Robe da Piccolo Principe (chi è arido e senza cuore o odia il Piccolo Principe può pure ripassare domani)

Credo che Carlotta e un po’ di persone che non sopportano il Piccolo Principe mi odieranno, leggendo questo post, ma io, il Piccolo Principe, non lo odio e non lo amo. L’ho letto a 10 anni, quando facevo la quarta, o la quinta elementare, e l’ho pure capito. Quello che non ho mai capito è perché tutti quanti citino di continuo l’episodio della volpe, mentre sui pianeti  che precedono la Terra il Piccolo Principe incontra gente decisamente più interessante. Il mio preferito è l’uomo d’affari, capitolo XIII. Probabilmente perché pure io, i seri uomini d’affari terribilmente impegnati che pare che solo loro hanno un lavoro, non ho mai finito di comprenderli:

Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari.
Questo uomo era cosi’ occupato che non alzo’ neppure la testa all’arrivo del piccolo principe.
“Buon giorno”, gli disse questi. “La vostra sigaretta si e’ spenta”.
“Tre piu’ due fa cinque. Cinque piu’ sette: dodici. Dodici piu’ tre: quindici. Buon giorno. Quindici piu’ sette fa ventidue.
Ventidue piu’ sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.Ventisei piu’ cinque trentuno. Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno”.
“Cinquecento e un milione di che?”
“Hem! Sei sempre li’? Cinquecento e un milione di … non lo so piu’. Ho talmente da fare! Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole! Due piu’ cinque: sette…”
“Cinquecento e un milione di che?” ripete’ il piccolo principe che mai aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva espressa.
L’uomo d’affari alzo’ la testa: “Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che tre volte. La prima volta e’ stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissa’ da dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizionLa seconda volta e’ stato undici anni fa per una crisi di reumatismi. Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare. Sono un uomo serio, io. La terza volta … eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione”.
“Milione di che?”
L’uomo d’affari capi’ che non c’era speranza di pace.
“Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo”.
“Di mosche?”
“Ma no, di piccole cose che brillano”.
“Di api?”
“Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare”.
“Ah! di stelle?”
“Eccoci. Di stelle”.
“E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?”
“Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono un uomo preciso.”
“E che te ne fai di queste stelle?”
“Che cosa me ne faccio?”
“Si”.
“Niente. Le possiedo io”.
“Tu possiedi le stelle?”
“Si”.
“Ma ho gia’ veduto un re che…”
“I re non possiedono. Ci regnano sopra. E’ molto diverso”.
“E a che ti serve possedere le stelle?”
“MI serve ad essere ricco”.
“E a che ti serve essere ricco?”
“A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova”.
Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po’ come il mio ubriacone.
Ma pure domando’ ancora:
“Come si puo’ possedere le stelle?”
“Di chi sono?” rispose facendo stridere i denti l’uomo d’affari.
“Non lo so, di nessuno”.
“Allora sono mie che vi ho pensato per il primo”.
“E questo basta?”
“Certo. Quando trovi un diamante che non e’ di nessuno, e’ tuo. Quando trovi un’isola che non e’ di nessuno, e’ tua. Quando tu hai un’idea per il primo, la fai brevettare, ed e’ tua. E io possiedo le stelle, perche’ mai nessuno prima di me si e’ sognato di possederle”.
“Questo e’ vero”, disse il piccolo principe. “Che te ne fai?”
“Le amministro. Le conto e le riconto”, disse l’uomo d’affari. “E’ una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!”
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
“Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle”.
“No, ma posso depositarle alla banca”.
“Che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un cassetto”.
“Tutto qui?”
“E’ sufficiente”.
E’ divertente, penso’ il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e’ molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi.
“Io”, disse il piccolo principe, “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perche’ spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai. E’ utile ai miei vulcani, ed e’ utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…”
L’uomo d’affari apri’ la bocca ma non trovo’ niente da rispondere e il piccolo principe se ne ando’.
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio.

Si ringrazia Antoine De Saint-Exupéry per la concessione e per il ricordo di infanzia che fa capolino di tanto in tanto.

Voi che odiate il Piccolo Principe potete tranquillamente esecrarmi pubblicamente, eh. Non mi offendo.

 

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