Un mondo Possibile* (1)

(1) il post è stato scritto prima che Pippo Civati comunicasse la sua candidatura. Vale ancora di più visto che è candidato.

Qualche giorno fa ho stalkerato Pippo Civati su Instagram per dimostrare il mio disappunto davanti alla sua non candidatura (decisa da altri) nell’aria.

Davanti al mio disappunto di elettrice, Pippo ha risposto che il mio voto come il suo conta poco. È un discorso che sento fare spesso, soprattutto a sinistra e spesso con disprezzo, come se in fondo i voti fossero sacrificabili tranquillamente, sai, ne abbiamo tanti e del tuo non ce ne facciamo niente.

Pippo (sì, lo chiamo Pippo, gli compro un sacco di libri, sono iscritta a Possibile, gli faccio anche pubbliche dichiarazioni senza speranza su Instagram, non si può?) non lo diceva con disprezzo, era più rammarico, il suo.

E forse,essendo lui quello che nella vita ha fatto politica attiva, ha ragione. Forse da soli non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo essere in tanti per portare in parlamento gente nuova che abbia voglia di cambiare le cose.


Io non credo che le prossime elezioni possano dare grandi sorprese, penso anzi che ci sarà uno spostamento a destra.

Penso anche che grazie alla schifezza perpetrata con la diminuzione dei parlamentari il Parlamento rappresenterà poche realtà e saranno quelle più privilegiate, a destra o a sinistra non importa.

Ci saranno sempre più fasce di popolazione tenute ai margini con le loro istanze perché nessuno si sta realmente occupando di loro. E questo succede da decenni.

Sono poveri, nuovi poveri e giovani con un buon livello di istruzione e scarsa possibilità di realizzazione provocata dalle condizioni socio economiche di una larghissima parte del territorio. Sono le donne giovani o anche meno giovani ma che dicono cose di sinistra che lo stesso PD sta praticamente relegando in secondo piano.
Sono i figli degli immigrati che sono nati e cresciuti qui. Sono i disabili. Sono le persone non binarie.

Questo parlamento non sarà una sorpresa non solo a destra ma pure a sinistra, perché le sue logiche rispondono sempre e comunque a quelle della classe dominante fatta di ricchi o benestanti cresciuti sotto l’ombrello comodo della cultura patriarcale che ti garantisce privilegi se le aderisci o se protesti flebilmente, in quel modo che fa l’effetto del prurito di una zanzara ma alla fine non scalfisce per nulla tutta l’armatura che ci portiamo dietro da secoli.

Allora in questo parlamento che non cambierà nulla nei fatti dobbiamo almeno mandare persone che possono costruire un brandello di rappresentanza delle nostre istanze nel tempo, che possono diventare più fastidiose delle zanzare, che facciano dei buchi che non sono rammendabili in nessun modo nell’armatura.
Dobbiamo mandare persone con idee nuove. Noi che siamo in grado di entrare in cabina elettorale a votare.

Qui si sta parlando tanto di antifascismo, in campagna elettorale.

Ecco, io non credo ci sia un modo più antifascista per neutralizzare quello che ci aspetta del dimostrare che le elezioni sono un momento in cui ricostruiamo la democrazia, l’opposto del fascismo, riappropriandoci della scelta di costruire invece di distruggere.

Da soli contiamo poco. Dobbiamo essere tanti per forza. E non dobbiamo per forza turarci il naso per scegliere il meno peggio perché la sinistra esiste. Le servono tante x su un pezzo di carta.

*come i soliti più arguti possono avere già intuito, alle prossime politiche farò in modo di votare chi arriva da Possibile nella lista di Sinistra Italiana e Verdi. È vero, sono di parte. Sono tesserata. Ma sono tesserata per la prima volta nella mia vita e sono tesserata perché prima d’ora non c’era stato nessuno con un programma che arriva da lontano così simile a me e alla mia visione del mondo.

Se vi interessa qui c’è il programma. Se non vi interessa c’è lo stesso il programma.

(la tessera nella foto è la mia prima. Dovrebbe arrivare la nuova a casa, la aspetto)

Quando siete innamorati, fateci caso

Che una dice l’amore, l’amore, poi ti passa davanti e manco te ne accorgi.

E invece era lì a una manciata di minuti di macchina ed era facile, così facile che è da un pezzo che ti si è stampato addosso e nemmeno ne eri accorta.

Non è mica fatto di cose grandi, l’amore. Lo diceva pure Vecchioni.

L’amore si batte per te con un esercito di idraulici, condomini,dentisti, rompipalle e bottegai. O ti fa battere da sola perché tu vuoi farlo da sola e poi viene a raccattarti. Che è pure meglio.

L’amore è quello che invece di riportarti al 15 ti riporta a casa e ti dà il tempo di calmarti, perché quando prendi fuoco prendi e scappi sbattendo le porte e poi quando ti calmi le riapri e togli la polvere per fare uno spazio decente.

L’amore ti lascia addormentare sul suo divano perché sa che hai bisogno di dormire. E non ti sveglia.

L’amore ti fa la pasta coi broccoli. Ti prepara il pranzo la domenica e ne fa un po’ di più perché il lunedì puoi portarlo al lavoro. Ti fa mangiare la tua prima coda alla vaccinara e la salsiccia cruda e ti fa mangiare i fichi. E tu avevi giurato di non mangiare mai nessuno dei tre.

L’amore ti insegna a cucinare quando è tutta la vita che ti convinci che di cucinare non te ne frega un cazzo. E invece.

L’amore è quello che mette la cipolla ovunque ma siccome non la digerisci la evita oppure mette lo scalogno. Che non va bene per tutto ma pazienza.

L’amore ti fa ingrassare e non te ne frega niente di essere due taglie in più di prima.

L’amore viene a casa tua quando hai un attacco di panico e non dice niente fino a quando non passa. Poi ti sgrida il giorno dopo perché ti viene il panico per le stronzate e sarà il caso di farci qualcosa.

L’amore parla con i tuoi peluche quando ci stai parlando anche tu. Sì, lo so. Non fate domande.

L’amore il giorno del tuo compleanno ti porta in un campo di tulipani e non solo ti regala i fiori ma te li coglie uno a uno. Con tutto il bulbo perché coi tulipani si fa così.

L’amore aspetta mesi e quando tu pensi che non ci sia più e ti stai mettendo l’anima in pace perché siete amici e basta ti dice che non ha mai pensato di cercarsi un’altra.

L’amore è sempre stato lì anche quando pensavi che non c’era.

A 15 minuti di auto da casa tua.

Non se ne vanno mai.

Sono passati tre anni da quel 17 novembre.

Me lo ricordo come uno dei momenti più terrificanti della mia vita.

Era iniziato come tutti i giorni di novembre, pioveva, sono andata al lavoro in quel posto che stava in culo ai lupi in Bovisa, che per arrivare in orario ci mettevo un’ora e mezzo baciandomi i gomiti quando Trenord partiva da Cadorna senza tenerci in ostaggio sul treno.

Avevo fatto pausa come tutti i giorni, in una stanza dove non c’era nessuno, e nei call center non è semplice trovare stanze dove non c’è nessuno.

Mi arriva una chiamata di papà. E io vado subito in ansia perché papà sa che non deve chiamarmi al lavoro la mattina. Quindi se chiama io vado in preallarme perché è successo qualcosa di sicuro. Ho i genitori anziani e può succedere da un momento all’altro.

Però non era papà e non era mamma. Era l’ultima persona che mi aspettavo, stupidamente, visto che con papà si portavano tre anni di distanza e tutti e due hanno visto la guerra.

Era morto zio. Lo zio. Quello a cui scrivevo lettere da adolescente. Quello che da bambini cercava di farci dipingere regalandoci cose per dipingere, appunto. Quello con cui litigavo davanti ai quadri. Quello che mi ha ripetuto sempre, costantemente, di scrivere. Se stavo scrivendo. Quello a cui non vedevo l’ora di regalare il mio romanzo l’anno dopo.

Quello che veniva tutti i giorni a farmi le iniezioni mentre ero a Roma da sola con la broncopolmonite.

Io di quel giorno mi ricordo che sono diventata catatonico, mi sono chiusa in bagno e quando è arrivata una delle mie team leader a cercarmi e mi ha chiesto se andasse tutto bene le ho risposto ‘è morto mio zio’ e le sono scoppiata a piangere addosso.

Poi sono andata a casa e ho deciso che non volevo più ricevere una notizia così in un posto del genere. Perché non possono dirti che tuo zio, la parte migliore della tua famiglia, quella che nonostante tutto amava la vita e ne era curiosa, è morto e tu non sei nemmeno in un posto decente dove ricevere la notizia.

Da lì è cominciato un periodo che sembra un’eternità e invece erano pochi mesi, circa un anno, che chiamano lutto.

C’erano giorni in cui pensavo che non avrei mai smesso di piangere.

Poi ho smesso, perché non può piovere per sempre.

Però zio non se ne è mai andato davvero. È come se fosse sempre qui. Un po’ come i nonni, che sembra che ci siano ancora anche se non ci sono più da anni.

Zio è così presente che a volte mentre faccio il caffè me lo ricordo nella sua cucina, a Pietralata, con la luce che entrava dalla porta finestra che dava sul giardino dove coltivava anche il basilico di quelli che chiamava i suoi possedimenti, quello con cui faceva il pesto.

E mentre faccio il caffè comincio a piangere da sola nella mia cucina pensando al caffè di zio e a quella casa che sembrava una casa museo con i suoi quadri, un po’ come tutte le case dei fratelli Dea, perché tutti siamo stati invasi dai quadri di Giancarlo.

E mi ricordo che io a casa mia non ho nessuno dei suoi quadri e mannaggia devo andare a prendermi almeno i miei, così me lo ricordo anche guardando le pareti di casa mia, che non se ne è mai andato.

Vita di periferia e limitrofi

(questo è un post in cui si parla di Milano in termini non esattamente entusiasti. Questo farà felici gli odiatori compulsivi di Milano e farà incazzare gli imbruttiti, che faranno due fatiche. Non mi frega una beneamata fava degli uni e degli altri . Milano ha tanti pregi altrimenti da mo’ sarei tornata sotto l’ombra del Colosseo, evidentemente non sono masochista, ma i problemi esistono. Questo è solo un primo esempio. E non è nemmeno l’esempio meno edificante, anche se nel suo piccolo si difende discretamente. Quindi se vi piace pensare che a Milano vada tutto benissimo potete smettere di leggere subito)

Allora ieri sera tornavo a casa col 15, un po’ come sempre a luglio perché a luglio quando finiscono le scuole pare che finisce il mondo se sei poco poco fuori Milano o nelle zone dove la metro non arriva. Insomma a luglio mi riducono la 230.

Sta cosa che non esistono più le chiusure estive delle aziende ma per i trasporti pubblici il mondo è rimasto al 1970 prima o poi andrà risolta. O in estate chiudete tutto oppure ci vogliono i servizi tutto l’anno, non solo quando ci sono i figli a scuola, perché il mondo non finisce alla chiusura delle scuole. Soprattutto quello di chi non si può permettere una casa in città.

Comunque ieri sera ero sul 15, e il 15 si ferma. Ma che strano. Non si ferma mai (sarcasmo).

Sì ferma perché davanti c’è un altro 15, esattamente fuori dalla fermata di Gratosoglio. Giusto giusto per interrompere il servizio non di uno ma di due collegamenti. Perché era nella posizione perfetta per impedire al 3 di uscire dal capolinea, rimettersi sui binari per arrivare a Milano e ricominciare a tornare indietro.

Era così perfetta che hanno cominciato a mettersi in coda tutti i 3 e tutti i 15 che arrivavano da Milano. Non ho mai visto così tanti tram fermi nello stesso punto, forse giusto al deposito di Via Messina.

Il blocco è durato una ventina di minuti, forse qualcosa di più. Dici ‘e che sarà mai, ricordati il traffico de’ Roma ‘.

Allora io non ho problemi di memoria storica e pure meno storica e quando i milanesi rompono il cazzo* per cinque minuti di ritardo li esporterei sul 409 o sul 451, o anche sulla metro B, giusto per ridimensionare Il concetto di ritardo e disagio.

Ma il problema del 15 appena esce da Milano, o meglio, dalla confort zone dove esiste una metropolitana, non è una lamentela inutile e fine a sé stessa e nemmeno da milanese imbruttito.

Quando si blocca un tram su quella tratta si interrompe la libera circolazione di una quantità di persone che di quella tratta hanno bisogno e che non hanno alternative per poter tornare a casa o andare al lavoro.

Non esistono mezzi alternativi. Non esiste più car sharing oltre Milano. Non so se esiste in quella direzione ma verso Rozzano non c’è. Non esiste più il servizio di bike sharing. Non ci sono mezzi alternativi. Se sei alla fermata successiva puoi prendere e andare a piedi ma dopo l’enorme agglomerato di palazzi che coincide con il capolinea di Gratosoglio prima di incontrare altre abitazioni ci metti almeno un quarto d’ora.

E io non so se la notizia sia arrivata, ma siamo a luglio ed è un luglio in cui alle sette di sera ci sono ancora 30 gradi. È già improponibile per chi sta bene fisicamente. Quei tram però sono spesso popolati da famiglie con anche tre o quattro figli, da persone di una certa età, pure da persone in sovrappeso che con quel caldo non è il caso che comincino a camminare per una strada dove l’ombra non arriva mai.

A meno che l’idea non sia cominciare a eliminare fisicamente i meno abbienti, certo. (ecco, se l’idea è questa ha una discreta possibiltà di successo, perché inspiegabilmente chi vive in questo disagio costante ancora non ha menato nessuno, quindi potrebbe fare pure una cosa insensata come cercare di arrivare a destinazione rischiando un colpo di calore. D’altronde conta il risultato finale, costi quel che costi devi raggiungere l’obbiettivo. Pure da morto).

Il blocco, dicevo, è durato circa una ventina di minuti ma ha avuto ripercussioni sugli spostamenti per un’altra oretta. Soprattutto ha causato ritardi al lavoro Sì, ci sono persone che iniziano a lavorare quando noi stiamo tornando a casa. E a volte è il loro secondo lavoro, quello che permette di arrivare al prossimo stipendio senza miagolare nel buio. E che non permette di mantenere un’auto, ma al mondo che è attento all’ecologia nemmeno piacerebbe, che si comprasse un’auto, perché non sarebbe ecologica, sarebbe un’auto usata che va ommioddio con un carburante inquinante. Ma non potrebbe permettersj il carburante di questi tempi e torniamo lì, si muoverebbe comunque sul mezzi.

È un enorme loop in cui un ceto medio basso di cui non frega niente a nessuno perché è stato espulso di fatto dalla città intorno a cui gravita ogni giorno ma non può viverci perché gli affitti sono proibitivi, continua ad arrancare nell’indifferenza generalizzata degli enti che dovrebbero preoccuparsene.

Vi ricordo che sono state istituite le città metropolitane abolendo le province e che nessuno di noi ha ancora capito a che caspita servano le città metropolitane (nessun membro del consiglio della Città Metropolitana di Milano è stato maltrattato nel commento precedente. È solo un dato di fatto).

Il mio resoconto è finito. Se sembro vagamente polemica è intenzionale. Arriva il momento in cui mi rompo il cazzo e non solo smetto di farmela a piedi per arrivare a casa sotto il sole ma comincio a cercare i componenti per fabbricare un kalashnikov.

E non ho ancora raccontato la storia della signora con cui abbiamo conversato di simpatiche abitudini dei datori di lavoro mentre attendevamo il ripristino della circolazione di un quadrante di Milano Sud.

Ma è un’altra storia di disagio e andrà raccontata un’altra volta.

*sì, signor Cazzullo, lo so, ho detto cazzo, ma non esiste nessun altro modo degno per definire la capacità dei milanesi di lamentarsi costantemente per un disagio infinitesimale, mi creda. Rompono proprio il cazzo. Poi anni di Tuscolana non passano senza lasciare il segno, quindi abbia pazienza. E se non ce l’ha la porto a fare un giro sulla Tuscolana in mezzo alla sua fauna così vede cosa succede a starci tutti i giorni costantemente

Cose molto personali.

È una giornata un po’ così. Sono successe un sacco di cose nel mondo, persino una crisi di governo con dimissioni rifiutate.

Eppure.

Oggi ho saputo che c’è una bambina in più sulla Terra.

Sai quando ti svegli, apri whatsapp, e improvvisamente trovi la foto di una bambina appena nata?

Quelle cose che ti lasciano senza parole pure se sai che deve succedere.

Ecco, oggi è successa questa cosa.

E io prima di scrivere cose come auguri, congratulazioni, quello che dici quando succedono queste cose, ho cominciato a piangere.

In realtà avevo già cominciato stanotte prima di saperlo, quindi ho continuato, in un certo senso.

Sono un po’ di giorni che la mia testa ogni tanto va in tilt, e quando vado in tilt rimetto un po’ a posto i pezzi.

Quando rimetto i pezzi a posto c’è sempre quello che manca e manca da una vita.

C’è quella cosa che mi manda sempre un po’ in bestia quando a qualcuno viene in mente di chiedere se ho figli.

Non li ho. Non è stata una scelta. È successo che non è mai stato il momento per farli, perché ero sola o perché l’uomo che amavo in quel momento non li voleva.

Dicono ‘puoi fare un figlio anche da sola ‘. Certo. Peccato che per me i figli si crescono almeno in due. Per me ci vorrebbe un villaggio, per crescere un figlio, persino due sono troppo pochi ma sono il minimo indispensabile.

Ma pure se credessi a questa roba, che i figli si possono anche fare e soprattutto crescere da sole, sono precaria da una vita.

Ora capisco che per secoli c’è stata gente che ha fregato il mondo con la storia della provvidenza. Manzoni con la provvidenza ci ha scritto un romanzo. Per dire.

Ma la provvidenza per tirare su un figlio non basta. Magari in due si riesce a guadagnare abbastanza, e torniamo al punto di prima. Da sola dove dovevo andare?

Quindi non ho fatto figli pure se li volevo. Non li ho fatti quando era il momento e la cosa in realtà va bene così, il più delle volte. Ho i nipoti acquisiti. Ho le amiche che mi odiano perché o loro figli mi si addormentano in braccio, e io mica lo sapevo che ho pure questo superpotere, prima di arrivare a 40 anni.

Il più delle volte va bene così e siamo tutti contenti.

Poi arriva una bambina nuova sulla Terra.

E io ho quel cinque minuti di ‘li avrei voluti ‘. E c’è quella roba che non va né giù né su.

Poi passa, eh, perché non c’è niente di meglio dei bambini che vengono al mondo nella mia personale scala di cose che valgono la pena anche da vedere da spettatori.

Quella roba alla fine va giù.

Fino alla prossima volta.

Di mondi diversi e di altri demoni

La mia amica Lilith è una che ogni volta che dice cose mi fa pensare seriamente.

Di solito parla di scuola perché la conosce e conosce la scuola di cui nessuno parla mai perché quelli che parlano di scuola sono sempre quelli che possono mandare i figli al liceo.

Lei parla delle scuole che nessuno vuole mai sentire nominare e che conoscono solo quelli che le frequentano.

E in quelle scuole c’è il mondo fuori dalle nostre meraviglioso bolle che sono sempre e comunque dalla parte giusta.


Sono le scuole dove vanno i figli di quelli che non sappiamo neppure che esistono e se lo sappiamo lì vogliamo evitare come la peste perché non saranno mai alla nostra altezza.

Sono quelli che non hanno una pallida idea che le scuole italiane siano garanzia di pari opportunità per tutti perché le pari opportunità nemmeno sanno cosa siano.

Quelli erano i miei compagni delle elementari, i miei vicini di casa, i bambini e adolescenti più disagiati che incontravo all’oratorio e che facevano paura persino ai preti, a certi perlomeno, perché il cristianesimo è un po’ come la democrazia, è facile pensare che siamo tutti uguali o che bisogna amare tutti, ma provaci con uno che è diverso da te, che ha idee diverse o che semplicemente è stronzo perché intorno gli hanno sempre insegnato cose stronze e ha imparato solo quelle.

Adesso sono quelli che prendono il 15, che si spostano sui tram periferici che non prende mai nessuno se poco poco può evitarli, ma loro non li possono evitare.

Sono quelli che spesso hanno figli che finiscono in quelle scuole che non interessano a nessuno.

Sono quelli che da quella storia che i diritti valgono per tutti vengono sistematicamente presi per il culo.

A me Lilith ogni volta che racconta della sua scuola fa venire in mente che potevo esserci pure io, in mezzo a quelli, e sarebbero stati solo cazzi miei.

E mi ricorda pure che avere vissuto in molti mondi è una ricchezza, pure se a me sembra una roba che non mi rende né carne né pesce.

O come direbbe Balto, vedi le grandi citazioni cinematografiche del sabato pomeriggio, né cane né lupo.

Ma alla fine mi sa che ha ragione lei, e che il mondo visto per intero invece che a pezzi che non si congiungono mai è quello che vale la pena.

Pure quando sembra persino troppo per raccontarlo.

Ciao, Milano Pride. Ti aspettavo da tre anni e sei tornato

Mi hai cambiato il giorno e per fortuna ho guardato l’ora di partenza per tempo altrimenti due sabati fa arrivavo a Centrale, mi guardavo intorno e dicevo ‘dove sono tutt*?’

Mi hai cambiato il percorso, è più largo, e più lungo, e hai fatto bene.

Sei partito alle tre del pomeriggio con il ritrovo alle due sotto il peggior caldo del millennio e mi hai regalato un attacco di panico, ma sono arrivata alla fine, è una piccola vittoria. Soprattutto ero nel posto migliore per avere un attacco di panico perché al Pride non ti lascia lì per terra nessuno.

Mi hai permesso di rivedere Stefano Andreoli, erano 10 anni che non ci vedevamo e ci incrociavamo solo on line. Son cose.

Mi hai permesso come sempre di essere scema e cantare canzoni trash mentre facevo qualcosa di terribilmente serio, perché pure se stai cantando le canzoni di Raffaella il Pride è un momento politico. Questo non me lo scordo mai.

Sei sempre più pieno di ragazzi, ed è bellissimo che i ragazzi siano li con noi vecchi a ricordarci che il mondo cambia e le consapevolezze pure. Forse i loro figli faranno Pride in memoria del Pride, ma non è ancora quel momento. Per ora c’è bisogno del Pride e non della sua memoria. Per ora ci sono diritti da consolidare e allargare.

Sei stato il primo Pride senza Roberto. Ma era lì lo stesso.

Sei stato devastante comunque, perché 4 ore sotto il sole sono difficili e pure la folla all’Arco della Pace non ha scherzato. Il prossimo anno prenota la pioggia.

Sei stato bello come sempre e sei ancora più bello oggi che tutti quelli che al Pride non ci vengono sono a casa a rosicare perché siamo sempre di più, sempre bellissimi e sempre più ostinati.

Sei stato come sempre pieno di amici che non ho incrociato, ma che erano lì perché la mia famiglia allargata quando bisogna fare la cosa giusta è sempre al posto giusto.

Ciao, Milano Pride. Ci vediamo il prossimo anno. Magari prenota un po’ di ombra e una decina di gradi in meno. Oppure trova uno sponsor che oltre ai preservativi distribuisce magnesio e potassio.

Le cose che non vorresti mai scrivere e invece succedono

I miei 23 lettori sanno che ho degli amici immaginari. Parecchi amici immaginari. Siamo una mandria. Siamo anche un po’ smandrappati, come si conviene ai gruppi eterogenei di gente che si incontra su un social e per anni interagisce tutti i giorni, arrivando anche ad avere un suo linguaggio comprensibile solo alla mandria di smandrappati nelle sue sfumature.

È un po’ il lessico famigliare di cui parlava Natalia Ginzburg, e non è un’espressione tanto peregrina perché quella banda di smandrappati alla fine è diventata una famiglia di gente che a volte conosci anche di persona e ci fai le vacanze, a volte l’occasione di vederla di persona non c’è, pure se vive nella tua stessa città, ma la leggi tutti i giorni, più o meno.

I giorni su internet hanno una capacità incredibile di sembrare tantissimi e tutti vicini, il tempo rimpicciolisce, quello che è successo tre anni fa su internet è come se fosse successo ieri. E le persone che non leggi magari da un mese ti sembra di averle lette solo poche ore fa quando eri insonne e per passare il tempo hai aperto il PC o lo smartphone.

Quindi succede, anche troppo spesso, che quelle persone della tua famiglia virtuale che non hai mai conosciuto ma con cui parli di cose più o meno serie, a un certo punto se ne vadano. Sul serio, non come quando annunci che te ne vai da facebook e invece resti lì, che sembri il dittatore di Rodari che dice che dopo di lui verrà la fine del mondo e invece dopo di lui viene solo un altro paragafo.

No, loro se ne vanno proprio dalla vita e ti sembra che sia una cosa improvvisa, pure se avevano un tumore e tu, porco giuda, lo sapevi benissimo, perché li leggevi tutti i giorni, ma era proprio l’altro ieri che ti stavano commentando una cazzata, o è stato un mese fa e non te ne sei resa conto?

Ecco, questa cosa è successa proprio ieri, è successo che uno dei membri virtuali della famiglia immaginaria che mi porto dietro da almeno 12 anni, giorno più giorno meno, se ne è andato dalla vita.

E come tutte le volte che succede questa cosa, che ormai succede da quando avevo 16 anni e ho scoperto per la prima volta cosa significa, quando se ne va dalla vita qualcuno che non hai ereditato dai tuoi genitori, ho riscoperto che perdiamo sempre un sacco di tempo a non occuparci delle persone quando ci sono, soprattutto quando hanno cose in comune con noi.

Perché Wolly scriveva, l’ho trovato sui gruppi di scrittori aspiranti pubblicatori che dovrebbero pensarci almeno 100 volte prima di aprire un file word, dovrebbero pensarci 100 volte e dovrebbero prima leggere almeno 100 libri, perché quando non lo fanno si vede, si vede perfettamente.

E Wolly di quello che fanno gli scrittori aspiranti pubblicatori pensava più o meno le stesse cose che penso io, che poi sono le stesse cose che arrivi a pensare quando a una certa età hai visto come funziona l’editoria: che per pubblicare un libro serve davvero un sacco di lavoro e soprattutto un sacco nero dell’indifferenziata per metterci dentro il tuo ego.

Oddio, questo lo penso io, non so se lo pensasse pure lui perché mi sono accorta che non gliel’ho mai chiesto.

Sarebbe stato bello chiederlo quando era qui e poteva rispondere. Certo, bisognava ricordarsi quel piccolo particolare: non abbiamo tutto il tempo del mondo perché il tempo a un certo punto finisce e ti lascia lì come una stronza con un sacco di domande che non avranno più una risposta.

Che poi me lo ripeto sempre, che le cose vanno dette quando c’è tempo. E me ne scordo sempre.

Quindi stamattina alle tre ero in piedi a scrivere un post che si regge sulle stampelle.

E siccome il sonno non è più tornato ho fatto l’unica cosa che valeva la pena fare.

Ho aperto il romanzo. Quello nuovo. Quello con la protagonista che è un calcio nei coglioni come lo sono io, ma con l’attenuante dell’adolescenza.

Ho scritto il capitolo che non usciva da mesi. Lo dovrò rivedere per tre giorni ma i capitoli finché non sono fuori non li puoi correggere. Non li puoi limare. Finché non li scrivi sono solo una tua enorme sega mentale che ti sembra bellissima e invece magari fa schifo.

Ma finché non sono fuori non lo puoi sapere perché non hai superato il livello.

Stanotte ho sbloccato il livello e mi sembra il modo migliore per salutare Paolo Wolly Valenti.

Anche se non lo leggerà mai perché non c’è stato il tempo.

(sì, ci sono un sacco di parolacce. D’altronde sono un calcio nei coglioni senza l’attenuante dell’adolescenza e ho passato un pomeriggio a tirare su col naso in ufficio. Potete farvi scivolare un po’ di linguaggio da piccola scaricatrice di porto senza tirare fuori il piccolo Aldo Cazzullo che c’è in voi. E in ogni caso mi sono anche contenuta)

Tecniche di sopravvivenza umana

Da due mesi è diventato difficile esprimere opinioni senza ritrovarsi impelagat* in discussioni un po’ ai confini con la realtà (non è una citazione dalla famosa serie televisiva di fantascienza, è quello che sta succedendo, letteralmente) con persone che ci tengono, dal loro divano, a spiegare quanto è etica una guerra che non stanno combattendo personalmente ma che sentono solo raccontare dai media.

Il famoso fare la guerra col culo degli altri. In particolare ucraini e russi.

Perché io non so cosa ne pensano i miei piccoli 23 lettori ormai diventati 25, ma una cosa è Putin, che per me doveva essere eliminato già nel 2006 da qualche servizio segreto deviato e invece no, e un’altra è il popolo russo, che sarà di sicuro come tutti i popoli del mondo che si ritrovano a subire le conseguenze di una guerra decisa dall’alto: non gliene frega un cazzo della guerra ma deve per forza combatterla, e magari deve pure portarsi a casa la pelle intera, quindi come te la porti a casa la pelle intera? Devi fare la guerra meglio che puoi cercando di rimanere vivo, e come fai a rimanere vivo in guerra? Ammazzi quello che ti punta il fucile contro prima che lui ammazzi te. A me questa cosa così l’hanno insegnata mentre mi spiegavano che la guerra fa cagare, non come il generale di De Gregori che diceva che la guerra è bella anche se fa male, perché per come la vedo io pure se sto sul divano la guerra fa proprio cagare, fa cagare a vederla, figurati a farla, figurati se sei quello che diventa il nemico pubblico numero uno perché hai un capo di merda che vuole farti fare la guerra per forza.

Ecco, io di guerra non so molto perché non l’ho mai fatta esattamente come non lo sa chi la sta facendo col culo degli altri.

A me la guerra l’hanno raccontata e me l’hanno raccontata prima di tutto i vivi che ho conosciuto che l’avevano fatta davvero, vedi cosa si guadagna a essere stagionate negli anni 20 del nuovo millennio e ad avere i genitori abbastanza vecchi da averla avuta proprio in casa, la guerra, non i nonni, proprio i genitori. Le cose cambiano parecchio quando la mamma ti racconta che il tuo prozio, quello che hai conosciuto coi capelli bianchi, era finito prigioniero in Gemania. Cambia quando ti raccontano che il nonno, da bravo socialista di Turati, lui col cazzo che voleva farla, la guerra, pure se il fascismo ce lo aveva mandato, a combattere, e infatti dall’Africa si era portato a casa una polmonite, e quando è tornato col cazzo che è tornato a combattere da qualche parte per l’onore della patria, e se era per lui nemmeno combatteva dopo, ma c’erano dei ragni neri da buttare fuori. Cambia quando tuo padre ti dice che il 19 luglio a San Lorenzo sotto i bombardamenti non sapeva se c’era rimasto anche tuo nonno, che lui aveva 11 anni, e se lo ricorda, che il nonno era così fuori di testa che era andato a portare in rimessa i mezzi Atac, e la rimessa era a San Lorenzo, e lì ci grandinavano le bombe.

E mica me l’hanno raccontata solo loro, la guerra. Me l’ha raccontata un sacco di gente che non la stava raccontando solo a me. Me l’ha raccontata Remarque. Me l’ha raccontata Rigoni Stern. Me l’ha raccontata Guareschi.

Me l’ha raccontata gente che c’era, in guerra, e non aveva mica tanta voglia di farla, mica te la spacciava come “un onore e un dovere”.

Sì, perché ho sentito pure questa, tra le altre cose: è un onore e un dovere cobelligerare con gli ucraini. Sempre da uno che era lì sul divano di casa, che ti dico, ci fosse andato, a compiere quello che trova il suo dovere, non sarei stata d’accordo ma non gli avrei mica potuto dire niente, ma detto così, dal divano di casa, poi con quell’onore lì davanti, a me sembrava una roba da camerati.

Oh, si è offeso, quando gli ho detto che mi sembrava una cosa da camerati, perché gli ho dato del fascista, e allora siccome lui mica è fascista ha preso e ha scritto che una pacifista gli ha dato del fascista, senza nominarmi e senza nemmeno contestualizzare, una roba da vigliacchetto fascista proprio, per farsi dare ragione dai suoi amici, e niente, siccome su internet quando scrivi una minchiata in pubblico finisce che la leggono tutti, io l’ho trovata, la minchiata, e allora sì che gli ho detto che è un fascista, perché questa cosa qui è molto da fascisti che chiamano i camerati per farsi dare una mano perché loro da soli non sanno difendersi, hanno bisogno del branco, delle spedizioni punitive e dell’olio di ricino virtuale. Sai a me cosa frega dell’olio di ricino virtuale, prendo e mi ci lavo virtualmente i piedi.

E però succede questa cosa, da due mesi. Che quando sei lì che non ti spelli le mani tifando Ucraina, nemmeno fosse una partita di calcio e non una roba dove la gente muore da una parte e dall’altra, che le guerre sono così, non prendiamoci in giro, se pure a te Putin è sempre stato sul cazzo e non hai dovuto aspettare adesso per fartelo stare sul cazzo, se dici che la guerra non ti piace, mica dici che l’Ucraina ha torto, bada bene, ma che la guerra non ti piace perché in guerra tra i vincitori e i vinti la povera gente fa la fame egualmente (guarda che signore citazioni mi hanno lasciato 47 anni di insegnamenti sulla pace appresi, qui si va da Brecht a De Gregori a Rigoni Stern a Guareschi senza nemmeno passare dal via), allora diventi filoputiniana.

E allora sapete cosa è successo. Niente, mi è proprio passata la voglia non dico di parlare di quello che sta succedendo, che io non è che ne so abbastanza, so solo quello che ho studiato mentre studiavo storia della Russia, su quella parte lì, ed è stato sufficiente per farmi capire che pure se ne sapessi di più non ne saprei abbastanza perché ho passato anni a studiare la storia da un punto di vista eurocentrico, e non è che puoi capire quel posto lì con la cultura eurocentrica, te la devi togliere di dosso.

Ma a me è passata pure la voglia di ascoltare quello che mi raccontano perché qualsiasi cosa che arriva adesso è filtrata dalla propaganda. Da una parte e dall’altra. E a me servono le fonti. E non so manco il russo o l’ucraino per capirle, le fonti. Quindi ho deciso che mi siedo e aspetto.

E mentre mi siedo e aspetto ho anche deciso che la guerra me la faccio raccontare da quelli che ci sono stati sul serio. In quelle vecchie.

Così mi rileggo tutti quelli che mi hanno fatto leggere per decenni, e che mi dovevano spiegare che la guerra è brutta pure se a volte la devi fare, e che non è mica una questione di onore, che l’onore c’entra una sega. C’è che devi portarti a casa la pelle, e a volte non lo fai mica con onore. Perché nessuno che ha un po’ di testa vuole morire eroe. Degli eroi non ce ne facciamo un cazzo.

Che poi mi chiedo. Ma se doveva piacermi la guerra, per quale stracazzo di motivo per tutta la vita mi hanno fatto leggere gente che mi ha spiegato che la guerra fa schifo?

Se volevate che nella vita diventavo guerrafondaia, non dovevate mettermi tra le mani Mario Rigoni Stern.

Lo avete fatto e adesso sono anche un po’ cazzi vostri.

La mia inutile opinione sulla guerra

Cerco di non parlare mai della guerra in Ucraina perché basta che ci metti un secondo di troppo a mettere Putin nel girone degli stronzi all’inferno che finisci bollata come filoputiniana e se ti azzardi a dire che esiste una situazione internazionale da considerare e a parlare di colpe dell’Occidente precedenti se va bene sei pacifondaia. Peccato che D’Annunzio non sia vissuto in questi tempi perché avrebbe coniato lui il nome pacifondai per quelli che erano non interventisti e con ottime ragioni, tipo l’esistenza di quella roba che si chiamava Internazionale Socialista che voleva idealmente unita la classe povera e lavoratrice di tutto il mondo in una diserzione contro tutte le guerre nazionaliste, visto che a combatterle spesso e mal volentieri ci andava lei.

Ma tant’è, io ho delle opinioni, una in particolare sulla demonizzazione di qualsiasi cosa che sia russa.

Anzitutto negli anni dell’università ho provato a studiare il russo. Mi piaceva la Russia, mi affascinava la sua storia, tanto da provare a dare un esame di storia della Russia, mi piacevano gli scrittori russi, volevo fare la Transiberiana da quando a 10 anni avevo letto un articoletto su Topolino, sì, proprio quello lì, che raccontava di questo viaggio in treno che per me aveva qualcosa di mistico, e non ho smesso di cantare Stalingrado nemmeno ora che la Russia è tornata il nemico pubblico numero uno dell’Occidente come quando ero bambina e avevo il terrore di una catastrofe nucleare.

Ma soprattutto nelle Rondini Claudia si innamora di Sasha. Sasha che ha un nome che nella mia testa è sempre scritto in russo ma va italianizzato per venire incontro agli occidentali che non conoscono l’alfabeto cirillico.

E che si chiama Sasha perché il nonno è tornato dalla Russia grazie a un uomo russo di nome Sasha. Riconoscenza che si tramanda da nonno a nipote.

Ed è tutto quello che ho da dire su questa faccenda.

(no, non ho intenzione di specificare che Putin è cacca pupù perché ho ormai 25 lettori che sono abbastanza svegli da non averne bisogno. Gli altri possono tranquillamente attaccarsi al tram e pisciare, come diceva la sorella di un mio carissimo amico anni e come io da anni continuo a ripetere perché la trovo un’espressione bellissima, molto pittoresca e decisamente eloquente)