“Tanto sono tutti uguali”: manco per il cazzo.

C’è questa idea che circola da anni, e che alla fine circola da così tanto tempo da essere  penetrata nella pelle.

Davanti a fenomeni come la corruzione, l’evasione, l’omertà davanti alle ingiustizie e via dicendo, la reazione prima è diventata una litania che parte dall’ è tutto un magna magna al sono tutti uguali per finire al poco o tanto rubano tutti.

Il primo personaggio noto che ricordo nell’atto di difendersi dicendo tanto lo fanno tutti, come se fosse un modo per scagionarsi, è stato un tizio di nome Bettino. Dopo di lui il tanto lo fanno tutti è diventata sempre più spesso una giustificazione per qualunque malefatta.

Che poi in realtà io guardavo la gente che avevo intorno. Parenti, amici, vicini. A me non sembrava che tutti facessero così. Sarà stata probabilmente una botta di culo, ma di gente che ha come abitudine radicata l’agire contro la legge io ne ho conosciuta poca. E quella poca ho cercato di evitarla.

Solo che con gli anni questa idea che tutti sono uguali, che tutti rubano, che tanto lo fanno tutti sembrava prendere sempre più piede. Sul sono tutti uguali qualcuno ha fondato un movimento basato sul qualunquismo e l’antipolitica, e chi non è d’accordo è da estirpare perché è complice di chiunque rubi.

Roba che a me fa accapponare la pelle.

Sarà per questo che ieri, alla notizia dell’assoluzione di Vendola, ho avuto un sussulto di orgoglio.

Mi sono detta allora non è vero, prima di tutto. E non per l’assoluzione in sé. Di assoluzioni discutibili ne abbiamo viste fin troppe, negli anni. Dall’insufficienza di prove, a quel vizio di certi giornalisti amici del potere che ti propinano come assoluzione la prescrizione (Minzolini docet).

Qui si tratta di assoluzione perché il fatto non sussiste. Il che significa che sì, può capitare che tu venga indagato, e che la giustizia stabilisca che tu debba essere processato, per un presunto reato, ma  esiste anche la possibilità di risultare innocente da quell’accusa, perché il fatto non sussiste. Insomma tu sotto processo non dovevi nemmeno finirci. Perché la cosa di cui sei stato accusato e per cui sei stato perseguito non era un reato.

È diverso dall’essere assolto per insufficienza di prove. È diverso dall’essere prescritto. È la dimostrazione che non solo non è vero, che sono tutti uguali. Pure le assoluzioni hanno significati diversi.

Che poi la persona assolta perché il fatto non sussiste combaci con la stessa per cui andrei a votare se per caso risultasse vincente alle primarie del PD, è un dettaglio (ho votato per un altro della stessa specie, l’anno scorso, alle Comunali di Milano. Anche lui a suo tempo era finito  sotto processo, anche lui era stato assolto con formula piena, nonostante il tentativo della diretta concorrente di mettere l’accento sul suo essere stato in passato indagato, come se l’assoluzione successiva non avesse nessun significato. Che coincidenza, era il candidato dello stesso partito di Vendola…).

Il punto è che il fatto non sussiste. E che un po’ di questa gente che passa la sua esistenza a professarsi seguace del così fan tutti, la religione più in voga da qualche tempo in Italia, dovrebbe prendere le sue convinzioni e ficcarsele nel primo buco disponibile.

E noi che lo sappiamo, che quella del tanto sono tutti uguali è una cazzata inventata per convincerci a restare chiusi dentro casa quando viene la sera (cit.), ogni volta che ci viene ribadita dovremmo rispondere, con una punta di orgoglio, che no, non siamo tutti uguali. Non lo sono io, non lo è mio padre, non lo è stato mio nonno, e così via fino all’ultima generazione che al brutto stereotipo propinato non assomiglia nemmeno nell’unghia del mignolo del piede sinistro.

 

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