Di padri geometri e di ponti

Da quando è crollato il ponte Morandi ho letto un sacco di cose. Ho risposto solo una o due volte, senza nemmeno azzardarmi a entrare nel merito dei torti e delle ragioni.

Ho ascoltato un sacco di pareri, e alla fine ho deciso che valeva la pena parlare seriamente di questa cosa solo con mio padre, tra le persone che ne hanno discusso.

Non perché mio padre è mio padre e quindi ha sempre ragione. Ma perché mio padre sa cosa succedeva negli anni in cui il ponte Morandi è stato costruito. Conosce la mentalità dell’epoca. Ci si è anche scontrato. Faceva il geometra, all’epoca. È sempre stato un geometra piuttosto scrupoloso. Molto ligio. È una di quelle ormai quasi estinte persone che hanno un’etica del lavoro

Ed è sempre stato curioso di quel che succede nel campo delle costruzioni. Lo è rimasto anche adesso che ha 85 anni, 86 a novembre prossimo.

Lo è rimasto anche se ormai non ci vede quasi più e non può più tenersi aggiornato. Probabilmente se ci vedesse ancora si sarebbe attaccato a internet per curiosità, perché la prima cosa che ha detto quando ha sentito la descrizione della dinamica del crollo, totalmente incredulo, è stata ‘ma come cazzo fa un ponte a crollare in quel modo?’.

E siccome il suo mestiere se lo ricorda ancora non ha passato il tempo ad ascoltare le varie cazzate populiste. Ha ascoltato i pareri degli ingegneri. Quelli che hanno dubbi e non certezze.

Perché una cosa io ho capito negli anni, dando retta a mio padre che il suo lavoro lo conosce ancora. Ed è che se fai questo mestiere comunque hai una responsabilità enorme, e se lo fai bene, o se aspiri a farlo bene, ti attieni a delle normative che stanno lì per garantire la sicurezza di chiunque. E ho anche capito che una costrizione all’avanguardia negli anni 60 agli inizi del nuovo millennio potrebbe non essere più adeguata agli standard. E non per colpa di chi l’ha progettata coi materiali che aveva a disposizione, ma perché l’uso di quella costrizione è cambiato e se prima la usavano 100 ora la usano 1000. E che esiste una cosa chiamata usura

E ho capito anche che chi non ha solo voglia di trovare un colpevole da dare in pasto alla folla so sta chiedendo come ha potuto rompersi in quel modo, quel ponte. Perché non è normale che si rompa in quel modo. E ora giustamente vuole capire cosa è successo per evitare che capiti di nuovo.

E insomma ascoltando mio padre ho compreso che è cosi che si dovrebbe arrivare a 85 anni. Mantenendosi lo spazio per il dubbio di non essere onnipotenti e onniscienti nemmeno quando parliamo di ciò che conosciamo bene perché è il nostro lavoro.

Erano anni che non sentivo mio padre parlare di quello che conosce come sta facendo in questi giorni e mi rendo conto che è un peccato che non ci veda quasi più, e che sia andato in pensione quasi in depressione. Perché era uno che il suo lavoro, porca miseria, lo sapeva fare.

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#youhatewedonate o Siamo sempre qui, a volte abbiamo una vita anche noi ma ci siamo

Stanno succedendo cose. Un sacco di cose. Proprio nel periodo più faticoso per tutti. Presente quando arriva giugno, luglio, vorresti andare in vacanza e invece devi finire di lavorare, perché non solo non esiste più l’estate di quando eri bambina e passavi tre mesi via, ma hai delle scadenze o un nuovo lavoro giusto in quei due mesi?

Ecco, siccome i razzisti in vacanza non ci vanno mai invece (e state tranquilli che pure alle sette della domenica mattina si svegliano già razzisti, so cosa dico, li ho visti io in metro lamentarsi di gente con una pigmentazione diversa di colore, voglio dire, manco il tempo di svegliarti e già pensi a discriminare, pensate che vita triste devono avere), qui ci tocca interrompere il nostro periodo in cui ci stiamo facendo una vita. Grazie, razzisti, grazie governo, grazie a chi ve pare, capisco il concetto di avere sempre qualcosa da fare, è bello, eh, ma insomma, se si potesse allentare la guardia almeno per dieci minuti al giorno sarebbe una cosa carina.

Invece no. Quindi oggi ho fatto una donazione nuova a SOS Mediterranéè, ero rimasta indietro ma a loro serve sempre. 

 

Per qialche strana ragione stavolta non ho potuto inserire il motivo per cui sto donando ma basta leggere le ultime prodezze della Premiata Ditta Salvini, Di Maio, Tonielli e C. che non sta per Conte (a proposito, qualcuno ne ha notizie? Trump avrà capito con chi stava parlando? No, eh? In effetti pure io non so nemmeno se lo riconoscerei passando per Palazzo Chigi) per arrivarci.

Se decidete di donare anche voi, mi raccomando la solita raccomandazione:

Per non incorrere in conseguenze legali vi invitiamo a donare a vostro nome e a comunicarci nella sezione “Contatti” la vostra donazione. Ricordatevi di inserire l’hashtag #youhatewedonate nelle note di pagamento!

Alla prossima, dove mi auguro di aggiornarvi con cose più belle. Perché ne esistono, ah, signora mia se ne esistono. È che le brutte fanno più notizia. In fondo è per questo che se voi odiate noi doniamo. Perché dal letame nascono i fior. Aspè, chi è che lo diceva? Mumble…

Vita da call center (a volte ritornano)

L’Utonto Che Voeva Essere Rassicurato

Utonto: – (piuttosto incazxato) Lei mi assicura che se vado in areoporto con la data di scadenza dei documenti sbagliata posso superare i controlli di polizia?

Operatore: – Ma io non hlielo posso assicurare.

Utonto: – Siete voi che mi avete venduto questo servizio. Mi dica se all’aeroporto non mi faranno storie se la data di scadenza del documento nella carta di imbarco è sbagliata.

Operatrice: – Ma non posso dirglielo.

Utonto: – Ma io ho pagato un servizio a voi.

Operatrice: – Sì, ma io posso dirle cosa può fare la mia agenzia e cosa possono fare i miei colleghi. I poliziotti dell’aeroporto non sono dipendenti della mia agenzia. Dipendono da Ministero dell’Interno*

(l’Operatore non è sicurissimo che chi si occupa dei controlli sia della polizia e che dipenda dal Ministero dell’Interno, ma questa manfrina surreale è durata una mezz’ora)

Cose belle, cose di arte e cultura, cose di #milano

Oggi non mi va di parlare di magliette rosse  e di brutta gente. Vi racconto una cosa bella che mi è successa ieri e che vorrei succedesse anche a voi.

Ieri, domenica, caldo atroce, giravo per il centro alla ricerca di pietre di inciampo (è la mia missione per quest’estate, forse poi ci faccio pure una mappa come quella delle pietre di Torino, ma adesso vediamo) e dopo avere trovato quella in via Borgonovo 5 (vedi foto) decido di andare a rinnovare il mio abbonamento della tessera musei della Lombardia.

Io ho questa cosa che, mi rendo conto, è una mia paranoia, ma quando non ho in tasca la tessera dei musei della Lombardia mi sento come se non avessi le mutande. Perché se un giorno sono in giro e mi trovo davanti un museo ci entro, senza farmi paranoie tipo ‘oddio ma devo prenotare, oddio ma ho abbastanza soldi, oddio come faccio’. Ci entro pure se devo solo andare in bagno e vi assicuro che per chi ha un problema ai reni come me sapere di poter entrare in un posto dove nessuno ti guarda male se usi il bagno è la manna. Pensate se dovessi pagare il biglietto del museo ogni volta che devo andare in bagno, per dire.

Comunque Già che ero lì ho pensato di fare l’ennesima visita alle Gallerie d’Italia, rinnovando prima la tessera. Ero in via Manzoni e sono passata davanti al Poldi Pezzoli, e mi sono un po’ mangiata le mani perché non potevo fermarmi lì, come sempre, ma non avevo ancora rinnovato la tessera, quindi sono andata dritta alle Gallerie d’Italia.

Lì ho trovato uno degli addetti che dava biglietti gratis a tutti.

E mi ha detto di entrare, andare al bookshop e chiedere lì se mi facevano la tessera.

Ora, questa cosa di entrare gratis alle Gallerie per me era una novità, ma chi sono io per non accettare un biglietto gratis per entrare in uno dei posti più belli di Milano?

Avevo già visto la mostra Arte come rivelazione, che vi consiglio se vi piace l’arte contemporanea, quindi sono andata dritta al bookshop e ho chiesto.

La gentilissima addetta del museo mi ha reso noto che potevo tranquillamente fare la tessera, me l’avrebbe fatta lei, ma avrei dovuto attendere 10 minuti perché stanno riallestendo e sono un po’ incasinati, quindi entro dieci minuti sarebbe tornata alla biglietteria.

Quindi ne ho approfittato per usare il bagno (eheheh) e rivedere prima il guardino di Alessandro (sì, esattamente quell’Alessandro. Dovete sapere che dalle Gallerie si accede al giardino di casa Manzoni. La foto è sotto) e  la collezione di arte dell’800. Che ormai credo di conoscere a memoria.

Infatti sono andata velocemente fino all’ultima sala dove una statua di Vincenzo Vela è esposta con uno degli allestimenti più inquietanti che abbia mai visto.

Questa statua ti guarda. O meglio. A me pare che mi guardi. Mi fa anche un po’ paura e quando mi allontano devo controllare che non mi stia seguendo.

Beh, dopo sono uscita a riveder le stelle contemporanee e mi sono sentita chiamare alle spalle. Era la gentilissima addetta alla biglietteria, che mi ha procurato un coccolone, ma mi ha vista e mi ha raggiunta per poter andare a fare la mia tessera.

Mentre attendevamo che il sistema si decidesse a rispondere alla richiesta, le ho fatto un terzo grado per capire come mai le Gallerie fossero gratuite. Se fosse temporaneo, se fosse successo qualcosa, cose così.

E ho scoperto, per la gioia dei milanesi che non vanno in vacanza in quanto squattrinati, che le Gallerie SARANNO GRATUITE FINO AL 19 AGOSTO, termine della mostra.

Questo perché le opere esposte sono state acquisite dalla fondazione e diventeranno parte della collezione permanente.

Quindi le Gallerie d’Italia di Milano hanno deciso di fare un regalo a chi andrà a visitarle entro il 19 agosto,

Secondo me è un bel regalo e non va rifiutato.

Quindi andateci anche voi. Ne vale la pena.

Della fiducia nel futuro e di altri demoni

Sono giorni che serpeggia tra i miei amici un certo pessimismo, in parte giustificato, per il destino del Paese dopo la fiducia al nuovo governo.

E sì, non c’è da stare allegri, soprattutto all’ora del telegiornale o leggendo gli aggiornamenti su un qualunque giornale on line. Per non parlare dei profili facebook che il M5S usa per comunicare con la base.

Diciamo che capisco da cosa sia generato questo pessimismo, ma per quanto mi riguarda ho deciso il 5 marzo scorso che non ho intenzione di farmi togliere i pochi brandelli di speranza che mi sono rimasti verso la sopravvivenza della specie.

Strano ma vero, non riesco a essere travolta da questa ondata di pessimismo cosmico che mi circonda. So che i tempi sono complicati, che ci sarà da incazzarsi molto spesso, che probabilmente non saranno sufficienti i post sul blog o le iniziative virtuali. Ma sono cose che per quanto mi riguarda erano necessarie anche prima. Probabilmente essere precari e continuare a essere comunque interessati a quello che succede nel mondo in cui si è costretti a vivere tempra più di quanto non abbia mai pensato.

O forse è solo che il pessimismo di cui sono naturalmente dotata non mi ha mai permesso d vedere il mondo che avevo intorno come il migliore possibile, per cui avere davvero i razzisti al governo non è una cosa che mi coglie impreparata.

C’è pure il non trascurabile fattore Milano, che mai come negli ultimi mesi sembra un avamposto rimasto immune dalle reazioni di pancia su cui hanno contato Lega e M5S per ottenere voti. Non essendo nemmeno una radical chic che vive in centro e quindi non sa cosa succede realmente nelle periferie, mi fanno molto ridere tutti quelli che sono incazzati neri perché il mondo fa schifo e nelle periferie c’è il degrado.

Ammetto che qualche volta rimango sinceramente sorpresa dall’irrazionalità dell’odio di certi commentatori, come oggi, quando ho trovato gente che mette in dubbio la morte di tre bambini affogati, una roba così complottista che pare un brutto film di fantascienza. E come succede coi brutti film, tutti se lo stanno guardando.

Però.

Dopo anni e anni di rabbia inutile mai sfogata mi sono ritagliata il mio piccolo antidoto per cercare di non darmi e non dare l’umanità per spacciata anzitempo. Stranamente vedo barlumi di speranza a chiazze, nei posti che frequento.

Anzitutto il mio lavoro con i bambini è stato una finestra su un mondo, quello dell’infanzia, che negli anni è cambiato moltissimo. Già nei primi anni 2000 ho avuto a che fare con bambini delle scuole materne, ma i tempi non erano ancora maturi per quella che si chiama multiculturalità. Anche se cominciavano a intravedersene tracce.

Invece i bambini di oggi hanno già dal nido compagni che arrivano da tutte le parti del mondo. E per loro non sono bambini stranieri. Tommaso quando chiama il suo amico Iani non pensa che è un bambino con la pelle diversa e che la sua mamma è straniera. Iani per Tommaso è Iani. La mamma di Iani non è un’extracomunitaria che potrebbe avere o non avere la cittadinanza italiana. È la mamma di Iani.

Zoe non è una bambina cinese. Zoe è Zoe.

Nicolas non è un bambino sudamericano. Nicolas è il bambino che giocava con Tommy fino allo scorso anno e che adesso è andato alle elementari, e si rivedranno probabilmente lì, anche se in due classi diverse.

Non so se sarà così per sempre e non so nemmeno se le stesse cose succedono nelle altre città dove ci sono quartieri multietnici. Mi pare che in zona Torpignattara questa cosa esista. Però nei posti dove questa cosa esiste io consiglio di fare un giro a vedere cosa succede ai figli dei vostri amici che magari di solito evitate di frequentare perché siete del team Erode. Una cosa del genere apre un mondo.

Un’altra cosa che mi sento di consigliare è di partecipare alle manifestazioni. Soprattutto quando sono belle manifestazioni e lo si sa giù dal principio. Tipo un Pride.

Sì, lo so che sembra una scusa per parlare del MilanoPride, ma è un dato di fatto che sia a Roma sia a Milano quest’anno c’è stata una partecipazione non rilevata gli anni precedenti. Questo probabilmente è dovuto a una sorta di compattezza che si è venuta a creare intorno al movimento LGBTQ dal dibattito per le unioni civili in poi. Ma il motivo non ha importanza. La cosa importante è che la gente che prima guardava la notizia del Pride in televisione la sera o ne leggeva dagli stati dei suoi amici su facebook ora comincia a uscire di casa per andarci, al Pride.

A Milano negli anni si è passati da una curiosità un po’ sospettosa da parte degli abitanti delle strade che percorriamo ogni anno, sempre le stesse, a una partecipazione da lontano e alla risposta positiva agli inviti della folla a scambiarsi un bacio davanti a migliaia di testimoni. E non è successo una volta sola o con coppie giovani. Erano soprattutto anziani, quelli che rispondevano all’invito.

Poi i giovani. Quest’anno a Milano era pieno di ragazzi e ragazze che ballavano, cantavano, ahimé cantavano anche Cremonini MA NON HA IMPORTANZA. Erano lì, a cantare gli Abba, Raffaella Carrà, Giuni Russo, i Ricchi e Poveri, Maledetta primavera, insomma, tutto il repertorio più trash che si possa immaginare a una festa trash.

Sono cose che fanno bene, che ti fanno sperare bene per quello che succederà tra qualche anno quando tu sarai in pensione e toccherà a loro tirare avanti la baracca.

Ecco, c’è un’altra cosa che faccio, per evitare di farmi prendere dallo sconforto. Mai come di questi tempi vado a cercare cose belle, o cose importanti, in giro per le città dove mi trovo.

Per non farsi travolgere c’è bisogno di ricordarsi che gli esseri umani sanno fare cose migliori di quelle che sentiamo al telegiornale o leggiamo su facebook.

Ci sono opere d’arte, sparse ovunque, e ci sono testimonianze di piccole azioni che hanno avuto conseguenze enormi. Sono tutte opere dell’uomo.

Quelle brutte, certo. Ma anche quelle belle.

Infine una cosa importante sarebbe cercare di essere gentili almeno una volta al giorno con uno sconosciuto. Niente di eclatante. Salutare un commesso, ringraziare qualcuno che tiene una porta aperta, tenere noi una porta aperta, cedere un posto su un autobus, cose così.

Lo so che i miei 23 lettori sono scettici, ma a me capita di essere gentile con uno sconosciuto almeno una volta al giorno. Non sempre ringraziano, non è una cosa da aspettarsi, Ma a volte lo fanno, e la sorpresa è enorme.

Ora, se proprio non avete amiche da accompagnare a prendere i figli alle scuole materne (vi sconsiglio di andarci da soli perché potrebbero prendervi per maniaci) o se il prossimo pride è troppo lontano, andate a cercare qualcosa di bello, o di importante, e provate a essere gentili almeno una volta al giorno con uno sconosciuto.

Non è necessario che prima gli chiediate se ha votato per Salvini. La gentilezza gratuita non guarda in faccia nessuno. Soprattutto se lo chiedeste la voglia di essere gentili potrebbe essere rimpiazzata da un cartone sul muso dello sconosciuto.

Oddio, se anche quello può farvi sentire meglio, chi sono io per impedirvelo?

Però mi raccomando, valutate bene la stazza dello sconosciuto perché potreste uscirne male e più depressi di prima.

(vi regalo il mio momento preferito al Pride di ieri: la sciura che sventola la bandiera dell’Italia al ritmo di YMCA)

Uso privato di Ufficio Reclami

Con tutto questo casino del nuovo governo e delle uscite a cazzo dei nostri rappresentanti ho tralasciato le buone maniere.

Rimedio ora.

Cari ventitré lettori, non ci sentiamo da un po’. Voi come state? Avete fatto un sacco di belle cose in questi mesi? Se sì sono contenta. Se no, venite che vi offro un caffè e ne parliamo.

Io ho passato un po’ di tempo a capire se dovevo grattarmi l’orologio o caricarmi il culo. C’erano un po’ di questioni lasciate da parte per troppo tempo e ho cominciato a lavorarci sopra.

Ho una brava analista che mi aiuta in questa cosa, quindi state pure tranquilli, non dovrete pensarci voi.

Però mi sono accorta che dopo un pario di anni di assestamento dovevo prendere le distanze dalla mia vita a Roma e cominciare a pensare ‘ehi, hai 43 anni, che volemo fa’?”

Ecco, diciamo che questa cosa di prendere le distanze sto ancora lavorando un po’. Però sul ‘che volemo fa’?’ mi sto impegnando.

Il punto è che mentre io andavo in crisi ci andava pure il mio posto di lavoro di sicurezza, che probabilmente a fine anno chiuderà e non ci potrò più contare. Diciamo anche che pure se potessi contarci è un lavoro troppo instabile perché possa basarci il resto dei miei anni.

Quindi in questi mesi sono stata un po’ in un limbo in cui non avevo molte prospettive di futuro. Ero anche ferma a tre anni fa quando  appena tornata a Milano ho mandato curriculum e fatto colloqui senza che ci fossero risultati concreti.

Ora. Quando sei disoccupata o precaria ti ripetono che bisogna continuare a cercare lavoro, che bisogna insistere. Che bisogna darsi da fare. Il problema come al solito è che quando passano i mesi e non sai perché i colloqui che fai non sono andati bene ti scoraggi e ti ancori a quello che hai. Pure se quello che hai non basta. L’uomo è un animale estremamente adattabile. Se c’è una situazione pessima ma che è l’unica situazione in cui può stare, riesce a sopravviverci. Con molte difficoltà psichiche, questo sì. Però le mette da parte perché quello che conta è la sopravvivenza.

I fattori esterni spesso non aiutano. Anzi. Diciamo che adatttarsi è un’arma a doppio taglio. Se ti permette da un lato di non cercare soluzioni drastiche, dall’altro ti convince che in fondo quello che sai fare non ha molta utilità. Quindi smetti di farlo, perché non ha uno scopo.

Succede che ti annulli, un po’.

In effetti mi stavo un po’ annullando. Un giorno ero dalla mia analista che le dicevo ‘mi sembra di sapere un sacco di cose che non servono a nessuno Cosa me ne faccio?’

Ecco, a questa domanda specifica non ho ancora risposto, Però in questi mesi ho preso una pausa dal mio volontariato con il Touring, perché c’è stato un momento in cui ho temuto di ammazzare qualcuno durante il mio turno. Ho cominciato a concentrarmi molto su quelle che sono le cose da sistemare nella mia vita. Ho fatto un po’ pace con il rimpianto di non avere avuto figli, ma anche questa è una cosa su cui sto lavorando. D’altra parte sono sempre in mezzo a bambini, non è mica facile.

E quando ho cominciato a pensare seriamente di mandare curricula in giro c’è stata un’amica che mi ha chiesto di inviarle il mio, per un lavoro che forse sarei stata in grado di fare e forse no, ma era qualcosa di completamente diverso da quello che avevo fatto finora,

È stato bello. C’era qualcuno che voleva il mio CV, di nuovo, e che mi ha fatto fare un colloquio per un posto interessante.

Ecco, un’altra cosa che ti succede quando sei disoccupato da tanto tempo e hai fatto un sacco di lavori ma in prevalenza sul tuo CV risulta ‘operatrice call center’ è che se tu chiama qualcuno lo fa solo in virtù della tua esperienza nel call center. Non interessa a nessuno sapere che hai fatto un sacco di cose, che sei in grado di impararne altre, che da sola ti gestisci un blog, che ti incaponisci a cercare il modo di risolvere un problema che ti si presenta davanti e a volte trovi pure la soluzione da sola, e tutte quelle cose che nei cv non si leggono in modo chiaro ma che a leggerli meglio dovrebbero dare l’idea ci cosa una persona è stata in grado di fare nella vita. Voglio dire, cambiare tanti lavori e avere una serie di interessi che mettono il cervello in funzione non è una cosa da poco o da sottovalutare.

Quindi io sono stata contenta di fare quel colloquio. Perché era quello che mi ci voleva in quel preciso momento.

Ovviamente non l’ho superato. Almeno, non credo di essere stata la persona adatta, Ma dopo quel colloquio mi è tornata la voglia di mandare curricula.

Anche alle agenzie di somministrazione. E appena ne ho mandato uno mi hanno chiamata. Per un lavoro in call center, ovvio. Ma stavolta per un lavoro che ho pensato ‘ecco, questo mi interessa. Chiedono anche l’inglese e ho molta voglia di usare quello che ho studiato per anni’.

Ecco, per questo lavoro mi hanno invece chiamata. E ieri ho cominciato la formazione.

Quindi ritorno a fare assistenza clienti, appena firmerò il nuovo contratto.

Confesso che mi sono sorpresa quando mi hanno confermato l’esito positivo del colloquio, perché non me lo aspettavo. Ma dopo cinque giorni posso dire che sono soddisfatta. Erano anni che non superavo un colloquio, soprattutto per un lavoro cercato da me a Milano. È stata una boccata di aria fresca.

Vi farò sapere se sono contenta o meno, per ora posso dire che è un lavoro in una parte di Milano che non ho mai esplorato prima. Anzi, è proprio al confine. La sede è a Corsico.

Chissà, magari ripristino la rubrica Vita da call center,

Per ora è tutto.

Buona domenica.

 

#youhatewedonate o di quando le persone civili non hanno bisogno di suggerimenti

Allora ieri il nostro Vicepresidente del Consiglio, o meglio uno dei nostri due Vicepresidenti del Consiglio (vabbé, l’altro ormai si è avocato qualunque ministero, gioca in un altro campionato) ci ha reso noto che il buon Toninelli sta indagando su una nave di una ONG e su una nave che batte bandiera olandese perché non risulta all’Olanda di avere la nave Lifeline nella sua flotta.

A parte che se è una ONG mi pare pure logico che non sia nella flotta olandese, a parte poi che io me lo vedo Toninelli con la lente di ingrandimento e il cappello da scherlock che va in giro come Johnny Bassotto (chiedo scusa a Bruno Lauzi, Johnny Bassotto era un gran segugio in confronto ma credo renda l’idea della seiretà della cosa).

Ho letto un sacco  di post indignati con Di Maio e poi mi sono imbattuta in Silvia.

Silvia le mani se le sporca sul posto, sono anni che va direttamente nei paesi dove c’è bisogno e racconta cosa succede. Sono anche anni che dall’Italia ogni tanto chiede aiuti per la gente che da quei paesi arriva.

Silvia invece di indignarsi ha fatto la cosa più utile. Ha cercato un modo per donare a Lifeline e lo ha trovato. La potenza dell’internet, signora mia.

E dalla Lifeline è arrivato un ribgraziamento:

Allora, siccome è meglio ricevere ringraziamenti, pure in tedesco o olandese che sia, invece di farvi il fegato grosso a inveire contro Di Maio, Toninelli, e chi vi pare andate su questa pagina e fate una donazione.