Non sono giornate facili.

Magari lo si poteva intuire già da mesi, leggendo quello che succedeva anche solo nelle bacheche del Comune di Milano su facebook (perché, ehi, che a un sacco di gente Expo non piace lo sapevamo, o almeno lo sapevano quelli che hanno avuto voglia di informarsi o anche solo un fratello che provvede a spedirli a leggere le discussioni più calde dalle parti dei gruppi milanesi, sapendo benissimo magari che le sorelle vivono a Roma e sì, sono interessate a quello che succede a Milano, ma qualche volta cercano di staccarsene. Invece non si può e pazienza).

Ci stavano, i No Expo. Dicevano chiaro e tondo che Expo gli faceva schifo. Ci stavano anche genti di estrema sinistra, dei centri sociali, che protestavano. Bisogna essere sorpresi? No. È una roba anche abbastanza fisiologica, per tutti quelli che scendono un po’ dal pero. Appena c’è una roba del genere si forma un comitato di NO. Almeno, a Milano si forma. Ci sono comitati di NO pure per il panettone senza canditi, vuoi che non ci sia per Expo?

E dunque era abbastanza chiaro, se a qualcuno andava di informarsi, che ci sarebbe stata una manifestazione di questo tipo e che esisteva del dissenso. Anche da prima che venisse fuori tutta la storia della corruzione, eh, mica bisognava aspettare un reato, per indignarsi. Sono anni che esiste questo NO. Figuriamoci se poi non si amplifica in occasione delle ultime scoperte, tipo la modalità di assunzione da parte di Manpower. Bravi geni, se si voleva dimostrare che Expo era una roba buona la brillante idea di assumere i somministrati con contratti del commercio CNAI è la ciliegina sulla torta.

Ma si sapeva pure, o almeno si poteva intuire, che trattasi di manifestazione con interessi economici abbastanza forti dietro.

Capirai, ci sta tutto il mondo. Sponsor di ogni tipo. Che se c’è una roba che ti manda in bestia il piccolo no qualcosa del cazzo (con rispetto parlando, pure io sono stata NO qualcosa, nella mia vita passata, la definizione è mutuata da un insegnante che apostrofò così un compagno durante un corso di formazione finanziato dalla Regione Lombardia. Il compagno era piccolo NO GLOBAL, e faceva un corso finanziato dalla Regione gestita da Formigoni. Perché si sa che la coerenza poi a un certo punto sbatte la testa con la realtà, e tutti quanti prima o poi ce ne facciamo una ragione. Certo, se siamo ancora vivi) son proprio le multinazionali che sponsorizzano un evento. Poi con gli anni a questo essere NO a qualunque cosa si è aggiunto anche il NO alla carne, il cibo vegano come religione e non come modalità di alimentazione, il bioqualcosa, e l’alimentazione deve passare per il vegan. Che quasi quasi preferiresti passasse per Vega. Così, tanto per citare i miti dell’infanzia di noi che siamo cresciuti vittime di questa società dei consumi. Da Goldrake in poi le nostre vite sono state votate al consumismo, si sa.

Oh, sia chiaro che io non ho ancora capito se questa Expo sarà buona o sarà cattiva. So che c’è, so che grazie a questa Expo succedono cose che forse senza Expo avrebbero avuto un propellente molto più lento, magari cose come la Darsena sarebbero tornate sì, ma con calma. E invece ora c’è la Darsena, con il suo bel comitato del NO (poi ti chiedi se un cazzo di sì, sta gente, lo ha mai detto nella sua vita, ma magari è meglio non sapere).

E quindi tornando a noi tra il 30 aprile e il 1 maggio è andata in onda una roba che tutti potevamo aspettarci.

No, aspetta. La roba del 30 io me la potevo aspettare. Quella del 1 maggio, la temevo, ma aspettarmela no. Era proprio fuori da ogni mia possibile immaginazione.

Che io frequento le manifestazioni, eh. Ho visto anche a Roma succedere quelle cose. Diciamo che ne sono sempre stata lontana, per mia fortuna. Anche se ho pensato spesso a quella volta che sono stata molto vicina a finire in Piazza San Giovanni dove le manganellate sono volate sul serio. E mi sa che è da lì che è cambiata la mia percezione delle manifestazioni e mi sono abituata alla prudenza  e a stare sempre nei tronconi dove so esistere un servizio d’ordine. Che il servizio d’ordine è tutto. Il servizio d’ordine quando vuole fare ordine ti butta fuori dal corteo quelli che vengono con l’intenzione di fare casino. Questa cosa magari uno che in manifestazione non ci va mai non la sa, ma se non lo vuoi, il casino, il casino mentre sei in corteo non succede.

Qui non lo so. C’è qualcuno che il casino l’ha proprio voluto, perché capitasse. E hai voglia a dire che in fondo è bruciata un’auto, che sono state solo spaccate delle vetrine. Lo so pure io, che è meglio un’auto bruciata e un paio di vetrine fracassate invece del morto manganellato, ennesimo eroe di cui francamente non c’è bisogno, soprattutto per Expo, perché di eroi rimasti sulla piazza e mai arrivati ai 30 anni ce ne sono fin troppi nella storia delle manifestazioni di questo paese. Non ne serve un altro.

Però, cazzo. Quella roba che ho visto in diretta, perché l’ho vista in diretta, ho fatto in tempo a tornare a casa e vederla, il 1 maggio, a me faceva paura. Mi faceva molto più paura di quella che ho visto a Roma magari standoci in mezzo.

Perché mi piaccia o no Milano rimane la mia città. È il posto dove sono nata e cresciuta, che ho odiato per un bel po’ e poi ho cominciato ad amare. Tardi, ma ormai è amore a 360°. E perché quelle vie le conosco. Ci ho camminato. C’è la mia storia, in quelle vie. Vedere gente che la maltratta con bombe, fumogeni, e disprezzo, mi fa male. Quella città lì è la stessa che è stata bombardata ad anelli concentrici dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale*, è la stessa per cui il sindaco Greppi Dajelli decise di ricostruire la Scala prima di ridare casa agli sfollati nel ’47, con una lungimiranza incredibile, perché sapeva che la gente ha bisogno di un luogo intorno a cui riunirsi, un luogo importante per tutti, non per tre persone.

Quella città lì è la stessa dove tra la fine degli anni ’60 e i ’70, come diceva la mia bisnonna, ‘c’era la guerra’. Quella che viene presa a colpi di bombe, a dove i palazzi ti raccontano storie di anarchici suicidati, di imprenditori esplosi mentre piazzano una bomba, di poliziotti e giornalisti giustiziati in piena mattina sotto il portone di casa.

È una città che merita rispetto, non solo per i cittadini ma per tutti i mattoni con cui è stata costruita. Questa è una roba che io da milanese vorrei importare ovunque, il rispetto per la storia della tua città, e pure l’orgoglio per quella storia lì, ma non è mica facile.

Come sembra complicato spiegare perché ieri a ripulirla, questa città, per le strade c’erano tante persone che nemmeno si conoscono. Ma che si sono sentite ferite come mi sono sentita ferita io da quei pochi, ma rumorosi, stronzi che hanno pensato di metterla a ferro e fuoco, la mia città.

Sono ancora qui che ringrazio, eh, che non c’è scappato il morto. E che non sono volate le sempre prevedibili manganellate che sono volate ieri a Bologna (pure lì, io francamente non credo che ce ne fosse nemmeno bisogno. Ma ormai si sta parlando con lo stomaco del popolo, e qualunque tipo di contestatore, pure se non ti tirerà un sasso, pure se verrà sotto i poliziotti in tenuta antisommossa a fargli una pernacchia, sarà uno che si merita di essere manganellato, perché si sa, noi che scenderemo in piazza d’ora in poi, o meglio, ancora più di prima, saremo visti come potenziali vandali. E non importa se le nostre manifestazioni saranno pacifiche. O se non avremo mai torto un capello a chicchessia. Saremo sempre e comunque dei rompicoglioni che meritano di essere manganellati. Per cui la gente invocherà una nuova Diaz senza nemmeno sapere che cosa sta invocando. Poi magari sono pessimista, ma non penso proprio).

Però il fatto che non siano volate manganellate non significa che non abbia subito un colpo durissimo, a vedere quello che succedeva a Milano, a distanza.

Soprattutto il fatto che venerdì non siano volate manganellate ma ieri sì mi rende inquieta già per la prossima manifestazione. Quella di domani. Dove in piazza non ci saranno facinorosi, gente che dice sempre e solo NO, sedicenti nemici delle istituzioni che si vantano di essere fuori dal sistema.

Domani in piazza ci saranno gli insegnanti. Dipendenti dello stato che esercitano il loro sacrosanto diritto di sciopero.

Ecco, io sono preoccupata. Perché non sono giorni facili. Non lo sono stati quelli appena trascorsi e minacciano di non esserlo nemmeno quelli che abbiamo davanti.

*potevo andare molto più indietro, eh. Ma non stavo facendo una lezione di storia. Quando la faccio, vi avverto e parto dalla civiltà villanoviana.

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