Caro Facebook, oggi scrivo io un reclamo inutile.

È una settimana che ho il profilo facebook bloccato.

Resterà bloccato fino al 5 maggio.

Dice ‘e che hai fatto? Hai bestemmiato contro Zuckerberg?’

Niente di tutto questo. Ma ho una storia di blocchi per bullismo, quello sì.

Sì, ho scritto per bullismo. Succede che mi capita di incontrare persone che scrivono cose contro gay, donne o immigrati, cose così offensive, che mi parte il ‘sei una testa di cazzo’ facile.

Però io non li segnalo, loro. Anche perché facebook così attento alla sua policy ogni volta che segnali commenti di razzisti, misogini, omofobi e fasci ti risponde che il commento non viola la sua policy.

Nemmeno se segnali gente che minaccia di morte o invita a impiccarsi, violano la policy. Chiedimi come lo so.

Ma quando sono io a scrivere che uno si sta dimostrando una testa di cazzo (novantanove volte su cento è uomo) quello mi segnala per bullismo.

E a facebook non interessa che sia davvero bullismo. Sospende il profilo. La prima volta per poche ore. Se capita di nuovo per 24 ore. Poi per tre giorni, per una settimana e infine arriva la purga massima. 30 giorni. Poi non so, alla prossima mi portano in piazza Campo de’ Fiori e mi danno fuoco.

Le prime volte che ti bloccano nemmeno te ne accorgi. Non ti preoccupi. Tanto sono poche ore.

Spesso non capisci nemmeno il motivo del blocco. Lo scorso anno mi è capitato di trovarmi blocchi per commenti che violavano la policy di cui non ho avuto traccia.

Cosa contesti in quelle condizioni? Non puoi.

Negli ultimi mesi, più o meno da ottobre, invece ho potuto leggere i commenti che secondo facebook violavano la policy. Sapevo esattamente a cosa erano dovuti.

Ora, cari 23 lettori, potete anche non crederci ma non prendo sempre a parolacce gli sconosciuti su facebook. Di solito preferisco il sarcasmo.

Quando li chiamo teste di cazzo è perché evidentemente lo sono.

E hanno prima offeso una quantità di minoranze con le loro parole. A volte hanno anche offeso l’antifascismo su cui si basa la nostra Costituzione e la Repubblica.

Questo però per facebook non conta. Io ho scritto una parolaccia. Cazzo è una parola che usano i bulli. O nel mio caso le bulle. Sono donna, non posso dire a un uomo che è una testa di cazzo, nemmeno se ha appena scritto che le femministe sono paragonabili a Hitler (è successo con il mio penultimo blocco, durato una settimana. Ora, tra chiamare una Hitler e chiamare uno testa di cazzo credo che nessuno abbia dubbi su quale sia l’offesa peggiore. Solo che io non ho bisogno di chiamare la mamma se mi chiami Hitler. Ti rispondo. I maschi alpha no. Loro sono vigliacchi e hanno bisogno della mamma. Quindi vai di segnalazione per bullismo. Bravi. Che coraggio da leoni).

Quindi io mi sono trovata una serie di blocchi per bullismo per aver usato la parola cazzo in commenti rivolti a delle teste di cazzo.

Anche se la volta migliore è stata l’ultima, quando non ho offeso nessuno ma ho usato una espressione romanesca piuttosto colorita per fare un esempio.

Ditemi se è un commento da segnalare per intimidazione o bullismo.

Dovrebbero censurare più o meno tutta la zona che va da Roma in giù. Con delle incursioni su Bergamo, Brescia e tutto il Veneto.

Però niente, qualcuno ha deciso che andava segnalato il commento e mi hanno bloccato per bullismo.

Si può contestare? Si può.

Ma per contestare una decisione di facebook quasi quasi ci vuole un’udienza della Corte Suprema.

Per la contestazione ti mandano questo messaggio in cui si entra in un link dove compili pagine su pagine spiegando le tue motivazioni ma ti avvertono che loro decidono quali decisioni rivedere a campione e comunque hanno 90 giorni di tempo per elaborare.

Insomma puoi farlo ma non serve a un cazzo (BULLA!)

Io comunque ho fatto quello che diceva il link.

Ho scritto e spiegato tutto, e a un certo punto mi è uscita tutta la policy di facebook in materia di bullismo.

E sapete cosa ho scoperto? Che nessuno dei miei commenti eliminati in precedenza era bullismo.

Lo sapevo, eh. Ma era scritto nero su bianco.

Bloccare il mio profilo non appena qualcuno si è sentito offeso per una parolaccia significa che l’algoritmo riconosce una parolaccia come linguaggio da bullo, senza preoccuparsi del contesto in cui viene utilizzata.

Non credo di aver bisogno di spiegare quanto è pericoloso questo tipo di controllo per la libertà di espressione.

Tra l’altro avrei delle considera da fare pure sulla questione dell’hate speech che nasce come un intento legittimo ma arriva a estremi che portano a censurare pure ciò che non è di fatto un atto di odio o bullismo, e questa cosa andrebbe un po’ rivista.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che facebook non ha un controllo dei contenuti reale. Abbiamo tutti potuto constatare che non conta il senso del commento per facebook. Non c’è più un controllo umano. C’è il solo governo dell’algoritmo. E l’algoritmo non pensa. Riconosce solo parole che non sono appropriate e pure il precedente numero di blocchi.

Io mi trovo il profilo bloccato per un mese per questa situazione:

Visto così sembra il profilo di uno che va in giro a menare i compagni delle medie.

Invece sono tutti blocchi che ho preso per aver chiamato delle teste di cazzo autentiche perché fasciste, razziste z omofobe e misogine con il loro nome.

Avrei potuto contestare già la prima volta? Col senno di poi avrei dovuto, screenshottando qualsiasi cosa.

Ma un po’ non pensi valga la pena contestare un blocco di poche ore, nemmeno di tre giorni. E molto la procedura fa passare la voglia soprattutto per le sue tempistiche e la sua casualità.

Diciamo che sono stata presa per sfinimento. E che dovrò imparare a usare facebook molto meno per interagire con i miei contatti e molto più per le cose che mi servono. Di fatto, le mie pagine. I discorsi sul femminismo. La condivisione delle mie recensioni.

Ora, perché uso i reclami inutili per parlare di un reclamo vero?

Perché da qualche tempo sulla pagina facebook mi arrivano reclami di persone (a volte sgradevoli, per carità) che si lamentano di blocchi per usi non appropriati del loro profilo.

E perché qualche amicə si è trovatə nella mia stessa situazione, anche se con meno frequenza.

Posto qui gli ultimi reclami ricevuti, degli ultimi due giorni:

Ne ho altri, su questa falsariga. Non posto il bifolco che si lamentava di non poter insultare i musulmani perché c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, ma qui stanno diventando una legione. E insomma forse c’è un problema, nella gestione delle segnalazioni.

Fatemi sapere se è successo anche a voi perché ho un contatto che sta scrivendo un post sulla questione e sarebbe utile un confronto.

Torno a fare altre cose mentre finisce la purga.

State bene.

Del cat calling e di altri demoni, di nuovo.

Le discussioni sul cat calling si sono allargate, nella mia bolla è un po’ il trending topic.

Di solito mi esprimo su facebook, ma la piattaforma ha deciso che devo restare bloccata per un mese, e parlerò anche di questo prima o poi.

Ma sto lasciando riflessioni altrove e vorrei tenerne traccia. Quindi copincollo un post che ho scritto ieri sempre in merito al cat calling e più in generale alla questione ‘ti lamenti perché ti fischiano uomini brutti. Fosse un figo ti piacerebbe’.

“Ho raccontato altrove un episodio che mi è occorso ormai più di 15 anni fa, ma mi è tornato in mente e adesso lo lascio qui.
Mi è tornato in mente perché una delle cose che ho letto in questi giorni di cat calling e via dicendo è stata ‘vorrei vedere se vi fischiasse uno bello, altro che molestia’.
Dunque.
Anni fa frequentavo un corso della Regione. Dovevamo imparare a fare i tecnici di videomoda (era al maschile perché il linguaggio inclusivo non era ancora sdoganato abbastanza per noi aspiranti lavoratrici dello spettacolo ma eravamo tutte femmine o quasi).
Durante questo corso abbiamo improvvisato anche piccoli cotrometraggi tra noi, avevamo l’attrezzatura, io ero sceneggiatrice e soprattutto avevo già fatto anche altre cose in piccoli corti tra amici. Tipo la segretaria di edizione.
La segretaria di edizione fa un lavoro che potrebbe essere considerato quasi da OCD. Oltre a tenere conto di tutte le scene buone e meno buone e del minutaggio, deve accorgerai di qualsiasi incongruenza che si può rischiare nel passaggio da un ciack all’altro. È una roba che si chiama continuità.
Io in questo ero bravina.
Allora. Un giorno una compagna dell’altro corso (C’eravamo noi tecnici e c’erano quelli che imparavano a gestire la produzione), un’attrice con un fratello che lavora già per una grande azienda televisiva di cui non farò il nome ma essendo noi a Milano si può capire quale fosse, decide di girare il suo cortometraggio e di farci fare un’esperienza con due professioni. Un direttore della fotografia e il di lei fratello che faceva mi pare l’assistente di produzione.
Alcuni di noi collaborano. Io mi ritaglio il ruolo di segretaria di edizione.
Come segretaria di edizione ho a che fare con l’assistente di produzione. Un bel ragazzo.
Ma io sono lì per lavorare, e sono conciata come una specie di factotum. Tuta. Maglietta larghissima. Felpa. Tutta roba che nella mia testa è comoda. Inconsciamente anche a prova di malintenzionato perché erano anni in cui vivevo ancora nella convinzione che meno mi fossi vestita in modo appariscente più sarei stata ignorata da gente che aveva intenzioni diverse da un normale ‘facciamo questo lavoro e poi ci salutiamo cordialmente’.
Bene. Sul set siamo tutti in religioso silenzio perché il nostro direttore della fotografia ci ha minacciati di andarsene se sente volare una mosca. Quindi io lavoro in silenzio.
Finché a un certo punto si presenta l’incongruenza che dà un senso al mio lavoro.
C’è un ciack in cui la nostra attrice recita delle battute in presa diretta.
Ne facciamo un secondo. L’idea è di avere due audio buoni, così in caso di necessità in montaggio avremo un’alternativa.
Senonché durante il secondo ciack entrano delle campane di una chiesa nell’audio.
Tutti sono convinti di aver finito, nessuno si è accorto delle campane, tranne me.
Nonostante il divieto di proferire parola, parlo e dico l’unica cosa che può zittire il direttore della fotografia. “Dobbiamo ripetere la scena”.
Insomma per qualche secondo sono quella che si è accorta che c’è un problema e che lo segnala in tempo per risolverlo.
Lasciamo stare lo stupore del direttore della fotografia.
L’assistente di produzione mi fa i complimenti.
Io ai complimenti non sono abituata, ringrazio e mi preparo a prendere nota del nuovo ciack.
E nel silenzio, mentre stiamo girando, dietro le mie spalle si avvicina l’assistente di produzione che mi bacia sul collo.
Io resto impietrita perché stiamo lavorando, non è il contesto, soprattutto non posso nemmeno parlare perché siamo tutti in silenzio.
Per qualche attimo mi chiedo anche se non ho avuto un’allucinazione.
Non è un’allucinazione perché prima di andare via l’assistente mi chiede se mi serve un passaggio. E io per fortuna sono venuta con una delle compagne.
A cui racconto cosa è successo sulla strada di casa.
Il commento è ‘che porco’.
Qualche giorno dopo a lezione l’attrice sorella dell’assistente mi fa sapere che suo fratello è rimasto colpito, lasciando intendere che mi rivedrebbe volentieri.
Io faccio finta di niente perché mi sento sporca di uno sporco che non so nemmeno come descrivere.
Poi questa cosa è finita dove doveva finire, in un cantuccio della mente.
Ma perché racconto una cosa di tanti anni fa?
Perché non è vero che facciamo le schizzinose solo quando a trattarci come pezzi di carne sono uomini considerabili brutti all’unanimità.
Questo, di uomo, era carino e consapevole del suo potere.
E a me questa cosa ha fatto così schifo che non ho mai più voluto saperne di lui.”

Potete fare tutte le domande che volete nei commenti.

Dopo anni so perfettamente quello che è successo allora e i motivi delle mie reazioni e non reazioni. E sono come sempre parte di esperienze condivise. Non c’è niente di nuovo. A voler ascoltare quello che raccontano le donne ormai da anni.

Di catcalling e di altri demoni.

Dopo le mirabili uscite di un pezzo da 90 dal nome programmatico Er Faina nella mia bolla è arrivata da parte dei maschi etero cis la presa di coscienza che un fenomeno chiamato catcalling (all’inglese, sì, perché è lì che gli hanno dato una definizione, quindi statece senza scomodare Mario Draghi o la Crusca) consistente nel fare apprezzamento quando non fischi a donne sconosciute per la strada non si è estinto quando erano giovani i loro nonni ma continua a imperversare, e guarda un po’, per la maggior parte delle donne non è un piacere di quelli che si attendono da una vita ma una vera e propria molestia.

Sì, ho scritto molestia sapendo il significato di molestia. Perché uno sconosciuto che cerca di attirare la tua attenzione per strada mentre stai pensando a tutt’altro, come dice la mia amica Carolina mentre magari sei immersa in pensieri tristi e faticosi, non è uno che ti sta facendo una gentilezza come dovrebbe essere un comportamento ma è uno che ti sta importunando. Non ti importuna al punto di diventare violento, ma sta invadendo la tua sfera senza essere stato invitato. E quindi è molesto.

Questa cosa ci succede da quando cominciamo a girare da sole e sappiamo che può capitarci, ci preparano fin da bambine a essere oggetto di attenzione indesiderate. Lo dobbiamo tenere in conto e abbiamo spesso avuto tutta una schiera di conoscenti che ci hanno spiegato che è normale. Anche se a noi dà fastidio. È sempre successo, e qualcuna è pure pronta a giurare che sia un complimento.

Pensa un po’, non solo non è un complimento ma non è neppure un dovere accettare di buon grado il catcalling. Quindi osiamo dirlo a voce alta. Stiamo chiamando finalmente qualcosa con il loro nome e stiamo dicendo che ci dà fastidio.

Inevitabilmente ci sono schiere di uomini (dovrebbe essere inutile specificarlo, ma tocca: non tutti. Io non ne ho nella mia bolla) che hanno sempre considerato il richiamo delle donne per strada come una lusinga, di cosa non si sa, e che stanno cascando dal pero.

E pure tra quelli che non hanno l’abitudine di fischiare alle donne per strada perché è maleducato ce ne sono alcuni a cui sembra inspiegabile che ci sentiamo molestate, perché in fondo cosa ci sarà mai successo.

Ieri ho scritto un post su facebook dopo aver bloccato un paio di minimizzatori professionali, e non ero così lucida su una questione importante da tanto tempo.

Ho deciso di salvare anche qui sul blog la mia lucidità momentanea. Perché in futuro mi sarà utile. E credo possa esserlo anche per altre persone.

Oggi ho bloccato parecchi imbecilli. Uno aveva appena finito di scrivere che quando parliamo della questione del catcalling con chi ci dice che stiamo esagerando e tutte le varie sfumature siamo così arrabbiate che non riusciamo a capire cosa ci sta spiegando il minimizzatore di turno.
Ora.
Sì. Siamo arrabbiate. Perché non esiste che arrivi sempre un uomo che si permette di spiegarci come dobbiamo sentirci quando stiamo spiegando che per noi il catcalling è una molestia. Non esiste per un motivo molto semplice. Nessun uomo ha passato tutta la vita a subire catcalling o a mettere in conto la possibilità che potesse succedere all’improvviso, senza essere preannunciato (comunque sempre in momenti in cui siamo sole o in compagnia di altre donne, perchè quando siamo in compagnia di uomini questa cosa non succede, pare che la presenza di un maschio marchi il territorio). Quindi nessun uomo ha il benché minimo diritto di venirci a dire come dobbiamo sentirci quando li subiamo o che un fischio in fondo non è una molestia. No, neppure se tutte le donne che conosce, e che non corrisponderanno mai alla totalità delle donne sulla Terra (siamo poco meno della metà della popolazione, vedete un po’ voi), hanno detto davanti a lui che comunque non lo trovano una molestia.
Non è una cosa che possono stabilire al posto nostro. E nemmeno la possono stabilire perché la maggior parte delle donne con cui hanno parlato non la considerano molestia.
Tanto più che in genere loro stessi premettono di non fare catcalling, non è educato. Però loro possono non considerarlo educato. Noi se lo subiamo non dobbiamo prendercela.
Strano che ci arrabbiamo.
Oh, a proposito della nostra cosiddetta rabbia.
Io leggo uomini davvero arrabbiati con le donne. Li riconosci perché le chiamano zoccole, troie, puttane, e le accusano delle peggiori nefandezze a danno degli uomini.
Augurano lo stupro. Anche ripetutamente.
O la morte.
Ecco, io davvero quando leggo tra i miei contatti persone che ci accusano di essere arrabbiate leggo i nostri commenti.
Sapete cosa succede la maggior parte delle volte? Che siamo veementi. Che diciamo all’interlocutore di non dire cazzate. Magari gli diciamo che è un cretino, ma lo facciamo anche quando consideriamo cretina una donna. Succede, eh. Non è che noi donne non pensiamo mai di avere davanti una persona cretina solo perché porta le ovaie.
Usiamo insulti trasversali.
E non auguriamo mai la morte. O lo stupro.
Perché abbiamo davvero un’idea chiara di cosa significa la possibilità dello stupro. Anche quando non l’abbiamo subìto (una donna su tre viene stuprata, tra l’altro, fate un po’ il conto) lo abbiamo messo in conto almeno una volta nella vita. Magari quella sera che stavamo tornando a casa al buio passando per una strada non particolarmente frequentata. Magari perché l’uomo che camminava da solo sull’altro marciapiede sembrava seguirci (e nove volte su dieci in realtà girava l’angolo opposto).
Magari perché quello che ci aveva appena fatto il cosiddetto complimento non richiesto mentre eravamo sole per strada poteva non volersi fermare lì. E noi aumentavamo il passo per la paura, in qualche caso perché dopo avere risposto male ci aspettavamo qualche ritorsione.
Noi siamo arrabbiate ma non ci sogneremmo mai di augurare morte o stupro a un uomo per mano di una donna. Perché sappiamo perfettamente che potrebbe succedere.
La nostra rabbia, soprattutto nel virtuale, si limita a toni veementi e qualche parolaccia. Cose che gli uomini usano senza che ci siano sconvolgimenti o terremoti più o meno da quando cominciano ad andare a scuola.
Il momento in cui a noi femmine comincia a essere evidente che non possiamo proprio comportarci come i nostri coetanei maschi perché ce lo ripetono in tutti i modi colpevolizzandoci. Se siamo veementi o sboccate non corrispondiamo alle donne che i nostri interlocutori pretendono di trovarsi davanti e a cui vogliono insegnare qualcosa che loro non sanno minimamente. Ossia cosa significa subire una molestia da parte di un uomo.
Quindi sì, siamo arrabbiate. E pure nella nostra rabbia non siamo mai così stronze e carogne come riescono a essere uomini arrabbiati con le donne.
Magari ogni tanto pensateci, quando vi stiamo rispondendo per le rime.
Pensate che non ci siamo mai sognate di volervi morti o stuprati.
E non rompeteci più i coglioni perché siamo arrabbiate. Perché a noi va comunque molto peggio anche a parole.

Il post su facebook è qui.

Le mirabili cazzate der Faina di trovano su Instagram ma potete cercarle da soli. Google è vostro amico e io non gli voglio mandare gente.

Ah, è già marzo?

Scusate, cari 23 lettori. Il mese di febbraio mi è passato davanti senza che me ne rendessi conto.

Non sono rimasta in silenzio, però. Sapete che sono logorroica, da qualche parte ho continuato a parlare. A postare. A farmi pure bloccare su facebook (sì, ogni tanto chiamo omofobi degli omofobi e inspiegabilmente si offendono e mi segnalano per bullismo. A me che sono sempre così gentile, pacata e nemmeno un filo polemica. Che screanzati), a leggere e recensire e soprattutto a pubblicare puntate del romanzo nuovo su Patreon.

Già che c’ero ho trovato il tempo per farmi contattare dal Centro per l’Impiego di Milano per una cosa utile quanto un costume da bagno a -10 gradi, ma dice che i disoccupati percettori di NASPI devono farla e quindi mi è toccata.

E ho trovato un lavoro, o perlomeno, per il momento ho avuto esito positivo a un colloquio per un lavoro futuro e a metà marzo entrerò pure io nella schiera dei lavoratori che si collegano da casa in video. La formazione sarà da remoto e io mi sento un po’ sollevata all’idea di non dovermi ancora preoccupare per un po’ di tempo di come mi vestirò per uscire di casa (sì, va bene, dalla vita in su dovrò essere presentabile ma è un dettaglio, vogliamo parlare della possibilità di stare dalla vita in giù con i pantaloni della tuta? Non dico del pigiama perché i miei pigiami, pure molto belli, sono di Harry Potter o Batman o Silvestro, e insomma magari anche meno) e un po’ frastornata perché in video mi faccio sempre un po’ schifo e continuo a pensare ‘e se mi addormento durante una spiegazione fondamentale?’. Insomma, queste cose che succedono più o meno quando si comincia la scuola. Ah, no, è vero, io non vado più a scuola da anni.

Comunque mi sembra sempre di non fare niente, di sprecare tempo, e invece nei pochi giorni di zona gialla (abbiamo ancora le zone, per la nostra gioia. Adesso siamo tornati arancioni) sono riuscita a visitare due musei. Ho anche trovato una delle nuove pietre d’inciampo milanesi. Un’altra di quelle previste invece non era presente all’appello. Se per caso passando da via Villoresi al numero 20 trovate una pietra d’inciampo, fatemi un fischio che corro.

Insomma questo marzo promette bene.

E voi come state? Tutto a posto? Siete ancora sani, fisicamente e mentalmente? Fatemi sapere se state bene.

Io da parte mia vi faccio un regalo. Festeggio la quinta settimana di pubblicazione del romanzo nuovo, Se mi lasci fa male, mettendo a disposizione di tutti il prologo.

Lo trovate qui.

Gli altri capitoli sono sempre disponibili in abbonamento. Però il prologo è sempre meglio di un dito in un occhio.

O no?

(se avete problemi di visualizzazione, state tranquilli che c’è il file PDF scaricabile)

Un avanzo di zona gialla milanese

Cos’è questa cosa che hai fatto su Patreon?

Allora, io non so se i miei 23 lettori che in questo periodo di algoritmo ballerino su facebook sanno cosa sia Patreon.

Quindi lo spiego brevemente per come l’ho capito io.

C’è questa piattaforma dedicata agli artisti, vabbè, diciamo a quelli che fanno delle cose.

Vai lì, ti crei un profilo, dici cosa fai nella vita. Per dire io scrivo, e faccio quello. La mia amica Tostoini disegna. La mia amica Chiara crea cose con la carta. Il mio amico Ciccio scrive pure lui e decide di scrivere la sua autobiografia.

Bene. Ci apriamo un profilo su patreon e lo usiamo come vetrina.

Lo riempiamo di contenuti. E li rendiamo disponibili a chi ha voglia di sostenerci. Il sostegno è economico. Basta anche un euro al mese. Ci si abbona.

Io questa cosa di Patreon l’ho scoperta un po’ per Chiara, un po’ perché poi volevo il calendario dell’avvento di Tostoini e allora ho aperto il mio account e un po’ perché ho visto Ciccio fare la stessa cosa che avevo pensato di fare io: pubblicare qualcosa a puntate.

Siccome ci metto sempre un po’, prima di decidere, ho rimuginato e rimuginato. E ho pensato che per il mio nuovo romanzo, quello che sto scrivendo, mi ci voleva un nuovo progetto. Perché con l’editoria ho dato, posso sempre riprovare. Ma volevo stare su internet, dove alla fine mi muovo bene, e non avere il problema della promozione dal vivo e delle presentazioni, che in questo momento sono impossibili.

E mi serviva uno stimolo perché il mio romanzo, che mi piace, ha bisogno che io mi prenda a calci per portarlo a termine.

E cosa c’è di meglio dell’ansia da prestazione che ti mettono addosso i tuoi lettori per darti i calci in culo che ti servono?

Così ho deciso che il mio nuovo romanzo, Se mi lasci fa male, sarebbe diventato un romanzo a puntate.

Come i romanzi d’appendice del 1800.

E quindi da domani si comincia. Pubblicherò il primo capitolo, che poi è il prologo, su Patreon.

Ogni lunedì un capitolo nuovo.

Sarà disponibile per chi si abbona, ma chi non ha ancora deciso se abbonarsi o ha dei problemi con la carta di credito o PayPal potrà leggere tutte le considerazioni intorno al romanzo e alla scrittura che d’ora in poi sposterò su Patreon. Così qui mi dedico ai reclami.

Vi lascio il link al post in cui presento i personaggi e la sinossi.

Magari vi piace.

Oh, se non avete ancora capito cosa succede, non preoccupatevi perchè siete in buona compagnia. Anche io imparerò cosa succede da domani in poi.

Però ho già due sostenitori e sono sempre meglio che un dito in un occhio.

Chi, cosa, quando, dove e perché.

Ci vediamo domani su Patreon.

Giornata della Memoria

Mi sono svegliata e ho sbirciato facebook come tutte le mattine.

Come ogni 27 gennaio ho trovato almeno un contatto che non sopporta l’istituzione di una Giornata della Memoria per tutta una serie di motivi all’apparenza nobili:

Ci ricordiamo della Shoah solo una volta l’anno;

Non sono stati sterminati solo gli ebrei;

Perché deve essere una responsabilità della scuola e delle amministrazioni organizzare iniziative.

Ora. Posso essere d’accordo con le motivazioni ma mi sembrano i soliti alibi da menefreghistə.

Non ho mai visto chi parla dell’ipocrisia di ricordare solo un giorno all’anno occuparsi della Shoah in altri momenti.

Non ho mai visto qualcuno che ‘eh ma non c’erano solo gli ebrei’ ricordare chi altro è passato per lo sterminio (c’erano oppositori politici, zingari, malati di mente, persone ai margini, omosessuali).

Non si capisce in un’epoca in cui quasi tutti i sopravvissuti ai campi di sterminio stanno per morire di vecchiaia a chi spetta il compito di raccontare ai ragazzi privi di testimonianze dirette che per noi della generazione X erano scontate) cosa sia accaduto in quegli anni.

Non tutti i ragazzi hanno famiglie in grado di fare un ragionamento, coerente o incoerente che sia, sulla Shoah, spesso non per colpa loro. Non tutte le famiglie hanno imparato a scuola gli avvenimenti storici dell’Europa del 900 perché vivere in una società multietnica significa pure questo: persone che non hanno studiato una storia eurocentrica nel loro Paese.

Allora per queste generazioni nuove chi dovrebbe essere il collante con la memoria passata se non la scuola o le istituzioni?

Perché non basta affidarsi alla visione di film o alla lettura di libri che parlano di campi di concentramento. È una cosa talmente grossa e difficile da digerire che persino nei primi anni dopo la guerra ci fu un tentativo di rimozione. Come si pensa che possano digerirla da sole le nuove generazioni? Deve esserci qualcuno che sa spiegarla in modo comprensibile.

Quindi io che non ho bisogno davvero di una Giornata della Memoria, perché me lo ricordo tutti i santi giorni quando giro per strada e cerco pietre d’inciampo, o libri di storia, o racconti sulla Shoah, ogni anno non mi permetto di pensare che la Giornata della Memoria sia ipocrita. Non lava nessuna coscienza a parte quelle di chi si ricorda davvero una volta l’anno della Shoah e per parlare male dell’istituzione di una giornata che riguarda una memoria collettiva.

Si ricomincia

Sono mesi che penso al 2020 e a quello che c’è stato di buono nonostante annaspassimo tutti nella merda, chi con la testa fuori, chi sommerso completamente, chi con un materassino gonfiabile su cui ha galleggiato per tutto il tempo (oh, a volte succede).

Una volta scansata la merda ho messo in fila le cose buone.

Erano anni che non vedevo così tante cose buone superare quelle cattive.

Ci sono state perdite, vero. Non sono scomparse le incertezze per il futuro (siamo sempre lì, non so ancora come pagherò l’affitto di febbraio, ma ci stiamo lavorando), sì sono aggiuntr preoccupazioni e mi sono mancate persone che vedevo ogni giorno, primi tra tutti i miei due bambini che quest’anno sono sicuramente cresciuti, ma non li ho visti quasi per nulla.

Però mi sono sentita sola per pochissimo tempo. E quando è successo ho trovato sempre qualcuno con cui parlare, a cui raccontare, a cui spiegare cose. Magari in chat, o per telefono. A volte, molto meno, di persona.

Dice la mia amica Bat che ha visto città vuote e non per questo meno belle. Io ho visto poche città, ma mi è capitato di riprendere un traghetto dopo anni che non ne prendevo, ho viaggiato per ragioni di lavoro, una cosa che non avrei mai pensato di fare in vita mia, proprio nell’anno in cui pensavo di spostarmi meno.

Ho conosciuto persone nuove non virtualmente ma físicamente nell’anno in cui in teoria non avrei potuto conoscere nessuno. Sono tutte gran belle persone, quindi mi è un po’ andata di culo.

Ho conosciuto altri bambini, ho scoperto che posso fare addormentare una bimba cantando Stalingrado (e non ho paura di rifarlo, quindi statevi accorti), e mi è pure tornata la voglia di cantare a voce alta. Anche questo non ho paora di rifare, quindi sono cazzi vostri.

Mi sono innamorata quando avevo deciso che ormai ero troppo vecchia per queste cose.

Ho rivisto il Cenacolo dopo anni e anni di attesa.

Ho visto i musei che ho potuto rivedere prima che li chiudessero, e sono la cosa che mi manca di più.

Ho visto il mio romanzo diventare un libro impaginato, con la sua copertina.

Ho ricevuto belle recensioni e bei commenti, anche da persone da cui non me li sarei mai aspettati. Persino da sconosciuti. Che è la cosa migliore, quando piaci a qualcuno che non ti conosce.

Ho ricominciato a leggere libri nuovi invece di rileggere quelli rassicuranti che ormai conosco a memoria. Erano soprattutto libri scritti da femmine.

Mi è tornata la voglia di parlare dei libri che ho letto e ho ricominciato a scrivere recensioni.

E quando mi sono davvero sentita in ansia perchè passare mesi senza un lavoro è un problema serio ho avuto degli amici che hanno pensato di darmi una mano.

Questa è la cosa più sconvolgente in realtà. Scoprire che quando chiedi aiuto c’è qualcuno disposto a dartelo. Il punto è chiederlo.

E come se non bastasse, verso gli ultimi mesi dell’anno ho scoperto che qualcuno ha scoperto il documentario su Miracolo a Milano che avevamo girato anni fa a scuola, e vorrebbe farlo proiettare.

A conti fatti, nonostante il 2020 ci sia messo proprio d’impegno con me non è riuscito nel suo intento.

Poteva andarmj meglio? Certo. Ma poteva andarmi decisamente molto peggio. E così non è stato.

Adesso è ora di cominciare a pensare al futuro. Questa sarà la cosa più complicata perché non riesco ad avere un orizzonte che supera i 30 giorni.

Ma ho il tempo per provarci.

Se volete provarci con me siete i benvenuti.