Di ritorni a casa e di altri demoni

Dopo un mese esatto stamattina mi è tornata la voglia di mettermi a studiare. Voglia che è stata immediatamente accantonata appena mio fratello è uscito e mi ha lasciato il computer a disposizione (dopo riprendo, giuro, ho le tombe etrusche che tirano la camicia da notte).

Credo che per i miei 23 lettori non sia una novità. Sono tornata a Milano. A tempo indeterminato, anche se con il jobs act pure l’indeterminato ha un significato aleatorio. Tipo che sei indeterminato per tre anni e poi boh.

Io non so se arrivo a tre anni, sinceramente, Non so un cazzo di quello che succederà da qui alla prossima settimana. Ho dei piani per il futuro fino a lunedì, per dire. So per certo che scenderò di nuovo da un treno partito da Roma per ritornare a Milano. Devo finire un trasloco.

Che poi il motivo per cui sono tornata a Milano è semplice. Le cose finiscono e certe cose finiscono così tanto che non hai più una casa.

Quindi almeno il problema del tetto va risolto. Qui la casa c’è, mia madre ha detto ‘è casa tua, puoi tornare quando vuoi’, per ora sto qui. Poi non so, dopo 12 anni di vita fuori in cui in quella che è casa mia tornavo come ospite probabilmente comincerò ad avere attacchi di idrofobia e mi dovrò trovare un posto dove stare senza che mi rompano i coglioni.

Per il momento va bene così. Qui c’è un sacco di roba da fare tutti i giorni. La prima è riconquistarsi uno spazio vitale. Avete presenti quei genitori che pensano di trasformare le stanze dei figli in sgabuzzini dove lasciare tutto quello che ingombra in casa perché ‘tanto ormai vive altrove’? Ecco, diciamo che la mia stanza ha ancora un aspetto accettabile, pure se è una stanza da adolescente, con alle pareti le stampe dei quadri di Kandinskij e Severini, i bambini di Anne Geddes (quelli nei fiori, c’è stata un’epoca, secoli fa, in cui mi piacevano un sacco, e adesso no), su una libreria tutti i bicchieri e le pinte rubati in giro per pub inglesi o italiani, non faceva differenza, l’importante era che il bicchiere mi piacesse e finiva nello zaino. All’epoca giravo con lo zaino.

I libri di storia dell’arte che per fortuna ho tenuto, perché adesso mi ritrovo tutto quello che mi serve per studiare senza dover andare in giro a cercare i manuali.

I libri di cinema, che certe volte mi chiedo cosa ci fanno qui, visto che il cinema alla fine non provo più a farlo da anni. Anche se mi sono portata dietro il mio Don Quijote personale, o meglio gli appunti, e chissà che non mi torni la voglia di finirlo, ora che sono nella città dove ne è cominciata la genesi.

Magari adesso che sono qui mi torna pure la voglia di leggere romanzi (ci sto già provando, anche se come sempre il fantasy per me è un po’ faticoso, e non lo so quando cazzo lo finisco, sto Trono di spade).

Un po’ mi dispiace, non essere più a Roma, eh. In fondo 12 anni non sono pochi. Anzi. Sono più di un quarto della mia vita.

Però succede che non hai più un motivo per restare, nei posti. Sì, direte, il patentino, ma ancora non l’ho preso, il patentino, mi manca l’esame orale che sarà peggio dello scritto, e visto lo scritto direi che oltre alle bestemmie che ultimamente mi escono facili ci vorrebbe un cero, alla madonna. Comunque studio, eh, studio qui, mi porto i libri, spero di aver visto quello che mi è sufficiente, vabbé, non sono stata a Ostia, ma non è detto che non prenda il treno, non stia giù un paio di giorni e mentre recupero un po’ delle cose che devo traslocare, perché traslocare 12 anni è complicato, non vada a vederla.

Il fatto è che Roma è bellissima, poi io avevo il panorama sui Castelli, c’era, vero quella ingombrante cupola di San Giovanni Bosco che rompeva gli zebedei e la domenica mattina le campane della chiesa ti facevano venir voglia di buttarla giù perché ti svegliavano alle sette, però poi ti abitui anche a quella, anzi. Poi prendevi una metro e andavi su al Giardino degli Aranci e ti trovavi il panorama sulla città, e pure quello, sputaci sopra. A me aveva detto particolarmente culo perché sulla Tuscolana facevo due passi e mi trovavo al Parco degli Acquedotti. Con tutto che la darsena è bellissima, a Milano una roba del genere me la sogno proprio.

Però una città bellissima da guardare che ti impedisce di vivere la vita quotidiana in modo pratico e dove non riesci a trovare un lavoro da mesi,   ecco, va stretta.

Qui mi fermo altrimenti finisce che mi ritrovo i romani (siete permalosi, statece) che si incazzano perché parlo male di Roma. E non era lo scopo del post.

Insomma, sono tornata a Milano. Che poi, alla fin fine, non è che me ne sia mai andata veramente. Nemmeno quando dormivo altrove.

Adesso gli etruschi stanno facendo un gran casino e non vorrei che mi si estinguessero mentre finisco di scrivere il post.

Vado a studiare.

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2 thoughts on “Di ritorni a casa e di altri demoni

  1. Avevo scritto una cosa bella e sentita. ‘Sto bastardo di wordpress se l’è pappata.
    Va beh, in sintesi non riesci a impermalosirmi, lo so che ami Roma. Un abbraccio a te, a Milano e a Corvetto (non lo avrai mica lasciato a Roma da solo, no?)

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