Qualche pensiero sconnesso sulle unioni civili (oddio, che palle, ancora col #familyday? Ebbene sì, ancora)

Qualche giorno fa ho letto un post condiviso da un amico, sul fatto che nessuno si dovrebbe impicciare di quali sono le preferenze sessuali di chicchessia perché l’amore non sono fatti del prossimo. Era una roba un po’ più prolissa, ma il succo è questo.

E sarebbe anche condivisibile, eh, perché in teoria non ce ne dovrebbe fregare un cazzo se Tizio ama Caio e metti caso stanno crescendo insieme il figlio Sempronio. Il bello dell’era in cui esiste il diritto alla privacy dovrebbe consentirci di avere le nostre famiglie come ci pare, senza che i nostri vicini o un sacco di gente in scampagnata al Circo Massimo (dove speriamo tutti che incontrino dei leoni o dei gladiatori in libera uscita) ci mettano becco.

Però.

C’è un però. Perché noi viviamo comunque in una società dove ci rapportiamo, nostro malgrado con un mondo di fuori. Con la burocrazia. Con doveri di cittadini oltre che diritti. Con l’assistenza sanitaria.

Questo doverci rapportare per forza con la società, ripeto, pure quando capita nostro malgrado, fa sì che quando una coppia, qualunque essa sia, etero o gay, si consolida, cominci a comprendere che alcuni diritti che scaturiscono dai doveri (per esempio quello di pagare le tasse, è un dovere che però a chi ha un determinato carico familiare da diritto a delle esenzioni) sono sottoposti a un riconoscimento ufficiale.

Quindi bisogna effettivamente dimostrare, davanti alla legge, di essere una coppia, di avere quel figlio, di crescere quel figlio come coppia, di avere diritto alla reversibilità della persona con cui viviamo da magari settordicimila anni.

Purtroppo bisogna anche dimostrare davanti alla legge di avere un legame con una persona che è in un letto di ospedale, magari priva di coscienza, che attende una decisione di un familiare per ricevere cure. E se non veniamo riconosciuti come l’altra parte della coppia quella decisione potrebbe essere presa da familiari che non sanno più chi è la persona nel letto d’ospedale perché non la vedono da anni, magari non l’hanno mai conosciuta realmente, ma per una questione legata alla burocrazia risultano legalmente sue parenti. E quindi possono decidere in vece nostra.

Allora questa questione legale, attualmente, dalle coppie etero (uomo-donna che si scelgono come compagni di vita perché si amano o per qualunque altro motivo, basta che comunque siano uomo-donna) può essere ovviata con l’istituto del matrimonio. Anche non in chiesa, eh, perché esiste il matrimonio civile. Non piace a tutti, non ce lo nascondiamo. Ma esiste. Non è semplice da sciogliere, anche se la legge sul divorzio è diventata più veloce, da poco, ma comunque esiste. E garantisce dei diritti. Li garantisce anche ai figli eventuali che nascono da quella unione legale. Perché nessuno li mette in dubbio, come figli di quella coppia.

Questa questione legale, invece, in Italia perlomeno, non può essere ovviata per le coppie omosessuali. Che magari stanno insieme da anni, che magari hanno figli per un qualunque motivo (non stiamo a pensare sempre a chi va all’estero perché vuole un figlio e usa la fecondazione assistita in un luogo dove è consentita anche a chi è gay. Pensiamo a coppie in cui uno/a dei/delle due ha avuto figli da un’unione precedente, magari etero, magari perché se sei donna non è così impossibile avere un figlio, pure se non c’è un padre, e quindi può succedere, che trovi un/a nuovo/a compagno/a che a tutti gli effetti diventa genitore/genitrice di del figlio avuto in precedenza. Succede con chi si separa o divorzia, per esempio. E ormai viene considerato normale).

Ma che non si vedono riconosciuto questo elementare diritto non all’amore, non alla felicità, ma a vedersi trattare come quello che di fatto, senza troppo clamore, sono tutti i santi giorni della vita, piaccia o meno a chi non sopporta l’omosessualità. Una famiglia.

Ed è per questo che pure se è così, nessuno si dovrebbe impicciare delle scelte di amore di chicchessia, perché sono personali, in realtà in questo momento è NECESSARIO che queste scelte diventino pubbliche, e che vengano messe in evidenza magari nelle piazze. Perché esiste un’altra piazza che per motivi che non hanno nulla a che fare con i diritti e tutto con la necessità di non doversi confrontare con un mondo diverso, dove esistono altre modalità di amare e di formare una famiglia, non vuole permettere un riconoscimento anche sociale a queste famiglie che comunque sia esistono.

Per questo per il momento non è possibile non occuparsi dei diritti delle coppie omosessuali. Questo è il momento in cui questi diritti devono essere resi legge, perché un domani, sul serio, diventino fatti squisitamente personali, cazzi della coppia, questioni private. Al massimo pettegolezzi da beghine di paese, di cui non frega a nessuno a parte le beghine del paese.

Probabilmente un giorno rideremo pure, di tutta questa gente che nel 2016 si faceva così tanto i cazzi delle coppie gay da scendere al Circo Massimo, come oggi ridiamo delle nostre nonne che additavano le ragazze che mettevano gonne troppo corte.

Ma oggi non possiamo farlo. O meglio. Possiamo riderne, perché sono ridicoli, ma non lo sono ancora abbastanza. E non lo sono ancora per troppi.

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