#quellavoltache mi decisi a rispolverare Medium

Stavolta tocca che vi andate a leggere il post da queste parti.

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#quellavoltache*

 *questo post fa parte di una reazione collettiva da parte di donne che hanno assistito al victim blaming messo in atto nei confronti di tutte le attrici molestate o violentate da Harvey Wenstein. Seguiranno update.
#quellavoltache sono state tante volte. Nessuna volta è stata devastante ma di quasi nessuna ho mai avuto molta voglia di parlare con qualcuno.
C’è stata la volta che avevo 10 anni, andavo alle elementari e portavo una gonna sotto il grembiule. Una gonna sotto il ginocchio, ché a casa mia le mini non si usavano per le grandi, figuriamoci per le piccole. Andavo a scuola con mio fratello, davanti a casa, attraversavo solo la strada. A un certo punto sento una mano sotto la gonna in mezzo alle gambe e comincio a urlare e piangere. Era uno delle medie vicino. Mi sono spaventata, non capivo nemmeno perché, non sapevo praticamente nulla del corpo umano all’epoca ma ero sicura che quella cosa non andasse bene. Quando sono tornata a casa l’ho raccontato a mia madre. Che ha riso. Perché evidentemente non era una cosa seria. Peccato che per me fosse serissima.
La seconda volta è stato qualche anno dopo. Camminavo tra la linea verde e la linea rossa a Cadorna. Portavo una maglietta lunga, taglia da uomo, di quelle che a 15 anni ti coprono fino al culo perché un po’ ti vergogni di averlo, il culo. E un paio di jeans.
Pare che la maglietta non fosse sufficiente a nasconderlo, il culo, perché una mano continuava a sbatterci contro. All’inizio pensavo che fosse uno che aveva calcolato male la distanza. Capita, eh. Pure se il corridoio è praticamente vuoto. Mi sposto. La mano continua a sbattere. Costantemente. A un certo punto mi volto, il tizio mi supera e accenna un bacio. Questa non l’ho mai raccontata a nessuno proprio. Mi sentivo sporca io, figuriamoci se volevo prediche. O una nuova risata.
Un’altra volta ero ancora piu grande. 27 anni, credo. Estate, le due del mattino.Tornavo a casa a piedi da Via Malaga. Non c’erano più autobus ma avevo giusto 30 minuti a piedi da fare. Adfosdo avevo una polo senza  maniche  e pantaloni lunghi di lino, larghi.  Mentre cammino si avvicina uno che comincia a dirmi delle cose che non sento benissimo perché sono troppo impegnata ad aumentare il passo. Quando però attraverso il marciapiede gli insulti che mi arrivano perché non gli ho dato corda li sento forti e chiari.
Anche qui non mi sogno nemmeno di raccontarlo a qualcuno perché erano le due di notte e giravo da sola nella Barona dei primi anni 2000, come minimo mi sarei sentita dire che me l’ero andata a cercare.
L’ultima in ordine di tempo è successa a dicembre scorso, a Napoli, quando a Castel dell’Ovo un tizio cerca di chiedermi qualcosa. Io non ho voglia di dargli corda. Rispondo ‘no’ e me ne vado. Dopo pochi passi me lo ritrovo di nuovo di fianco. Che cerca di nuovo di chiedermi qualcosa. Allungo il passo. Può essere una coincidenza ma non ho voglia di chiederglielo. Esco da Castel dell’Ovo, mi volto e lo vedo dietro di me con la coda dell’occhio. Evidentemente non è una coincidenza. Prendo lo smartphone e chiamo l’amica che è a Napoli con me. Lei mi dice di chiedere aiuto, e potrei, perché c’è un sacco di gente. Ma ho paura che pensino che mi sto inventando una cosa inesistente. Quindi non faccio altro che camminare più veloce senza voltarmi, finché non arrivo in piazza Plebiscito dove c’è una camionetta di militari. Mai stata così contenta di vedere l’esercito. Quasi benedico le misure antiterrorismo. Solo allora mi volto. Il tizio non c’è più.
Qualche mese dopo torno a Napoli con un’altra amica. Le racconto la storia. Mi risponde che probabilmente voleva solo chiedermi qualcosa e mi dà sentire come se avessi esagerato.
Ecco, io in questi giorni che leggo tutti i grandi esperti di reazioni alle molestie, alle violenze, tutti i fan del ‘potevano denunciare prima’ penso che se per anni non sono nemmeno riuscita a dire a voce alta che qualcuno mi ha molestata, per mia fortuna senza conseguenze troppo gravi, per paura che mi rispondessero :hai esagerato’ o peggio ‘te la sei cercata’ veramente non so come cazzo avrei fatto a denunciare uno stupro.
Magari sarebbe il caso di pensare ai commenti di merda con cui reagiamo ogni volta che sentiamo parlare di accuse di molestie o di violenze sessuali, se davvero vogliamo crescete donne che denunciano senza il timore di essere giudicate colpevoli quando invece sono le vittime.
(Lo so che nei miei racconti ci sono due donne che fanno una pessima figura. Ma non dico nulla che non si sappia già. Ad alimentare questa mentalità è anche l’atteggiamento di molte donne che ci circondano. Che sono più intrise di cultura patriarcale di quanto non siano gli uomini. A volte)

I Reclami Inutili – All’ennesimo Reclamo che non riceve risposta fatti sorgere un dubbio.

Era un po’ che non passavo sul blog, pensavo che nessuno mi avesse scritto o che si ricordasse più di questo posto e invece i Reclamanti Inutili e la loro tecnolesità sono sempre una certezza.

Ora, mi trovo questo commento sotto un post dedicato alla Barilla, in cui tutto facevo tranne vantare le grandi doti dell’azienda .

Come al solito il commentatore (o commentatrice) non ha letto il post, ha solo commentato: 

E insomma, caro Reclamante Inutile, se non hai ricevuto risposta più volte, potrebbe darsi che Barilla non abbia intenzione di rispondere, certo. Ma potrebbe darsi altresì che tu ogni volta abbia inviato il tuo reclamo in un luogo come il mio blog, dove tutto posso fare finché si tratta di perculare chi confonde il mio indirizzo con quello della Ditta, ma di sicuro non posso provvedere a eliminare gli insetti dai tuoi pacchi di pasta.

Ti ha mai sfiorato il sospetto che in realtà tu stia continuando a sbagliare indirizzo? Perché io lo nutro molto forte.

Pensaci, caro Reclamante Inutile.

Epperò sta cosa quelli che ‘non vogliamo più i barconi dei migranti’ ce la devono spiegare.

Tipo, che deve fare lo stato?

Prendere l’esercito, disporlo su tutte le coste e far sparare contro tutte le navi che arrivano a ridosso delle acque territoriali italiane? E non possono. Non è che l’esercito prende e spara così, a buffo, contro le barche.

Cannoneggiare direttamente? Manco quello si può.

Ci vanno loro, a sparare direttamente a migranti che non gli stanno facendo un cazzo a parte evitare di morire affogati in mare dopo aver provato a evitare di morire nei posti da cui stanno scappando? Perché se vogliono proprio vederli morti secondo me ci devono pensare loro. Non è che possono pretendere che la loro xenofobia venga assecondata da uno stato che non può rifiutare di accogliere persone che stanno chiedendo aiuto, soprattutto in mare.

Ah, già. Loro sono dei vigliacchi, quindi non sparano contro dei migranti. Loro si aspettano che lo faccia qualcun altro per loro. Lo Stato, magari.

Però lo Stato non può.

Quindi, ricominciamo. Che pensano di fare, questi, visto che i migranti non li può ammazzare lo Stato prima che arrivino e loro sono troppo vigliacchi per ammazzarli?

Così, in loop. Finché non risponde qualcuno. Qualcuno con risposte sensate. I razzisti xenofobi li banno.

Del godere di diritti senza aver fatto un cazzo per meritarseli (a proposito di #iussoli)

Ho appena letto l’ennesimo commento di un razzista sullo ius soli. Dice ‘così si beccano tutti i diritti senza avere fatto un cazzo per averli’.

Oh, è il primo commento con un senso che abbia letto in questi giorni. Perché è proprio a questo che serve lo ius soli. A eliminare una differenza tra cittadini che hanno dei diritti perché una coincidenza li ha visti nascere in Italia da genitori italiani, che magari in Italia ci sono nati per caso e per inerzia ci sono rimasti, senza mai pensare di andarsene altrove perché qui hanno costruito un futuro, e persone nate invece da genitori che qui sono dovuti emigrare per sopravvivere e questo posto alla fine è diventato casa loro, tanto che hanno costruito qui le loro vite quando potevano scegliere di andare altrove. E qui, non nel loro paese di origine, hanno scelto di fare nascere o di fare studiare i loro figli. Perché hanno provato a viverci, in Italia, e hanno visto la differenza tra questo paese e il loro. Probabilmente in alcuni casi è stata anche una differenza di diritti della persona, magari non sempre sei preparato a poterti esprimere liberamente, magari a volte non amano tutto quello che questo paese concede e tutto quello che invece toglie.
Ma in questa insofferenza non trovo nulla di diverso da ciò che capita a italiani che non hanno dovuto altrettanto fare un cazzo per godere dei diritti che riserva l’essere cittadino italiano a parte nascere, per caso, da genitori italiani.
Addirittura se si nasce in un paese straniero da genitori che sono emigrati e non vogliono tornare in Italia ma continuano a essere italiani si può diventare cittadini italiani, e stranamente non sento mai dire nulla contro questa incongruenza. Perché se si pretende che per potere essere italiani i figli di genitori extracomunitari vivano qui rispettando le tradizioni italiane, dimostrando di conoscere la lingua del paese in cui vivono e rispettando soprattutto le leggi italiane allora è insensato che non lo si pretenda pure dai figli di immigrati italiani che non solo non hanno mai frequentato le scuole italiane, ma non si sognano nemmeno di tornare a vivere qui.
Ecco, potrei dire che sarebbe logico a questo punto limitare il diritto di cittadinanza a chi davvero risiede e vive la sua vita di cittadino qui, eliminandolo per gli Italiani stessi nati all’estero da genitori italiani emigrati.
Ma non sono io quella interessata all’esclusione da un diritto e lascio i fascisti a giocare alla prevalenza del sangue.
Per me la cittadinanza italiana può essere data a questi e a quelli, perché non è una questione di merito, godere di diritti in un paese dove risiedi. È proprio che per avere dei diritti da cittadino italiano è giustissimo che tu non debba avere fatto un cazzo per averli.
Credo che quando mio nonno e altri nonni italiani si sono messi di traverso al fascismo una delle loro conquiste più grandi sia proprio stata poter garantire a tutti, figli e nipoti per cominciare ma pure qualunque altro essere umano che incappa in uno stato democratico, di non dovere mai più fare qualcosa come lottare per ottenere quelli che dovrebbero essere diritti garantiti a chiunque nasce, cresce, vive, lavora, paga tasse, e sì, muore anche, in questo paese.
Nessuno di noi che stiamo qui da dopo il 1945 ha dovuto realmente fare un cazzo, per ottenere questi diritti.
Vediamo di mettercelo bene in testa.
(se per caso non fosse chiaro come mai nomino l’anno chiave della nostra vita di cittadini della Repubblica Italiana, vi consiglio di leggere attentamente il TULPS del 1936. Forse sarà chiaro cosa significava, anche per i cittadini italiani, non essere liberi di fare praticamente un cazzo senza comunicare con il prefetto che si voleva anche solo cambiare provincia. E sarà chiaro perché è ignobile pretendere che persone nate e cresciute su territorio italiano debbano subire questo tipo di trattamento se nei loro primi 18 anni di vita devono, per esempio, tornare nel paese di origine anche per una breve vacanza. Ed è solo l’esempio più innocuo)

I Commentatori Inutili – una nuova rubrica di cui sentivo la necessità

C’è la gente che ha il qualunquismo a scoppio ritardato e quindi te la trovi sotto i post in cui si parla di svariate robe, dalla differenza tra destra e sinistra, alle unioni civili, ai migranti, dopo un po’ di settimane dal post. 

Che poi, per carità, vuol dire che qualcuno ogni tanto il mio blog se lo calcola, anche se lo trascuro.

Solo che a volte vorrei che rispondesse, oltre a mettermi i like, gente con cui intavolare discorsi più seri invece di uno che usa Gaber per i suoi porci comodi e che prima di poterlo citare come minimo dovrebbe farsi in ginocchio sotto i ceci la vita di Gaber.

Perché Gaber non è nato qualunquista. È uno rimasto scottato dopo un preciso percorso umano e politico che lo ha visto essere da una parte che per i qualunquisti non è distinguibile dall’altra. Mentre lui, le due parti della dicotomia, le sapeva distinguere. E molto bene.

Quindi un po’ di rispetto.

Vi regalo il commento e la mia solita pacata risposta. Così inauguro una ennesima rubrica inutile. Alla fine avrò un archivio non indifferente di commenti inutili. So’ soddisfazioni.

Volevo essere Atticus Finch*

(questo post è preso di pari passo dal mio profilo Facebook che è accessibile più o meno a tutti quelli che passano di qui, ma me lo metto anche sul blog così cerco di tenerlo a mente per il futuro e per la prossima crisi di coscienza dettata dalla richiesta di dignità nella fine vita da parte di qualcuno che troviamo umanamente ripugnante)

Credo che la differenza sostanziale tra un cittadino rispettoso della legge e dei diritti di ogni individuo e un mafioso stia nel rendersi conto che i diritti fondamentali della persona, inclusa la dignità nel fine vita, vanno garantiti a tutti. Non solo a quelli che secondo noi se lo meritano da un punto di vista morale ed etico.

E credo anche che quando ci accorrgiamo che no, noi non siamo capaci di superare il nostro essere piccoli davanti a questa cosa perché ci lasciamo condizionare dalle nostre emozioni, pure sacrosante, dovremmo però insistere perché lo stato che ci governa sia migliore di noi sotto questo punto di vista e chiedere a lui di garantire che anche chi non ci piace possa godere dei diritti più elementari.

E sì, vale pure quando si tratta di Totò Riina.

Perché è facile essere buoni cittadini rispettosi di tutti gli individui davanti a chi ci sta simpatico e non si è macchiato di crimini ignobili.

Il difficile è quando ti trovi davanti uno che vorresti chiamare mostro e che giustificherebbe il tuo diventare a tua volta un essere abominevole.

*Se non conoscete Atticus Finch è perché non avete mai letto o visto Il buio oltre la siepe. Ecco, in questo caso invece di spiegarvi chi è vi invito a leggerlo o vederlo. Ne vale la pena.