perché in fondo non sono fatti di chi legge. Però contro di me esisteva anche un’enorme colpa: un padre romano. E la provenienza di mio padre non era un mistero. A dire il vero non era mai nemmeno stata un problema, fino ad allora.

Ma fuori dalle scuole cominciavano a circolare le idee xenofobe della Lega Lombarda. Circolavano anche tra i tifosi, le idee xenofobe della Lega Lombarda. E tra i 12 e i 14 anni, se non sei politicamente impegnato, sei di certo milanista, interista o nel peggiore dei casi juventino. Senti le cazzate dai più grandi, e le cazzate possono anche consistere nei cori da stadio il cui il romano viene definito ‘bastardo’ (forse l’ideatore del coro pensava che tutti i romani fossero stati abbandonati da Rea Silvia e allattati da una lupa, non so…)

Quindi tra i 12 e i 14 anni, oltre alle rotture di palle dovute alle mie enormi manchevolezze fisiche, intellettive ed economiche (avevo i capelli eternamente corti, commettevo il grave reato di leggere e scrivere bene, e a volte mi piaceva persino studiare. In più non indossavo abiti di marca perché non ce li potevamo permettere), scoprii anche il sottile razzismo nei confronti di Roma che iniziava, o meglio, ricominciava a serpeggiare nella mia periferia. Dico nella mia periferia perché in nessun altro luogo o momento della mia vita il fatto di avere un padre romano si è rivelato così  discriminante o biasimevole. A Milano, intendo. Forse ad Adro mi discriminerebbe ancora oggi.

In quei tre anni si posero le basi per la non sopportazione fisica per Milano, portata avanti più o meno fino alla maggiore età. Sognavo, in parole povere, di andarmene a Roma, o in un qualunque altro luogo del mondo. Dove magari non avrei dovuto confessare di essere mezzosangue, o dove almeno non sarebbe stata considerata una colpa.

Poi è successo qualcosa. Non so che cosa. Però tutta questa roba è passata. Dimenticata no. Si è mitigata. Alla fine le medie non c’erano più. Rimanevano comunque le cazzate della Lega Nord, rimanevo comunque in una città che andava via via peggiorando, e te ne accorgevi solo spostandoti sui mezzi, ma ci fu un momento in cui tutto questo cominciò a essere un problema esterno e non personale.

Fu quando cominciai a girare per la città per i fatti miei, con la cartina in mano. C’erano tanti posti, a Milano, che non conoscevo o che avevo semplicemente dimenticato. Iniziai a cercarli tutti. Dapprima furono i luoghi artistici. Ecco, quando non si sopporta una città un buon antidoto potrebbe essere cominciare a cercare i suoi percorsi artistici. E nonostante le apparenze a Milano esistono un sacco di luoghi visitabili con una certa soddisfazione e con un certo appagamento. Bisogna andarseli a cercare, certo. Nessuno ha mai detto che la scoperta di Milano sia roba facile. Pure Guareschi ci ha messo un po’.

E quindi ho cominciato a fare pace dapprima con la topografia, in seguito con i monumenti. Per fare pace con la gente di Milano invece ho dovuto attendere ancora un po’: gli anni in cui ho cominciato a studiarne seriamente la storia dell’ultimo secolo.

È stato più o meno quando ho cominciato a lavorare al documentario su Miracolo a Milano. Uno dice ‘che sarà mai’. Invece no. Lavorare a un documentario ti costringe  a rivoltare tutta la gente che sa qualcosa dell’argomento di cui vuoi parlare. E quando cominci a rivoltare la gente e a scuoterla per far uscire tutti i suoi ricordi (scuoterla in senso buono, eh. Poi si trattava di gente di una certa età, che aveva vissuto gli anni ’50, tutta stracontenta di poter parlare della sua giovinezza e della sua Milano a ragazze giovani come eravamo io e Shantala) scopri cose che non avresti mai immaginato, e ti si rimescola il mondo.

Direi che ho smesso di odiare la gente di Milano quando la gente che ne aveva fatto o raccontato la storia mi ha aperto i salotti di casa sua per raccontarmi che cosa era la gente di Milano un tempo.

Quando dico che ho smesso di odiare la gente di Milano, intendo dire che ho smesso di odiare anche una parte delle mie origini e l’ho ricomposta. A quel punto ero pronta per fare pace con tutte e due le parti che mi componevano: quella milanese e quella romana. Perché poi non è facile trovarsi un equilibrio, quando sei fatta di due parti così diverse che tentano sempre di sputarsi in faccia a vicenda.

Peccato che la pace sia arrivata mentre mi stavo per trasferire a Roma…

(continua, forse)

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