Cose che sento in giro.

Allora c’è questa roba che l’uomo è un animale sociale, e di questi tempi è pure più sociale perché oltre  alla gente che conosce nella vita reale, che so, lavorando, cambiando lavoro (almeno due o tre volte l’anno), frequentando corsi, facendo cose e vedendo gente, si aggiungono pure i conoscenti virtuali, con cui si scambiano racconti più o meno raccapriccianti di vita vissuta.

Sì, va bene, si scambiano pure racconti più divertenti. Gente che si sposa, figli che nascono, o che si laureano, dipende dall’età di chi te lo racconta, ovvio. E ogni tanto pure gente che ti dice che ha trovato lavoro.

È una buona notizia, pure se uno non dovrebbe essere così entusiasta davanti a un lavoro. A meno che non si tratti del lavoro della propria vita. O a meno che non ti abbia chiamato, che so, Procacci per dirti che vuole produrre il tuo film.

Quella sì che è roba per cui essere entusiasti, non il colloquio andato bene per l’ennesimo call center cambiato. Invece ci si accontenta pure di questo.

A volte la buona notizia diventa persino ‘ehi, mi hanno pagato gli arretrati degli ultimi tre mesi’. (Spero che tra mille anni questo blog si sarà estinto insieme alla specie perché l’idea che qualche civiltà evoluta possa leggere roba del genere e pensare a cosa ci si abitua nell’Anno del Signore 2013 è imbarazzante)

Il fatto è che davanti ai discorsi normali della gente nel mondo 1.0 e 2.0, sul serio, ti viene voglia di brindare pure davanti a uno stipendio arrivato con tre mesi di ritardo.

Perché io non so come sia la situazione tra i vostri amici o conoscenti virtuali, mi auguro che stiano tutti bene e lavorino tutti senza strangolarsi con le rate del mutuo, naturalmente. Ma dalle mie l’aria non è buona.

Lasciamo perdere il mio caso particolare, perché credo di avere rotto abbastanza i maroni.  Prendiamo i miei ex colleghi. Solo ieri ne ho incontrata una a un mercatino di quelli dell’artigianato. Lei dice che non manda più curricula perché ogni volta che fa un colloquio si sente presa per il culo. Ha pure ragione, perché non puoi sentirti dire che lavorerai 5 giorni a settimana full time in cambio di 500 euro lordi di stipendio. Per di più lavorerai in Culonia, dove se ti va bene passa un autobus e se ti va male te la fai a piedi per arrivare alla prima metro disponibile. (la Culonia, solo per questo post, si trova in zona Boccea)

Vero, c’è da dire che questa ex collega non è mai stata particolarmente felice della vita e del lavoro e ogni volta che la incontro si lamenta, anzi, si lamentava pure mentre lavoravamo, per cose che a me lasciavano perplessa. E a parte lamentarsi non fa altro. Nel senso che non è di quelle che poi se una cosa va male fanno vertenza anche se avrebbero ragione. No. Lei si lamenta, la lasciano a casa e si lamenta perché è a casa. E ora non manda curricula.

Non una grande cartina di tornasole. Quindi vi parlo dell’altra, quella che dopo essere rimasta a casa dal nostro vecchio lavoro dove avevamo contributi, ferie, malattia, ma nessuna prospettiva perché sopra i 30 non assumono se non garantisci sgravi fiscali si è trovata un lavoro co.co.pro. (mi pare) ed è rimasta per un anno sottopagata, a fare orari del cazzo, pure in giorni che non le competevano, perché lo vedeva in prospettiva di un miglioramento, di un contratto decente. Se formi una persona, insomma, dovrebbe esserci un riscontro, mica possono lasciare la gente a piedi così.

Oh, lei infatti mica la lasciano a piedi. Da gennaio passa al part time, perché ‘sai c’è una flessione del lavoro’. E insomma, cosa si lamenta, mica la lasciano a casa. No. Ma col part time ci fa la birra. Anzi, non le basta nemmeno per comprare tutti gli ingredienti, il part time. Perché qui tocca svelare un segreto. Non è che noi che lavoriamo facendo lavori che non corrispondono ai nostri studi o alle nostre aspirazioni lo facciamo per occupare il tempo. Non abbiamo niente da fare, suvvia, andiamo a occupare le ore in un call center. O a fare le segretarie sottopagate.

No. Lo facciamo perché ci servono soldi per mantenerci. E se i soldi non sono sufficienti diventa abbastanza palese che finiamo nella cacca  e dobbiamo trovare un altro lavoro. Spesso ci teniamo quello dove non ci pagano abbastanza fino a quando non ne troviamo uno pagato meglio, perché comunque dobbiamo avere un’entrata.

Sconvolgente, ve’?

Questo solo ieri tra i miei conoscenti reali, ma possiamo andare avanti a lungo con quello che sta cercando da un anno e grazie al cielo ha la disoccupazione, altrimenti ciccia. O con quell’altro che manda i cv ma è troppo vecchio, poco categoria protetta, poco tutto quanto. Quello in CIG. Quello che l’azienda non lo paga da mesi, ma lui continua a lavorare perché ogni mese arriva qualcosa, magari lo stipendio di due mesi fa. E che valuta le dimissioni, o di farsi licenziare, perché se lo licenziano almeno gli danno la disoccupazione.

Tra i conoscenti virtuali, più o meno, è la stessa identica cosa. A parte quelle isole felici con contratti a tempo indeterminato, magari nella Pubblica Amministrazione, o in aziende solide, il resto è più o meno lo stesso.

Stamattina mi è capitato il caso di quello che non prende lo stipendio da novembre. E insomma, mi sono trovata a cazziare una che consigliava velatamente le dimissioni per giusta causa. Una roba che un tempo non avrei mai fatto. Ma la situazione è così di merda che persino io che tirerei sampietrini addosso alla gente ormai i sampietrini non li sradico più. Perché non credo più che serva a qualcosa. Piuttosto cerco lavoro. O faccio le cose che mi piacciono. Ma sampietrini no. Qualche sussulto di dignità, ogni tanto. E basta.

Non lo so com’è che succede, che dopo un po’ cominci ad abituarti e ad adattarti. Però capita, e quando trovi pure un lavoro che ti costringe a svegliarti alle sei del mattino per arrivare dall’altra parte della città con i mezzi pensi che in fondo poteva andarti peggio.

Potevi non averlo, il lavoro, o potevi dover andare a pulire i cessi. Che poi non c’è niente di male, a pulire i cessi, ma tra poco arriverà il momento in cui si puliranno, i cessi, e dovrò trovare qualcos’altro, per poter dire quanto poteva andare peggio.

E niente, forse è meglio che la gente per un po’ non la sento e non la vedo. A meno che non abbia qualcosa di buono da dirmi.

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