Due paroline in ritardo sul Vajont

Avvertenze

Fate uno sforzo e cercate di pensare che quando inizia questa storia a casa mia internet non c’era ancora.  Magari ce l’avevai il Correttore, che stato uno dei primi che lo usavano, e aveva una casella di posta elettronica su agora telematica, che era una roba che non so manco cosa sia.  Ma a casa mia internet è arrivato anni dopo. Pure il computer, per dire. Quindi sì, noi ci si basava sulla memoria orale. O sui libri. E quindi questa è una storia basata sulla memoria orale e sui racconti, o sulla documentazione cartacea. Se non riuscite più a immaginarvelo, un mondo così, evitate di continuare la lettura perché non ci capirete nulla.

Sì, lo so che i 50 anni sono stati il 9 ottobre. Lo so dal 9 ottobre del 1997.

Perché lo so solo dal 9 ottobre del 1997? Ecco, questo è un mistero.

Oh, immagino che per quelli che non hanno una pallida idea di ciò che è capitato nel mondo prima di una settimana fa o che prima che arrivassero i racconti e le fiction in televisione di un sacco di cose brutte (o belle) successe in questo Paese molto prima che nascessero, il fatto che io non conoscessi la storia del Vajont prima di sentirla raccontare da Marco Paolini non abbia una grande rilevanza. Vivono lo stesso.

Io no. Io campo male, quando scopro delle cose devastanti all’improvviso. Mi sento pure un po’ in colpa perché non ne avevo mai sentito parlare prima.

Il fatto è che nella vita mi hanno sempre guardata male perché a me piace, sinceramente, tutta la roba vecchia. Non l’antiquariato. La storia, mi piace. Mi piace così tanto, la storia vecchia, con tutto quello che implica, conservazione della memoria inclusa, che a un certo punto ho pure scelto il corso di laurea in Storia. Non Lettere a indirizzo storico. Proprio Storia. La studiavo in Statale. In quel posto meraviglioso che è la Ca’ Granda, il vecchio Ospedale del ‘500 riconvertito. Entravo, percorrevo i portici del cortile del Filarete, al numero 7 di Festa del Perdono, e mi sembrava di stare in paradiso. Poi entravo al numero 3 che fa un po’ cagare. E piombavo nell’inferno delle aule. Ma insomma, quando arrivavi sotto i portici c’erano i portici, c’era roba vecchia, facevi altri quattro passi e piombavi nei cortili della Ghiacciaia  e della Legnaia e c’era un altro po’ di paradiso che ti faceva scordare le aule, pure il primo piano dove c’erano quelli di giurisprudenza.

Non me ne vogliano quelli che in Statale studiavano giurisprudenza, ma non ho mai capito cosa ci facessero lì dentro insieme a noi inutili iscritti a Lettere. A dire il vero ogni tanto mi chiedevo pure cosa ci facesse qualcuno iscritto a Lettere, lì dentro, perché con le lettere non aveva molto a che vedere. Ma questi sono i classici pregiudizi di noi che ci sentiamo stocazzo perché studiamo storia con il vecchio ordinamento e quindi ci facciamo il culo su diciotto milioni di tomi uno più pesante dell’altro, mica come quelli che la studiano adesso che nemmeno sentono il peso dei libri che aprono. Questo invece è stocazzismo alla ‘io sono di quelli che sanno che si stava meglio quando si stava peggio,e me ne vanto’.

A parte tutto lo stocazzismo da studentessa universitaria che non ha mai finito l’università, quindi di che vado mai cianciando.

Insomma, io avevo questa cosa, sulla Storia, che arrivava da lontano. Da bambina. Dai racconti di mio padre, che insomma, forse doveva mettersi lui a scrivere libri, di memorie sulla Seconda Guerra Mondiale e di tutto quello che è successo in questo Paese mentre lui cresceva, lavorava, invecchiava e andava in pensione con il sistema retributivo. Mio padre è vecchio. Ha fatto i 60 anni nel 1992. Io, di anni, nel 1992, non ne avevo manco 18.

Allora, la storia me l’hanno cominciata a insegnare lui e un tipo di nome Enzo Biagi. Questa cosa credo di averla già raccontata, nel vecchio blog, più o meno quando Biagi è morto. Che io gli devo un sacco perché da bambina ho cominciato a leggere la sua Storia d’Italia a fumetti. Oh, mica solo quella, eh, pure quella dell’Oriente e dei Greci, e pure la storia delle grandi scoperte, ma l’ultima non so dove sia sparita, non l’ho più trovata a casa. Forse l’avevamo prestata a qualcuno, non so.

Però i miei preferiti, quelli che ho riletto di continuo, erano i libri della Storia d’Italia. Io lì ci ho scoperto un sacco di cose. Per dire, ho conosciuto Rea Silvia prima di sapere vagamente chi fosse Virgilio e l’Eneide, gli Orazi e i Curiazi (e me li sono immaginati come Romanisti e Laziali, con scarsissima fantasia), Muzio Scevola che mette la mano sul braciere ardente, Attilio Regolo, E poi i Longobardi, e poi via via che si andava avanti Corradino di Svevia, Carlo d’Angiò, la rivolta dei Ciompi, Cola di Rienzo, i soldati di ventura…

E insomma, il libro della Storia d’Italia a Fumetti che mi piaceva di più è quello che è uscito più tardi, nel 1986, per i 40 anni della Repubblica. Quando l’ho letto la prima volta ero in quinta elementare, e conoscevo un po’ delle cose che raccontava perché me le aveva già raccontate mio padre. Del Torino a Superga invece mi avevano raccontato prima di una gita a Torino, un giorno di maggio. Pioveva che Dio la mandava e io pensavo che andavamo a schiantare con il pullman come il Grande Torino, solo che il Torino si era schiantato in aereo. Ognuno si schianta coi mezzi che può permettersi, d’altra parte.

Insomma, non ci siamo schiantati e io ho continuato a rileggere della Repubblica sul quarto volume della Storia d’Italia, con tutto che intanto la Repubblica andava  avanti e gli anni passavano. Ma a me piacevano quelli indietro. C’erano un sacco di cose, negli anni indietro.

A parte Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, c’era il Polesine. C’era l’alluvione di Firenze. C’era persino qualcosa sul traforo del Monte Bianco.

Ma non c’era una parola sul Vajont.

E io infatti del Vajont non ho mai saputo nulla, fino a quel 9 ottobre 1997.

Quando mio padre è venuto a bussare alla porta della mia stanza  e mi ha detto ‘vuoi vedere il Vajont?’

E io nemmeno sapevo cosa fosse, questo Vajont. Pensavo che era una cosa carina che passava in televisione, niente di più. In effetti per tutta la prima ora sembra pure una cosa carina. Ridi pure, per i carotaggi degli Striaci, e del vin che tutto puoi dire tranne che non sia d’uva. E però lascia una riga nera sul bicchiere e nello stomaco la stessa cosa.

Poi arrivano le 22.39, e smetti di ridere. A dire il vero hai già smesso prima, smetti di ridere una buona mezz’ora prima, a sentire le porcate una dietro l’altra che adesso, a 22 anni, te le aspetti pure, perché ti è già capitato di vedere Il muro di Gomma, e di leggere di tutte le storie di negligenza, imperizia e chi più ne ha più ne metta. Ma così, tutte insieme, per salvare una diga ti sembrano francamente troppo.

E poi arriva il momento più devastante, quando capisci che i morti di Longarone mica li ha ammazzati l’acqua. No. Li aveva disintegrati l’aria. Il contraccolpo.

Oh, io questa cosa del Vajont l’ho imparata quella sera, da Marco Paolini. L’ho rivista con gli anni. Ci ho continuato a ridere e piangere, e in effetti quella sera ho imparato un’altra cosa importante, oltre al Vajont e ai suoi morti. Ho imparato che devi essere davvero uno bravo per far passare la gente dal riso al pianto e intanto tenerla attenta per due ore di monologo. E che insomma, non è che ci sia molto altro che vale la pena, quando racconti una storia.

Ma a parte questa cosa che ho imparato ieri e che non ho più dimenticato, insieme ai morti del Vajont, ieri sera, mentre rivedevo il Racconto del Vajont per la n volta dal 1997 sapendolo a memoria ma ridendo e piangendo lo stesso, mi sono chiesta perché mio padre e soprattutto Enzo Biagi questa storia non me l’abbiano raccontata molto prima di 16 anni fa.*

E non ho una risposta.

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2 thoughts on “Due paroline in ritardo sul Vajont

  1. L’ho rivisto nuovamente mercoledì.
    E, pur sapendolo a memoria, gli ultimi minuti mi lasciano sempre senza fiato.

    Dopo averlo visto la prima volta, sono andata a leggermi il libro della Merlin, con il prestito bibliotecario. Poi l’ho comperato.

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