Le olimpiadi sono cominciate. E io no.

Allora, a me le olimpiadi piacevano, da bambina.

Mi piacciono ancora, non è che non le guardo schifata, urlando bestemmie contro questi distrattori di massa che ci organizzano pane e circo in barba alla crisi economica mondiale (se non conoscete gente che fa questi discorsi ve ne presento un po’, magari gli rispondiamo un po’ per uno cheì a far tutto io mi sono anche stufata…).

Però non è la stessa cosa. Mi ricordo che la prima olimpiade che ho visto quasi per intero è stata quella di Los Angeles. Avevo 9 anni, era il 1984, e non conoscevo un nome che fosse uno di un solo atleta. Sì, vabbé, Carl Lewis. Che ai novenni di oggi non dirà molto, ma per me era il simbolo della velocità. E mi stava pure un po’ sulle palle, a dirla tutta. Conoscevo pure Mennea, eh. Sempre per sentito nominare, perché chi si era mai guardata i 200 metri, prima? O meglio, chi si andava a guardare l’atletica senza olimpiadi? Non so nemmeno se Mamma Rai trasmettesse gare di atletica durante l’anno. La non ancora nata Mediaset di sicuro no. Poco da discutere. Su Canale 5 era tanto se passava Dallas il mercoledì sera. In prima visione, intendo.

Però quelle olimpiadi me le sono viste tutte. Almeno, tutte quelle che potevo vedere. Siccome c’è il fuso orario, a Los Angeles, io vedevo le olimpiadi fino a quando era pomeriggio, ho visto le gare di nuoto, le gare di atletica, l’equitazione, la scherma no, non ancora, ma non perché non mi interessasse. Non c’ero ancora incappata.

Per la scherma ho dovuto aspettare l’88. Quando ho scoperto che avevamo addirittura una signora squadra olimpica. E Stefano Cerioni. E la scherma è stato amore e pure un po’ di rimpianti, perché la scherma mi affascina.

Non sono mai stata una bambina troppo femminile. Mal tolleravo le Barbie, mi piacevano i soldatini, mi piacevano i pantaloni, giocavo a calcio, mi piacevano i cartoni dei robots più di quelli di eroine sfigate, tipo quelle che cercano il nonno per tutta la durata del cartone e appena lo trovano il nonno muore (fatto che induce a pensare che l’eroina in fondo porti pure un po’ di sfiga).

Poi leggevo. E leggevo romanzi che sarebbero stati comodi nella biblioteca di un bambino, non di una bambina, secondo qualche visione progressista che vorrebbe il mondo diviso per interessi maschili e interessi femminili. A me, per dire, piacevano I Tre Moschettieri (che ho letto in Vent’anni dopo, i Moschettieri li avevo visti in televisione, in una serie televisiva, questa sì trasmessa da Canale 5. Con Michael York nei panni di D’Artagnan. E Richard Chamberlain nei panni di Portos).

Insomma, per farla breve a me piaceva D’Artagnan. Perché tirava di scherma. Volevo essere un po’ D’Artagnan. In effetti non sapevo che avrei potuto fare semplicemente la fiorettista, perché pure le donne praticano la scherma. Mi sembrava una roba maschile, la scherma, e mi piaceva. Non era noiosa. Insomma, magari a qualcuno può annoiare, eh, non dico di no (c’è chi si annoia a guardareil calcio, perché non a guardare la scherma?), ma quando ho scoperto la scherma alle olimpiadi credo di avere avuto il primo momento di rimpianto. Tipo: perché non me lo avete detto prima? Volevo farlo anche io.

Probabilmente non ci sarebbe stata storia, non solo perché nonostante tutto non sono mai stata una grande sportiva, ma quando mi venne questa cosa strana per la scherma non potevo andare da mia madre e dirle ‘ehi, invece di pagare l’affitto iscrivimi a una scuola di scherma’. A parte l’età. 13 anni. Ma poi a 13 anni non vai a dire queste cose, se ti hanno educata a non chiedere cose che non si possono avere.

Così guardavo semplicemente la scherma. E dopo le olimpiadi avevo cominciato a guardarla anche nelle rarissime gare trasmesse. La scherma era diventata la disciplina che mi interessava di più durante le due settimane in cui il mondo si fermava a guardare la stessa cosa. Oh, sì, guardavo anche le gare di nuoto, ma le gare di nuoto per un bel hanno significato guardare gli altri andare sul podio (nel ’96 avevo una passione viscerale per Alexandr Popov, che a pensarci ora aveva il bisto a forma di trapezio rovesciato, non molto affascinante. Però era il più veloce nei 50 stile. Vuoi mettere?).

La scherma, e in particolare il fioretto, significava vedere la squadra azzurra eternamente, o quasi, sul podio, spesso sul gradino più alto. Soprattutto la squadra femminile. Era la prima volta nella mia vita che ammiravo sul serio le donne, non è una cosa da sottovalutare. Donne che facevano una roba dai connotati così dannatamente maschili. E la facevano bene. Orpo se la facevano bene.

Non ho mai perso una finale di fioretto, negli anni, o almeno ci ho provato. Una l’ho persa per un motivo nobile: a Sidney la Trillini si contendeva la medaglia di bronzo con non ricordo chi, quando mi telefonò qualcuno dalla Sellerio, a Palermo. E che fai, non rispondi perché stai guardando la Trillini? Non si fa. Così mi persi la finale per il bronzo parlando al telefono con un editor Sellerio a cui era piaciuto il mio romanzo. La Trillini aveva la sua medaglia, e io avevo la mia.

Era il 2000. Credo sia stata l’ultima olimpiade che ho visto con l’attenzione completamente puntata sulle gare, o quasi.

Poi è successo che 4 anni dopo, ai tempi di  Atene, mi trovavo fuori casa. Senza televisore acceso tutto il giorno. Le olimpiadi le ho viste a spizzichi e bocconi. Lo stesso accadde con Pechino 2008. Di cui non so assolutamente nulla.

E quest’anno… Credo che la mia personale fiamma olimpica si sia spenta. Venerdì non ho visto l’inaugurazione. Ero a un concerto. E ieri non ho nemmeno prestato attenzione alle azzurre del fioretto che si prendevano tutti i podi. Nemmeno della scherma mi interessa più tanto, e da tempo non mi interessa più essere D’Artagnan.

Sarò mica cresciuta?

 

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