Cose che inacidiscono la domenica.

Tipo certi post su Giramenti, dove si parla del nuovo capo della narrativa Mondadori, tale Laura Donnini.  Che ha rilasciato un’interessante intervista, riportata da Loredana Lipperini. Interessante perché spiega quali saranno i criteri con cui la Mondadori in futuro intende prendersi cura di me in quanto lettrice, anzi, addicted, femmina.

Dell’intervista riporto poche parti, ma non dubito che aiuteranno a comprendere l’acidità annunciata nel titolo:

«No, non ho mai letto Thomas Mann, ma non credo sia un problema. Io mi metto all’ascolto di chi Mann l’ha letto, e cerco di trarre il meglio dalla squadra di editori che dirigo».
Passione, pragmatismo, anche umiltà. No, I Buddenbrook non li ha mai letti, ammette timidamente confermando la voce messa in circolo da un editor non più alla Mondadori, ma sembra anche chiedersi: ce n’è davvero bisogno?

(ve lo dico fuori dai denti: nemmeno io li ho letti, i Buddenbrook, però non deciderò mai i destini della narrativa di una qualunque grande casa editrice, e tra l’altro mi sento pure un po’ in colpa, per non avere mai letto Thomas  Mann. Quindi direi che la signora potrebbe evitare di chiedersi se per decidere quale narrativa pubblicare ci sia il bisogno di conoscerne almeno un po’, soprattutto di quella che sta a tutti i diritti nella storia della letteratura)

Laura Donnini ha imparato le strategia di marketing dall’industria di largo consumo – borotalco, saponette, dadi e perfino risotti di cui parla con piglio brioso e autoironico – rivendica di saper tutto del pubblico femminile grazie ai molti anni trascorsi alla guida di Harlequin Mondadori (regina delle storie d’amore con il marchio Harmony), ha rivitalizzato una sigla un po’ appannata come Piemme, e oggi occupa la poltrona più ambita della Mondadori, quella di responsabile dell’intera produzione libraria.

Quindi pensa di vendermi libri come mi venderebbe un detergente intimo? Avrei qualcosa da ridire.

Però il meglio arriva sui motivi del successo di Cinquanta sfumature di grigio:

Come lo spiega? Un popolo molto depresso?
«No, più una questione di strategia editoriale. Ad Harmony ho imparato che le lettrici di questo genere di racconti sono afflitte da una forma di addiction, di dipendenza. Così abbiamo deciso di mandare in libreria i tre volumi a distanza di poche settimane l’uno dall’altro».

Ecco. Le donne soffrono di dipendenza, e sono talmente assuefatte alla roba tagliata male che ormai si accontenterebbero delle peggiori schifezze vendute dal loro pusher. Basta che arrivi la nuova dose.

Chissà che posto avrebbe trovato una Maria Bellonci, o un’Anna Banti, nella politica editoriale di questa donna… (a proposito, ma le avrà lette?)

Affascinante è anche l’idea che la signora direttrice ha dei saggi:

Quest’anno abbiamo assistito a un fenomeno nuovo che è la “varizzazione” della saggistica: oggi hanno fortuna testimonianze di attori, protagonisti dello sport o della televisione, che si sono messi a nudo raccontando vicende dolorose.

Tra un po’ verrà a dirci che La vita in diretta è una nuova tipologia di telegiornale, non so. Vero che a guardare in giro già l’informazione viene confusa con il gossip, con una propensione inquietante per quest’ultimo, ma i saggi no, porca miseria. I saggi lasciamoli come sono.

Non sono tenuta a essere un’esperta di letteratura, e penso che il mio compito sia un altro.

Sarei curiosa di saperlo, di cosa deve essere esperta una che è a capo della narrativa Mondadori. Aspetto qui, seduta, da brava bambina.

Non mi dilungo oltre, se l’intervista vi interessa sapete dove trovarla. Il fatto  è che io a quest’idea di essere una consumatrice a cui sta bene qualunque schifezza, basta che mi dai la roba, non mi ci rassegno.

Se mi si può chiamare addicted di qualcosa, è di buone storie e di buona scrittura. E mi pare che questi due aspetti non rientrino nella nuova politica editoriale Mondadori.

Quindi presumo che la casa editrice possa benissimo continuare a campare senza il mio aiuto. Per quanto mi riguarda, come mi fa notare Seia, non è che posso mettermi a non comprare più romanzi Mondadori. Sfiga vuole infatti che traduca gente che potrebbe piacermi.

Però non ho fretta, signora Donnini. Posso attendere i libri nelle comode pareti o bancarelle dedite all’usato, dove la gente si disfa spesso di roba da non credere ai propri occhi di lettore capace di scegliere e non di farsi imbeccare dal marketing costruito a tavolino.

Per il resto, i classici Mondadori che potevo procurarmi ci sono già. Quelli fuori diritti posso trovarli da altri editori. Mi spiace per il mio cuginetto, soprattutto adesso che Mondadori ha ricominciato a pubblicare Richard Scarry, ma troverò qualcosa di buono anche a prescindere da voi.

Però di Mondadori nuovi non ne voglio più vedere nemmeno l’ombra. È talmente offensiva l’idea che trasmette sulla mia capacità di lettura in quanto donna, che francamente è buona grazia se non vengo a riempire di sterco di cavallo lo zerbino davanti a casa sua.

A proposito. Cerchi di leggere qualcosa di buono, se tra una distruzione delle tradizioni di una casa editrice e l’altra le avanza tempo. Ha a disposizione un signor catalogo Mondadori, che precede di molto il suo arrivo.  C’è pure roba pop, sa?

(Stefania Auci ha scritto un post interessante e incazzato sulla faccenda, se vi interessa)

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18 thoughts on “Cose che inacidiscono la domenica.

  1. Eh, siora mia, ho imparato a non farmi più inacidire da nulla!
    L’acquario editoriale non è un bel posto, succedono cose strane e qualcuno tenta di dirti che è tutto normale. Per sopravvivere bisogna dire che sì, si è Napoleone e questa non è una casa di cura. Da dire e ripetere più volte al giorno, fino a totale convincimento.

    1. Sì, ma il disprezzo per il lettore (anzi, la lettrice) conclamato è un’autentica new entry. Questo ‘a noi non interessa darti roba buona, a noi interessa solo che tu compri sempre di più’, senza nemmeno far finta che… Ma io una che dice sta roba in un’intervista la prenderei a calci, altro che mandarla a dirigere.

      1. E voglio sperare che le lettrici ne tengano conto.
        Certo la siora, seppur profonda conoscitrice del marketing, ha scordato la prima regola dello stare al mondo: a nessuno piace farsi dare del cretino. 😀

      2. In effetti anche a me l’avevano insegnata così. Però, che vuoi. Io di marketing non ne capisco granché. E a questo punto intuisco di non capirne nemmeno di narrativa. Tutto sommato credo ancora che leggere Mann non faccia danni a un direttore della narrativa di Mondadori…

  2. Purtroppo si tratta di una normale questione di mercato.
    Nel momento stesso in cui il libro è divenuto un oggetto da vendere ad un pubblico di semi analfabeti si è perso ogni legame con il concetto di qualità e si è rientrati nell’esigenza di dare al popolo bue ciò che il popolo bue chiede.

    Perché avere un saggio illuminato ed illuminante che mille persone leggeranno, duecento apprezzeranno e solo cinquanta capiranno fino in fondo al giorno d’oggi non serve a nessuno. Molto meglio prendere un’incompetente a caso, renderlo un evento letterario, vendere centinaia di migliaia di copie nell’arco di un’estate e godersela con il profitto in attesa di vendere i diritti ad Hollywood.

    1. La Lipperini però ha solo riportato l’intervista per discuterne, si è limitata a un neutro cappello. Non mi pare il caso di prendersela con lei per la superficialità editoriale dell’intervistata.

  3. Senza parole! Prima hanno reso più stupido un popolo con programmi TV sempre più demenziali ed inutili, ora vorrebbero toglierci anche la lettura?!
    Le parole della signora fanno ben intendere cosa siamo diventati ai loro occhi, dei drogati di roba (avariata) che qualcun altro ci vuole propinare.
    Bisogna dire NO e far capire a questi “maghi” del marketing che è ora di cambiare!

  4. Se sei addicted di buone storie e di buona scrittura, NON PUOI non aver letto I Buddenbrook. Piacere della narrazione allo stato puro.

      1. E tanto per rimanere in tema. da quanti anni Mondadori non ristampa più “Carlotta a Weimar” e “Felix Krull”? Va bene, sono opere minori, ma stiamo pur sempre parlando di un SOMMO autore del Novecento, un classico moderno che non dovrebbe mai finire fuori catalogo. E’ anche da questi piccoli particolari che si capisce la differenza tra un bravo editore e il gestore di un fast food. Ciao

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