Io veramente non lo so più.*

*sarebbe la risposta a questo post di Claudia, il titolo.

Una volta sì. Volevo fare la scrittora (ah, si dice scrittrice? Mah, secondo me è un po’ troppo. Mi sarei accontentata anche di fare la scrittora, a fare le scrittrici poi ti trovavi in compagnia di gente come Elsa morante, Natalia Ginzburg, Jane Austen, ed è tanta roba, come vicinato), però ero giovane e incosciente ed ero convinta che per fare la scrittora bastava mettersi lì e scrivere. Bene, intendo dire. Scrivere cose che avessero una dignità. Quelle cose che tu scrivi, e le scrivi per te, però poi le legge qualcuno e scopri che non stavi parlando solo di te, mentre scrivevi, ma parlavi un po’ anche di lui. E così via, fino ad arrivare a un numero imprecisato di persone. Ecco, a me piaceva, questa cosa della dignità.

Poi sono cresciuta. E ho scoperto una cosa. Che non è fondamentale, scrivere cose con una dignità. Basta che scrivi una cosa che si vende. Su cui puoi costruire sopra quell’affare che si chiama marketing, che a te scrittora non ti interessa, ma gli interessa all’editore, il marketing. Ho scoperto che un libro va anche venduto, insomma.

Beh, sì, è l’acqua calda. I libri vanno venduti, altrimenti chissene che li hai scritti? Finiscono nel dimenticatoio, hanno pure una vita molto più breve di quelli che leggevo io da bambina. Per esempio io da bambina leggevo roba scritta anche agli inizi del novecento, che era già vecchia, la cosa più nuova che ho letto da bambina è stata La Storia Infinita.

Pure alle superiori, c’era la mia prof che si ostinava a darci questi romanzi che erano stati scritti da gente che ormai era terra per ceci, che però a me piacevano, eh, mica perché una cosa è vecchia non la devi leggere.

Però poi a un certo punto i libri che mi arrivavano tra le mani hanno cominciato ad avere una scadenza. Era roba che andava di moda, e che l’anno dopo nessuno si leggeva più. Cominciavano a essere pochi, i libri che non scadevano. Pochi rispetto a quelli che invece restavano sempre lì a guardarti, con la loro aria di voler sopravvivere anche all’estinzione della specie umana, intendo.

E diventavano pure più brutti. Erano scritti male, sciatti, uguali all’ultimo libro che avevi appena lasciato da parte. Oppure lo scrittore aveva avuto una buona idea, però forse aveva troppa fretta di finirlo, il libro, chissà. E così la buona idea finiva dimenticata sotto mucchi di parole e di linee verticali (scusate, io ho fatto un po’ la scrittora di sceneggiature, ogni tanto me ne ricordo e ci metto il gergo, mentre parlo di libri) inutili, e tu arrivavi alla fine e non capivi più dov’era quell’idea che ti era piaciuta tanto all’inizio.

E adesso ce ne sono un sacco, di brutti libri, che devi usare il lanternino, quando vai in libreria, o cercare bene su internet (adesso non ci sono mica più solo i libri di carta, eh. Ci sono gli ebook) per trovare qualcosa di buono, perché sennò i libri ti sommergono, e rischi di prendere il primo che ti capita. E non è proprio detto che il primo che ti capita valga la pena. Proprio no.

(poi ci sono pure gli amici che hanno un libro in libreria, e lo devi leggere per forza, però questo è un altro paio di maniche, lì c’è quella roba che si chiama educazione per cui tu, i libri degli amici, te li leggi. E se non ti sono piaciuti non è che vai a dirgli ‘hai scritto una merda’, ma taci e non regali il loro libro. E sì, dei libri degli amici ne parliamo un’altra volta, e pure di quelli consigliati dagli amici)

E insomma, io sono una che voleva fare la scrittora, da grande, ma poi quando è diventata grande ha pensato che i vicini di casa in libreria non è che fossero tutta sta gran compagnia.  Poi c’è un sacco di gente a cui della dignità di quello che scrive non gliene frega più niente. Così io la scrittora non la voglio più fare. Di  stare in libreria e finire al macero dopo pochi mesi non è che mi interessi molto.

Non è che ho smesso di scrivere, eh. Se scappa un racconto, un romanzo, una qualunque cosa da scrivere, la scrivo. Però, ecco, cerco pure di divertirmi, che a pensarci bene, sta cosa della dignità diventa anche un po’ faticosa, e mica scrivi sempre cose che devono essere ricordate a futura memoria. Se qualcuno ci si trova, bene, sennò le lascia lì. Mica mi offendo, io.

Mi offende di più chi mi vende una roba che fa schifo come se fosse un capolavoro imprescindibile, a essere sincera.

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8 thoughts on “Io veramente non lo so più.*

  1. Adesso stampo questo post e me lo metto nel quaderno, perché è raro trovare qualcuno che la pensa come me e riesce a metterlo così chiaramente in parole. Io sono ancora nella fase “prendere coscienza di detta acqua calda” (sarà l’età, sarà che sono un’inguaribile idealista) e continuo a volte a deprimermi di essere io quella sbagliata e incapace (la prima non penso sia vera, la seconda…boh, forse, ma non più incapace di tanti altri). Certo è che mi resta ancora un po’ l’amaro in bocca, perché per me la dignità è una cosa fondamentale sempre in qualsiasi arte o mestiere.

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