Della mitologia di famiglia, di Feltrinelli e di altri demoni

A casa nostra per anni c’è stata una vecchia scrivania, enorme, con un doppio fondo.
Di legno massiccio, una di quelle scrivanie che i falegnami facevano una volta, resistenti. Non so che legno fosse, so che era indistruttibile.
Mio padre l’aveva recuperata dopo un incendio, non ho mai capito esattamente come andò. Papà lavorava come geometra per una società abbastanza importante. Avevano in gestione degli appartamenti della famiglia Feltrinelli.
E in effetti era in uno di quegli appartamenti che stava quella scrivania. Nel doppio fondo mio padre trovò delle matrici di assegni e delle vecchie tessere del PCI. Era tutta roba di Giangiacomo.

Questa è la mitologia di famiglia che si tramandava a casa nostra quando la scrivania era ancora presente. Mio padre aveva provveduto a restituire matrici e tessere, erano documenti. Non so esattamente come andò con la scrivania, ma quella forse non la volle indietro nessuno (ci credo, era davvero una roba enorme, se mettevi quella in una stanza poi non ci stava più niente. A meno di non essere nella sala del trono della Reggia di Caserta, lì ci sarebbe pure avanzato spazio).
E finì in una delle nostre stanze in periferia, a occupare spazio.
Poi un giorno è sparita. Eravamo abbastanza grandi, lo spazio ci serviva e a mio padre non è passato per la testa di contattare qualcuno degli eredi del proprietario morto di bomba.

Niente più scrivania. Sono rimasti i ricordi, perché la mitologia di famiglia non sparisce neppure se le scrivanie finiscono in discarica o sa il cavolo dove è finita quella.

Così dopo qualche altro anno io che con queste storie ci sono cresciuta ho deciso di scrivere una sceneggiatura, non proprio su Giangiacomo, che per me era una specie di mito (la deficienza che ti prende a crescere nipotina di Stalin e con gli amori necrofili per il Che non la racconto nemmeno), non solo per la sua attività di finanziatore di gruppi eversivi agli albori degli anni di piombo. Soprattutto per aver pubblicato Il Gattopardo e aver portato in Italia Il Dottor Zivago con una vicenda che è pure lei un romanzo.

La mia sceneggiatura però non era solo su Giangiacomo. C’era di mezzo anche un tizio un po’ più discutibile per l’area di sinistra. Tale Luigi Calabresi. In realtà io volevo partire dalla strage di Piazza Fontana, e raccontare le storie di Calabresi e Feltrinelli che si interrompevano a due mesi di distanza nello stesso anno. Perché a tratti si intrecciavano, e avevano tentato in tutti i modi di intrecciarle a forza, ancora di più, all’inizio delle indagini, per dimostrare che l’editore fosse implicato nella strage.

In realtà no. Non lo era. Aveva fatto altra roba ma quella non gli competeva. Ma a me piaceva questa chiave di lettura per raccontare quegli anni, mi ero letta la sua biografia, quella di Calabresi scritta da Gemma Capra (se vi interessa è un’agiografia, va bene giusto per chi ha intenzione di farsi uno studio su tutto ciò che è stato scritto su Calabresi, è anche scritta abbastanza male, però ci sono cose interessanti, tipo un incontro con il presidente Pertini che fa un pochetto incazzare), il libro osceno della Cederna, l’intervista a Licia Pinelli, quella sì, bella, toccante, pure se di parte. Come fa a non essere di parte una storia scritta da una donna rimasta vedova perché le hanno suicidato il marito, un giorno, me lo spiegherà qualcuno. Magari anche no. Sono di parte pure io, per me Licia Pinelli ha tutte le ragioni.

Comunque il libro migliore, più documentato e con dettagli che erano quasi scene cinematografiche, era Senior Service, la biografia dell’editore scritta da suo figlio Carlo.
La mia copia cartacea sta a Milano perché era un regalo per papà, che allora ci vedeva ancora e leggeva, papà ha sempre letto un sacco finché ha potuto, studiavo storia all’università e gli rompevo i coglioni per ripassare la storia del risorgimento, perché lui la conosceva. Non parliamo del fascismo. Però il problema di avere i padri di destra mentre tu sei di sinistra è che ti raccontano quello che gli pare, appena tocchi il fascismo, e finivamo per scazzare.
Comunque io me la sono ricomprata, la biografia di Feltrinelli, quando è uscita in edizione economica. Quella l’ho regalata al mio analista, perché era stato in Potere Operaio e poi ne è uscito facendo tutt’altro ma quella storia non l’ha mai letta, e secondo me doveva leggerla. Non so nemmeno se poi l’ha finita (io me ne sono procurata una copia in ebook, che il Divino Paranoico benedica Amazon e il kindle).
Era il libro su cui studiavo mentre scrivevo il soggetto della mia sceneggiatura.

Era così bello, quel libro, che avevo scritto scene intere pensando ai racconti di Carlo.
Ce n’era uno del giorno della morte di suo padre, mentre lo aspettava a Lugano. Doveva arrivare per l’una, ma non arrivò mai. Io mi immaginavo questo bambino di 11 anni che aspetta suo padre latitante da anni, che vede pochissimo, proprio sulla riva del Lago di Lugano. In realtà io non immaginavo Lugano ma Porlezza, che poi sarebbe il comune italiano al confine con la Svizzera che da sul lago di Lugano. Non ero mai stata in Svizzera, in effetti non ci sono proprio mai stata nemmeno dopo, non avevo i documenti per l’espatrio prima dei 15 anni e dopo non c’è stata l’occasione (si vede che non l’ho mai trovata perché a Londra son stata 5 volte, son stata pure in Scozia, e vorrà pur dire qualcosa se della Svizzera che stava a due passi dal nostro luogo di villeggiatura estiva principale, la casa dei nonni sul lago di Como, l’altro ramo rispetto a quello del Manzoni, me ne sono sempre infischiata), quindi l’avevo ambientata sul lungolago a Porlezza.
Allora il bambino aspetta il padre, passa l’una e il padre non c’è. Non c’è perché l’han trovato morto a Segrate, sotto un palo elettrico.
Dice sempre la mitologia di famiglia, mutuata da non so che, stavolta, che a riconoscere in quel tizio di nome Maggioni sulla carta di identità, con barba e baffi, fu il tale di cui sopra, Luigi Calabresi. Non è dato sapere, non ho mai avuto accesso alla documentazione. Quello che si sa è che nelle indagini dell’ufficio politico di Calabresi risultarono appartamenti di Feltrinelli come basi di gente che poi sarebbe confluita nelle BR. E in uno di questi appartamenti trovarono I tupamaros in azione, un altro libricino della casa editrice, dove tra le altre cose c’è il racconto di come muore un poliziotto boliviano. Giustiziato in mezzo alla strada da un sicario che gli spara alle spalle, più o meno davanti a casa.
Anche qui. Mai reperito I tupamaros in azione, probabilmente avrei dovuto andare a cercare alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, lì hanno di tutto.
Non ci sono mai andata.
Anche perché prima di fare tutta questa roba mi serviva l’accesso a tutto il materiale che Carlo aveva usato per la sua biografia.

E così gli scrissi. A Carlo Feltrinelli, intendo.
Non una mail, che qualcuno le usava, ma io ero ancora per le lettere di carta. Gli raccontai la storia della scrivania, di questo personaggio, suo padre, che era una sottospecie di incubo familiare che spuntava fuori nelle conversazioni di casa nostra senza nessun motivo, gli spiegai che tipo di storia volevo scrivere.
La spedii e pensai ‘figurati se mi risponde’.
Mi rispose.
Meglio. Mi mandò una mail la sua segretaria in cui mi chiedeva se poteva contattarmi telefonicamente il giorno X all’ora Y.
E io risposi alla mail, dicendo che andava bene, che ero a casa, e al momento della telefonata mi chiamò la sua segretaria che mi disse di rimanere in attesa. E mi passò Carlo.
Il quale mi fissò personalmente un appuntamento per un giorno della stessa settimana, in via Andegari. Alle dodici.

Ora. Non ero nuova a queste cose, svevo già parlato al telefono e incontrato una serie di personaggi piuttosto noti dell’intelligentia milanese mentre giravamo il documentario. Avevo anche maturato una serie di antipatie per certi personaggi molto consci di essere stocazzo, ma è un’altra storia e non è il caso di parlarne.
Ma Carlo Feltrinelli era Carlo Feltrinelli. Era il figlio dell’editore. Che poi non era un semplice editore, come ho già spiegato. Tra l’altro non era solo una questione di libri pubblicati. Le librerie Feltrinelli per anni erano state la mia casa. La seconda casa, meglio. La mia preferita era quella in Santa Tecla, in cui entravo ogni mattina quando andavo all’università e non ne uscivo mai a mani vuote. Non mangiavo fuori per comprarmi libri, per dire. Avevo qualche problema con l’alimentazione, però le lettere di Gramsci mi parevano un buon motivo per saltare un pasto ogni tanto.
Lì avevo trovato alcuni dei grandi amori della mia vita. Pennac no perché me l’aveva regalato un’amica. Ma Daniel Picouly e Jonathan Coe, quelli sì. Pure Sostiene Pereira. Secondo i miei congiunti e i miei amici avrei dovuto avere una tessera eterna per tutti i soldi che ho lasciato in Feltrinelli. Poi, vabbé, ho scoperto con il tempo che non avevo fatto molto di diverso rispetto a un sacco di coetanei e simili, e che avevamo più o meno tutti lo stesso bagaglio di letture e frequentavamo le stesse librerie. Ma all’epoca sembravo quella strana. Pure ai compagni di università. E frequentavo lettere (corso di laurea in storia, ma sempre lettere era).

Insomma sembravo una ragazzina il giorno del suo primo appuntamento, e avevo 28 anni. Correva l’anno 2003. E io alle 12 meno cinque di un giorno di novembre, mi pare, ero sotto gli uffici della Feltrinelli in via Andegari, a due passi dal Duomo, a camminare avanti e indietro e dicendomi ‘ma che cazzo ci vado a fare, ora torno a casa, ma che cazzo gli dico’.
Poi un campanile ha cominciato a suonare i rintocchi di mezzogiorno. Non so da dove arrivassero, però mi diedero la sveglia.
Citofonai.

Ecco, ora non mi ricordo molto bene che cosa è successo da quel momento a quando sono uscita dall’ufficio di Carlo Feltrinelli. Però ricordo molto bene due cose: com’era vestito e cosa mi disse a proposito della mia idea di scrivere una sceneggiatura in cui ci fosse suo padre.
Prima le cose importanti. Portava un paio di pantaloni di velluto marrone a coste strette e una giacca di velluto verde a coste larghe. E un maglioncino blu sotto. Ho pensato ‘a uno così nessuno si azzarda a dire ma come cazzo ti sei vestito’. Era un accostamento improponibile. D’altra parte c’è chi se lo può permettere.
A proposito della lettera che gli avevo mandato invece mi disse delle cose molto belle, tipo che l’avevo incuriosito, avevo scritto una storia toccante (la mitologia di famiglia fa un po’ questo effetto su chi la subisce e non ci vive in mezzo da anni), ma che lui aveva scritto il libro per liberarsi della figura un po’ ingombrante del padre. Se c’è riuscito non lo so ma in effetti il lavoro era venuto bene.
Mi disse anche che non aveva intenzione di ritornare sulla questione, e che non era convinto della mia chiave di lettura. Mi disse anche che potevo provare a convincerlo. Voleva un soggetto di tre pagine che fosse abbastanza convincente. Se gliel’avessi mandato e di conseguenza lo avessi convinto mi avrebbe aperto le due valigie in cui aveva riposto tutti i documenti che gli erano serviti per la scrittura della biografia di Giangiacomo.
E poi mi salutò. Accompagnandomi alla porta della redazione.
Ovviamente io arrivai a casa chiedendomi che chiave di lettura potessi dare al mio soggetto per convincerlo a darmi retta.
La trovai e lo scrissi. Questo non è il luogo per raccontarlo e quindi me lo tengo per me. Sempre sceneggiatrice sono, anzi, dimenticatevi pure la scena sul lago di Lugano che poi è a Porlezza (oddio, potete anche ricordarvela, tanto è una scena di Senior Service).
Lo mandai a Carlo, che come chiunque avrebbe potuto immaginare a parte me in quel momento non si fece più vivo.
Forse non l’avevo convinto, forse gli avevo fatto una pessima impressione, forse gli avevo solo solleticato l’ego con una lettera, son cose che succedono, vai a sapere.

Comunque quel soggetto sta ancora lì sul mio desktop, insieme a una serie di appunti e di bozze di scene scritte senza un metodo come ho sempre fatto ogni volta che cercavo di scrivere una sceneggiatura.  Non l’ho più toccato, però. C’è di mezzo troppa gente ancora viva e invecchiando ti viene del pelo sullo stomaco all’idea di vivisezionare una storia che si è lasciata dietro così tanti morti di morte cruenta. O semplicemente mi manca quel cinismo tipico dello sceneggiatore che guarda ai suoi personaggi dal di fuori.

Per anni sono stata molto gelosa di questa storia, duella del mio unico incontro con Carlo Feltrinelli. È una delle cose più surreali che mi sono capitate nella vita, quelle a cui la gente non crede, perché ‘è impossibile arrivare a certe persone’. In realtà no. Devi avere la chiave giusta. E io l’ho avuta per un certo numero di serrature.

Si vede che non potevo andare oltre.

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