#LottoMarzo ma non sciopero

Domani è di nuovo la giornata internazionale della donna.

Dal 2005 ho avuto un rifiuto verso questa giornata per motivi legati a una brutta vicenda legata a una donna (se frugare qui sopra la trovate, quando ho tempo la linko).

Domani non rifiuterò la giornata. Domani fa parte di un percorso lungo che parte dalla consapevolezza di dover per forza essere femminista, cosa di cui per anni non ho avuto bisogno perché non ho sentito, per molti anni,una disparità di genere. Ecco,non ho ancora definito bene il momento esatto in cui ho cominciato a capire di dover essere per forza femminista,io che in fondo non ne ho mai avuto molta voglia. Prima o poi mi siedo e ci rifletto sopra.

Di sicuro però c’è che da quando faccio la baby sitter continuativamente mi sono resa conto che rispetto alla mia infanzia c’è per le bambine una predominanza di colori rosa non ammissibili per i maschi e soprattutto la divisione giochi da maschi o da femmine comincia molto tempo prima.A dirla tutta non ho mai usato l’espressione ‘giochi da maschi’ che una bambina di quattro anni ha pronunciato con molta convinzione il giorno che io e il quattrenne che curo tre ore al giorno ci stavamo rincorrendo con due spade di gommapiuma. Io portavo gli stessi vestiti di mio fratello, che mia madre comprava identici, portavo capelli corti, ho fatto judo insieme a mio fratello fino ai 10 anni (anche se in effetti non eravamo tante bambine, all’epoca), usavo soldatini, scacchi, Cicciobello, Barbie (che due coglioni), sapientino, Lego, Playmobil, Meccano, pelouche indifferentemente. Giocavo a Mazinga.. Facevo Tetzuia. Giocavo a calcio. Tutto in un’unica soluzione di continuità.

E leggevo.Da quando avevo 5 anni ho iniziato a leggere i titoli dei giornali che passavano per casa. Erano lettera grandi,quelle del corsera. Sì leggevano bene. Ho continuato leggendo tutto ciò che mi capitava sotto mano. Scassato dei nonni leggevo un libro che raccontava l’antico testamento, e infatti io la cattività di Babilonia più che sulla bibbia l’ho conosciuta lì.

Non c’erano libri per me o per mio fratello. Tutto era di tutti. C’era il massimo libri per grandi che non guardavamo a otto anni e che poi ci siamo andati a prendere, quando ci interessavano.

Quando entro in libreria oggi il reparto dedicato ai bambini mi spiazza. Da un lato mi rendo conto che per la fascia di età dagli 0 ai 5 anni i libri sono tantissimi, curati, adatti a chi non sa ancora leggere ma è curios* e li sfoglia. Dall’altro lato però mi accorgo che i libri per bambini già precocemente differenziano le storie quando i protagonisti sono umani. Le bambine fanno cose considerate da piccola donna e i bambini fanno cose da maschio, come direbbe la quattrenne sopracitata. È più si va avanti più la differenza per le bambine e ragazze è evidente. Poi è chiaro che se una ragazza di 11 anno va in libreria e sceglie un libro non specificamente dedicato al suo stesso non viene ammazzata da nessuno (però proviamo a vedere cosa succede nel caso opposto: un undicenne che prende un libro di una collana pensata per ragazze dall’editore stesso. Sospetto che cambi qualcosa). Ma esiste un a voglia di targettizzare e differenziare le letture di bambini+e adolescent* che io non ho mai percepito nella mia esperienza di lettrice onnivora.

Ecco, diciamo che mai come in questo periodo mi sono accorta che è necessario prendersi la responsabilità di parlare di femminismo, perché il rischio è insegnare a bambine in fase di crescita che ci sono cose da uomini e cose da donne che prescindono dal diverso tipo di mutande o dall’uso del reggiseno. (Poi un giorno si parla anche della necessità di parlare di studi di genere, e con l’occasione vi racconto anche il matrimonio dei Luchi che erano gay e lo sono ancora, cit. Lella Costa). E insomma no.

Però.

Però domani che è indetto uno sciopero generale nazionale in occasione della giornata internazionale della donna, per tutta una serie di motivi sacrosanti, io non sciopero.

Intendiamoci. Penso che le donne convinte dell’importanza di sceglierne lo sciopero come forma di rivendicazione debbano aderire.

Io non sono convinta che lo sciopero in questo caso sia una forma di rivendicazione adatta. Per un motivo molto semplice. Uno sciopero generale che include tutti i dipendenti dei settori regolamentari da CCNL include soprattutto i settori del terziario. Cui fanno capo molte donne. Prendiamo la scuola, senza scomodare i trasporti dove le donne sono ancora poche.

Domani una serie di donne precarie che insegnano, perché per un meccanismo legato sempre al paternalismo di questo Paese ormai l’insegnamento, soprattutto nella scuole di infanzia e primaria, è appannaggio delle donne, non della sentiranno di scioperate per due motivi entrambi legittimi:

1. Sono precarie e quindi il tentativo di salvaguardare il loro diritto di sciopero con la proclamazione di uno sciopero nazionale non avrà nessun esito positivo sulle loro situazioni, visto che da precarie scioperando perderanno punti in graduatoria. (Così almeno ho capito io, se sbalio mi corigerete)

2. Molte donne dei settori del terziario che si occupa della cura e dell’educazione, scioperando, metteranno non aziende di uomini ma madri di famiglia e altre lavoratrici dipendenti, o precarie o libere professioniste (che non godono di diritto di sciopero,o nel caso delle precarie sono ricattabili, ma sempre donne sono e non padroni che stanno negando dei diritti)  nella condizione di rinunciare a un giorno di lavoro. E non scrivo famiglie apposta, perché per quanto possiamo essere fortunate noi a trovarci accanto uomini che sono consci della parità di genere e dividono equamente con noi cura di casa e cura dei figli il punto è che esistono sempre troppe donne che non stanno tra i nostri contatti ancora vittime della mentalità maschilista che prevede che sia la donna a sacrificarsi quando ci sono emergenze che riguardano chiusure improvvise di scuole, assenze di insegnanti, necessità di portare i figli dal medico eccetera eccetera. Siamo ancora un paese dove far capire a un uomo che anche lui può chiedere giorni di congedo parentale, previsti per i dipendenti (sono 5 mesi, eh, potete usarlo fino agli 8 anni dei vostri figli) è un’impresa.

Il motivo principale per cui non sciopero io è il secondo. A parte che uno sciopero dal lavoro nella mia testa è legato alle condizioni di lavoro e io vengo trattata benissimo dai miei datori di lavoro facendo la baby sitter, ma scioperando metterei le donne della famiglia nella condizione di sentirsi obbligate a prendere un giorno di ferie o di permesso quando non a scioperare. E lo sciopero non è un obbligo ma un diritto.

Tra l’altro le mie ore di lavoro sono così poche che mi permettono di partecipare alla manifestazione della mattina e poi andare al lavoro. Certo, non so come tornerò a casa nell’eventualità di adesione allo sciopero dei trasporti globale, e mi secca non poter partecipare per lo stesso motivo alla manifestazione serale (sempre perché lo sciopero va a ledere non i padroni ma la parte della popolazione che dei mezzi necessita. Ci sono molte donne, tra quella popolazione, altra guerra tra poveri). Ma posso farmene una ragione.

Invece domani indosserò qualcosa di fucsia e nero, perché una delle proposte di Non una di meno è stata aderire alla giornata di mobilitazione cin questa modalità.

E insomma tutto per dire che domani mi vedrete con una maglietta fucsia per la prima volta nella mia vita. Se non è una rivoluzione questa…

 

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One thought on “#LottoMarzo ma non sciopero

  1. (Sperando di non essere inopportuna) Condivido, e partecipo volentieri alla camminata delle 18 a Bergamo, al di fuori dell’orario lavorativo, per molte persone.

    Una manifestazione fa sempre bene, anche se personalmente non l’avrei chiamata “sciopero”.

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