Siamo a fine agosto…

…e volevo raccontare qualcosa di bello della mia nuova vita, ma non è che abbia grandi novità.

Però mentre facevo gente e giravo cose a Milano e sull’internet ho trovato due storie. Magari una delle due la conoscete già perché ha girato ovunque, in questi giorni, quindi io parto dall’altra.

L’ho messa pure su Instagram ma vai a sapere se un giorno non sparisce.  Quindi la metto pure qui:

Era un sacco di tempo che volevo visitare il tesoro di Sant’Ambrogio e oggi ci sono passata. Pensavo ‘sì, cosa vuoi che ci sia, le solite cose, reliquiari, quadri spostati dalle cappelle restaurate, qualche affresco strappato’. Le solite robe dupalle. Che infatti c’erano.
Poi mi trovo davanti questo presepe che colpisce per la sua bruttezza e imprecisione. A me le cose brutte spesso colpiscono più di quelle belle. Vado a leggere la didascalia.
A Wietzendorf ci stavano dei deportati. Era un lager. Questo è del natale 1944. Fatto con le posate, i pezzi di legno delle brande, pezzi di vestiti dei prigionieri, filo spinato.
Manca il bue. L’han lasciato a Wietzendorf a ricordare quelli che non sono più tornati.
Non so com’è, sarà stata colpa della luce, avevo tipo una manciata di bruscolini nell’occhio.

Ah, sì. Poi c’era pure il sacello di San Vittore. Bello, eh. Ma a me è piaciuto il presepe.

E questo qui è il presepe:

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C’è pure la storia ufficiale, se per caso non vi fidate di me (oh, mica perché dico cose strane, ma metti che mi ricordavo male quando ho scritto la mia didascalia):

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Allora, io vi consiglio, se passate a Milano ed entrate a Sant’Ambrogio (fatelo, va bene, il Duomo, il Castello, ma Sant’Ambrogio è la chiesa più bella che ci sia sulla faccia della terra. Vabbé. Diciamo che è una chiesa romanica, piace se siete gente che ama le architetture sobrie, via). La visita al Tesoro costa 2 euro, ma insomma, spendete molti più soldi per un sacco di cazzate, potete farlo anche per quello.

Ah, già. La seconda storia. Ecco, io ve l’accenno e basta, poi vi metto il link. Ve li ricordate quei due atleti neri che han vinto l’oro e l’argento alle olimpiadi di Città del Messico e che stanno sul podio senza cantare l’inno americano, ma a pugno chiuso in segno di protesta? È una foto che ha fatto il giro del mondo, e c’è un terzo atleta. Bianco. Australiano. Che non si muove di pezzo.

Ecco, la storia riguarda lui.

E vi assicuro, a me è entrata un’altra manciata di bruscolini negli occhi (sì, lo so, mi entrano manciate di bruscolini spesso negli occhi, in questo periodo. Sarà che mi abbracciano un sacco, sarà l’aria di casa. La cosa strana è che ho smesso di vergognarmene come una ladra. Quella potrebbe essere la vecchiaia, in effetti)

 

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