Io l’ho incontrato a 16 anni.

Era tra i libri che mio fratello si faceva regalare, non so per quale motivo perché poi non li leggeva mai. Mio fratello ce l’aveva, questa cosa, che si comprava delle cose che in un certo senso dovevano essere comprate, ma poi non le leggeva. O non le guardava, se si parlava di film. Abbiamo avuto per anni una collezione di videocassette di quelle de L’Unità, che lui non ha quasi toccato, ma a me tornarono utili quando battei la testa violentemente e decisi che da grande avrei fatto la sceneggiatrice.

Succedeva pure con i libri. Quelli che mio fratello comprava per accumulo poi mi tornavano utili. E così a 16 anni me lo trovai davanti. Ero al mio secondo primo anno di superiori, non sapevo esattamente chi cazzo fossi e cosa facessi sulla terra, leggevo di tutto in modo disordinato, un po’ di Gattopardi, un po’ di Shakespeare, tutto Fred Uhlman, lui anche più volte. E alla fine inciampai nei Buendìa.

Non fu esattamente amore a prima vista. Perché me lo lessi dall’inizio alla fine, ma chiunque sia incappato nella famiglia Buendìa temo abbia avuto lo stesso problema che ho avuto io: ‘come cazzo faccio a ricordarmi tutte le parentele?’

Poi non c’era nemmeno quella roba utile che qualche autore, magari con la coscienza delle bestemmie che sarebbero arrivate dai lettori disperate, ti metteva a inizio romanzo. E quindi tu non sapevi più come districarti tra gli Aureliano, i Josè Aureliano, le Amaranta. E la lettura e la comprensione del testo andavano a farsi un po’ benedire, non ci capivi una beneamata fava, però ti restavano impressi l’incipit, dove ti immaginavi il Colonnello davanti al plotone di esecuzione, e la fine, con i’ultimo che se lo mangiano le formiche.

Che in effetti l’idea di un bambino con la coda di maiale che viene mangiato dalle formiche è a dir poco raccapricciante, a chi potrebbe venire in mente?

E così me lo lessi senza capirci nulla la prima volta.

Me lo rilessi verso i 20 anni, perché era ora di ricominciare. Nel frattempo avevo scoperto Dodici racconti raminghi, che non è stata una grandissima lettura, a posteriori, ma pure lì. C’era questa donna, in un racconto, che suonava il sax. Ed era un’immagine così sensuale che a me da quel momento in poi cominciò a nascere il desiderio di imparare a suonare il sax. Non l’ho mai fatto, naturalmente.

Quando lo rilessi era il mio primo anno di università. E a quel punto, pure se non credo di aver mai capito del tutto Cent’anni di solitudine, una cosa la capii al volo.

Gabriel Garcìa Marquez sarebbe sempre stato uno di quegli scrittori che mi fan venire voglia di limonarli.

Pure se dopo hanno scritto roba terrificante.

Pure che siano brutti fisicamente (non era proprio una bellezza, per quanto mi riguarda, Marquez).

Pure che diventano vecchi e poi uno manco se li ricorda più.

E pure quando muoiono.

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