L’antifascismo è di tutti. Parola di una di sinistra.

Oggi alla macchinetta del caffè al lavoro un collega mi rende noto che lui è antifascista ma non va alla manifestazione perché da anni le manifestazioni del 25 aprile sono in mano alla sinistra e lui non è di sinistra. Ecco, volevo dire due cose.

1) se Giustizia e Libertà avesse pensato lo stesso probabilmente avremmo avuto davvero una resistenza esclusivamente di sinistra. E non è stato così. L’antifascismo era trasversale e questo noi di sinistra lo sappiamo anche se non sembra.

2) continuare a non andare alle manifestazioni del 25 aprile perché sono in mano alla sinistra non farà altro che contribuire a rendere ancora più di sinistra l’antifascismo, quindi a perderci siete esclusivamente voi.
Io ci penserei.

Anzi, aggiungo una terza cosa.

Ci stanno i rappresentanti degli ebrei morti nei campi di concentramento a guidare la manifestazione, di solito. E c’è pure la Brigata Ebraica. Sono di sinistra pure loro?

Un po’ di fatti miei in ordine rigorosamente a casaccio

Ieri sono stata a casa di un’amica che doveva regalarmi una montagna di jeans perché non li mette più. La montagna alla fine si è ridotta a due paia perché ultimamente ho cominciato a mangiare tutto quello che ho nel piatto invece di lasciare la metà del cibo e come succede quando mangio mi si deposita tutto sui fianchi e i pantaloni non entrano più. Però diciamo che questo è il meno e che la cosa importante è che finalmente ho smesso di non avere fame. Ai millimetri di troppo provvederò cominciando a correre.

Ma non sono un po’ ingrassata solo perché mangiò di più. È anche perché sono meno nervosa. Mi è passato il panico. Dopo anni in cui mi sono ripetuta che dovevo prendere l’ansia a calci in culo ho fatto finta che non esistesse e ho cominciato a prenotare vacanze, un viaggio a Londra, e pure a cercare, con scarsi risultati (ma non demordo), una stanza.

Ho cominciato a guardarmi in faccia la mattina e ad avere voglia di trattare bene la mia pelle, che sembra una cazzata, ma io che odiavo andare oltre la crema idratante e tre grammi di correttore dove era proprio necessario da qualche mese mi sveglio, mi lavo la faccia, uso una spazzola di silicone per pulire bene il viso, metto una crema che mi piace e pure il contorno occhi (capiamoci, il contorno occhi. Parliamone un attimo) e quando esco mi siedo sulla panchina della fermata della 74 e metto burrocacao e rossetto. Ne ho uno rosso bellissimo, lo alterno con uno un po’ più sobrio che metto quando vado dai bambini.

Dimenticavo. I bambini. Sto facendo un lavoro che mi piace. Che poi dici ‘che lavoro sarà lavorare con i bambini?’

Ecco, è una roba molto più seria di quel che sembra. Ma questo lo sapevo da quando ero molto più giovane. Coi bambini ho sempre avuto a che fare, e ho imparato che sono tutti piccoli individui con una loro personalità, da non sottovalutare mai.

Adesso che ho a che fare con una bambina bellissima di un anno e mezzo e con il fratello più grande di due anni ho proprio la differenza davanti agli occhi, tutti i giorni. Di carattere, di modalità di approccio, pure di educazione. Per me in effetti potrebbero fare tutto quello che vogliono ma a volte da fuori arriva la pretesa che il maschio faccia cose da maschio e la femmina cose da femmina. E a volte la femmina, che non ha ancora questa distinzione così chiara, di fare cose da femmina non ha proprio l’intenzione. Prende le macchinine del fratello e comincia a tirarle. Prende il suo passeggino e ci fa le corse per casa, che se io andassi con lei in passeggino così volerebbe fuori di continuo.

E insomma dici ‘mica sarà complicato’. Invece è una fatica e io non li vedo nemmeno tutto il giorno.

Però è una fatica ben ripagata. Non da un punto di vista economico, anche se aiuta.

A quei due bambini provo a spiegare delle cose o a insegnargliele. Tipo.se trovare un bimbo di quattro anni che canta Yellow submarine in inglese maccheronico é una bimba di un anno e mezzo che prova a battere le mani a tempo, sono loro. Se trovate un bambino che comincia a raccontarvi Star Wars e vi dice che gli piace ‘stomtruppe’, è lui. Se trovate una bambina di un anno e mezzo che si arrampica sulle scale di uno scivolo con la lingua di fuori e non aspetta nessuno, è lei.

E insomma,io non lo so se questa cosa qui durerà per tanto, eh, perché prima o poi le cose finiscono e l’ho imparato molto bene.

Ma da un po’ di tempo la mia vita, che non somiglia nemmeno un po’ a quello che avevo progettato, mi piace.

Pare anche che si veda da fuori, a volte.

E quindi va bene così. Credo.

Ah, sì. È successo anche altro. Ma quelli sono fatti un po’ miei e me li tengo per me. Non è che posso dire tutto all’internet.

I Reclami Inutili – Perché la mia amica Ellebis ancora non si capacita (la triste storia dell’addebito fantasma su NTV)

Niente, sono giorni che con la mia amica Ellebis parliamo dell’incapacità della gente di comprendere che il mio indirizzo, ma pure il mio blog, non sono gli uffici reclami di tutte le aziende italiane pure se capitano come primi risultati nella ricerca di Google.

Abbiamo qui un ennesimo caso di Reclamante Inutile che mi ha presa per NTV (Italo per gli amici). Poi è stato cortese, eh, ha salutato e ringraziato. Però, ecco, se avessi dovuto rispondere seriamente non sarei stata così paziente. Un ‘forse la carta di credito per lei è uno strumento di comprensione complicata, che ne dice di tornare al baratto?’ mi sarebbe scappato.

 

(se è piccolo cliccateci sopra che si ingrandisce. Non siate anche voi Reclamanti Inutili. E nemmeno Utonti)

#LottoMarzo ma non sciopero

Domani è di nuovo la giornata internazionale della donna.

Dal 2005 ho avuto un rifiuto verso questa giornata per motivi legati a una brutta vicenda legata a una donna (se frugare qui sopra la trovate, quando ho tempo la linko).

Domani non rifiuterò la giornata. Domani fa parte di un percorso lungo che parte dalla consapevolezza di dover per forza essere femminista, cosa di cui per anni non ho avuto bisogno perché non ho sentito, per molti anni,una disparità di genere. Ecco,non ho ancora definito bene il momento esatto in cui ho cominciato a capire di dover essere per forza femminista,io che in fondo non ne ho mai avuto molta voglia. Prima o poi mi siedo e ci rifletto sopra.

Di sicuro però c’è che da quando faccio la baby sitter continuativamente mi sono resa conto che rispetto alla mia infanzia c’è per le bambine una predominanza di colori rosa non ammissibili per i maschi e soprattutto la divisione giochi da maschi o da femmine comincia molto tempo prima.A dirla tutta non ho mai usato l’espressione ‘giochi da maschi’ che una bambina di quattro anni ha pronunciato con molta convinzione il giorno che io e il quattrenne che curo tre ore al giorno ci stavamo rincorrendo con due spade di gommapiuma. Io portavo gli stessi vestiti di mio fratello, che mia madre comprava identici, portavo capelli corti, ho fatto judo insieme a mio fratello fino ai 10 anni (anche se in effetti non eravamo tante bambine, all’epoca), usavo soldatini, scacchi, Cicciobello, Barbie (che due coglioni), sapientino, Lego, Playmobil, Meccano, pelouche indifferentemente. Giocavo a Mazinga.. Facevo Tetzuia. Giocavo a calcio. Tutto in un’unica soluzione di continuità.

E leggevo.Da quando avevo 5 anni ho iniziato a leggere i titoli dei giornali che passavano per casa. Erano lettera grandi,quelle del corsera. Sì leggevano bene. Ho continuato leggendo tutto ciò che mi capitava sotto mano. Scassato dei nonni leggevo un libro che raccontava l’antico testamento, e infatti io la cattività di Babilonia più che sulla bibbia l’ho conosciuta lì.

Non c’erano libri per me o per mio fratello. Tutto era di tutti. C’era il massimo libri per grandi che non guardavamo a otto anni e che poi ci siamo andati a prendere, quando ci interessavano.

Quando entro in libreria oggi il reparto dedicato ai bambini mi spiazza. Da un lato mi rendo conto che per la fascia di età dagli 0 ai 5 anni i libri sono tantissimi, curati, adatti a chi non sa ancora leggere ma è curios* e li sfoglia. Dall’altro lato però mi accorgo che i libri per bambini già precocemente differenziano le storie quando i protagonisti sono umani. Le bambine fanno cose considerate da piccola donna e i bambini fanno cose da maschio, come direbbe la quattrenne sopracitata. È più si va avanti più la differenza per le bambine e ragazze è evidente. Poi è chiaro che se una ragazza di 11 anno va in libreria e sceglie un libro non specificamente dedicato al suo stesso non viene ammazzata da nessuno (però proviamo a vedere cosa succede nel caso opposto: un undicenne che prende un libro di una collana pensata per ragazze dall’editore stesso. Sospetto che cambi qualcosa). Ma esiste un a voglia di targettizzare e differenziare le letture di bambini+e adolescent* che io non ho mai percepito nella mia esperienza di lettrice onnivora.

Ecco, diciamo che mai come in questo periodo mi sono accorta che è necessario prendersi la responsabilità di parlare di femminismo, perché il rischio è insegnare a bambine in fase di crescita che ci sono cose da uomini e cose da donne che prescindono dal diverso tipo di mutande o dall’uso del reggiseno. (Poi un giorno si parla anche della necessità di parlare di studi di genere, e con l’occasione vi racconto anche il matrimonio dei Luchi che erano gay e lo sono ancora, cit. Lella Costa). E insomma no.

Però.

Però domani che è indetto uno sciopero generale nazionale in occasione della giornata internazionale della donna, per tutta una serie di motivi sacrosanti, io non sciopero.

Intendiamoci. Penso che le donne convinte dell’importanza di sceglierne lo sciopero come forma di rivendicazione debbano aderire.

Io non sono convinta che lo sciopero in questo caso sia una forma di rivendicazione adatta. Per un motivo molto semplice. Uno sciopero generale che include tutti i dipendenti dei settori regolamentari da CCNL include soprattutto i settori del terziario. Cui fanno capo molte donne. Prendiamo la scuola, senza scomodare i trasporti dove le donne sono ancora poche.

Domani una serie di donne precarie che insegnano, perché per un meccanismo legato sempre al paternalismo di questo Paese ormai l’insegnamento, soprattutto nella scuole di infanzia e primaria, è appannaggio delle donne, non della sentiranno di scioperate per due motivi entrambi legittimi:

1. Sono precarie e quindi il tentativo di salvaguardare il loro diritto di sciopero con la proclamazione di uno sciopero nazionale non avrà nessun esito positivo sulle loro situazioni, visto che da precarie scioperando perderanno punti in graduatoria. (Così almeno ho capito io, se sbalio mi corigerete)

2. Molte donne dei settori del terziario che si occupa della cura e dell’educazione, scioperando, metteranno non aziende di uomini ma madri di famiglia e altre lavoratrici dipendenti, o precarie o libere professioniste (che non godono di diritto di sciopero,o nel caso delle precarie sono ricattabili, ma sempre donne sono e non padroni che stanno negando dei diritti)  nella condizione di rinunciare a un giorno di lavoro. E non scrivo famiglie apposta, perché per quanto possiamo essere fortunate noi a trovarci accanto uomini che sono consci della parità di genere e dividono equamente con noi cura di casa e cura dei figli il punto è che esistono sempre troppe donne che non stanno tra i nostri contatti ancora vittime della mentalità maschilista che prevede che sia la donna a sacrificarsi quando ci sono emergenze che riguardano chiusure improvvise di scuole, assenze di insegnanti, necessità di portare i figli dal medico eccetera eccetera. Siamo ancora un paese dove far capire a un uomo che anche lui può chiedere giorni di congedo parentale, previsti per i dipendenti (sono 5 mesi, eh, potete usarlo fino agli 8 anni dei vostri figli) è un’impresa.

Il motivo principale per cui non sciopero io è il secondo. A parte che uno sciopero dal lavoro nella mia testa è legato alle condizioni di lavoro e io vengo trattata benissimo dai miei datori di lavoro facendo la baby sitter, ma scioperando metterei le donne della famiglia nella condizione di sentirsi obbligate a prendere un giorno di ferie o di permesso quando non a scioperare. E lo sciopero non è un obbligo ma un diritto.

Tra l’altro le mie ore di lavoro sono così poche che mi permettono di partecipare alla manifestazione della mattina e poi andare al lavoro. Certo, non so come tornerò a casa nell’eventualità di adesione allo sciopero dei trasporti globale, e mi secca non poter partecipare per lo stesso motivo alla manifestazione serale (sempre perché lo sciopero va a ledere non i padroni ma la parte della popolazione che dei mezzi necessita. Ci sono molte donne, tra quella popolazione, altra guerra tra poveri). Ma posso farmene una ragione.

Invece domani indosserò qualcosa di fucsia e nero, perché una delle proposte di Non una di meno è stata aderire alla giornata di mobilitazione cin questa modalità.

E insomma tutto per dire che domani mi vedrete con una maglietta fucsia per la prima volta nella mia vita. Se non è una rivoluzione questa…

 

Vi prego, andate al Museo del Bargello.

Non per altro. È uno dei musei più vuoti che abbia mai visto in vita mia. Vuoto di gente, intendo, eh.

Perché invece al Bargello ci sono tutti gli incubi degli studenti di storia dell’arte. A partire da quel tizio di nome Donatello, se qualcuno se lo ricorda.

Che poi invece di parlare mi rendo conto che è meglio farvelo vedere, quello che c’è al Bargello.

 

Le conseguenze dell’amore (con l’apostrofo)

Ovvero

Considerazioni sparpagliate intorno alla campagna di sensibilizzazione Real Time sull’amore. Tra tutti i generi.

È da ieri che ci sono persone che stimo in fase di perculo, nei casi migliori, o stracciamento di vesti, in quelli più esagerati, davanti a una campagna pubblicitaria pensata da Real Time che contiene un errore ortografico: un apostrofo tra le parole un amore. No, l’apostrofo non è rosa, casomai ve lo chiedeste.

Oggi si svela l’arcano: non è un errore, ma un teaser, mi perdoneranno gli amici pubblicitari se non uso il termine corretto, che prelude a un messaggio più articolato, con tanto di video a corredo.

Spendo due parole per esprimere la mia opinione. L’idea è semplice, ma carina. Usa la metafora di una regola grammaticale che nessuno si sognerebbe di considerare sbagliata osando contravvenirla. Magari è troppo semplice, come dice Beatrice. Che tiene alla comunicazione di genere corretta. Ci tengo anche io, ma il punto è che il mezzo è veloce e richiede un messaggio di impatto che dia anche sintetico. E soprattutto non parla a noi che ce ne occupiamo tutti i giorni e con altro spessore. Patla a un target differente. Anche più distratto, in genere.

Posso fare un appunto al famoso teaser perché potrebbe rivelarsi un boomerang per il messaggio che sta veicolando. Di sicuro sta facendo parlare di sé, usando una serie di tormentoni che perseguitano noi che stiamo h24 sul web: i grammarnazi, il richiamo alla Crusca per ogni variazione linguistica (dimenticavo: sul sito di Real time c’è una petizione, che io considero una boutade, per chiedere alla Crusca di ammettere un’amore nella lingua.Cosa che è infattibile,visto che la Crusca non decide cosa mettere e cosa no nel vocabolario. Ma anche questo gioca su un tormentone dell’ultimo anno sul web), ma non è detto che sia il parlare che aiuta la causa. Ammesso che lo scopo fosse quello.

Ora.

Da stamattina si stanno susseguendo tra i miei contatti, come dicevo:

l’indignazione degli esperti di grammatica, che si sono incazzati sia per l’errore grammaticale che per la petizione all’Accademia della Crusca;

L’analisi negativa della veicolazione del messaggio da parte degli addetti ai lavori, e ci può pure stare, è il loro mestiere;

Gli umarell della comunicazione convinti che sia una pezza a un errore di grammatica. Che sarebbe pure possibile, non fosse per il video.

Il video, già. Quel video che secondo parecchi sarebbe una cazzata e si realizzerebbe in 24 ore.

Questo è l’unico punto su cui mi sento di dire qualcosa con competenza e non per ipotesi. Perché ricordo molto bene quello che implica la programmazione di qualunque prodotto (di quello parliamo: è un prodotto) da parte di un network.

Una campagna simile non la fai e non la aggiusti nemmeno in 24 ore. Ci sono persone che la pensano, la propongono, attendono che sia approvata, poi prevedono tempi di realizzazione. Non è una cosa coi tempi pachidermici di una mamma Rai, probabilmente, ma non è lasciata all’improvvisazione.

Ecco, io non posso dire di essere sorpresa, perché era così 10 anni fa, anche 15, quando ho cominciato, ma questa convinzione che tanto realizzare un video, per quanto breve,con dietro un’idea semplice ed efficace (perché efficace lo è, cazzo, ne stiamo parlando e ne parleremo nei prossimi tempi, almeno noi che passiamo la vita sul web), continua a basirmi.

Mi piacerebbe prendere tutti,ma proprio tutti, amici, nemici, passanti che stanno ripetendo questa idiozia ‘oh, viecce te’, detto proprio alla Gigi Proietti.

Poi ne riparliamo.

Detto ciò. Queste seghe mentali che ci stiamo facendo intorno alla forma e non al contenuto di una campagna è molto interessante e di sicuro fa passare la mattina di San Valentino se non hai niente da fare.

Però sarei curiosa di sapere cosa ne pensa chi non è addetto ai lavori. Perché alla fine è quello che interessa sapere.

A questo punto mi siedo e attendo, sperando che i miei libri di grammatica non si suicidino per la disperazione.