Pare che sia sempre alla GAM (ma stavolta con Aperti per Voi)

https://artintasca.wordpress.com/2019/06/16/pare-che-sia-sempre-alla-gam-ma-stavolta-con-aperti-per-voi/

Abbiate pazienza. Tra poco vi aggiorno pure sui reclami, ma ho cose più divertenti di cui parlare e lo faccio altrove.

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Sono stata occupata a fare cose mie

Tipo che da un anno mi ripromettevo di prendere in mano il romanzo (t’e’e ricordi le rondini? Ecco, proprio quello, di romanzo), scrivere la sinossi e mandarlo in un posto che si chiama Bookabook.

Io li conosco da anni. Non sono una vera casa editrice tradizionale, ma si comportano bene secondo me.

Ti selezionano, nel senso che tu gli mandi il tuo romanzo, con tanto di sinossi, quella brutta bestia della sinossi che io odio e odierò per sempre perché non sono mai stata capace di riassumere un romanzo in poche righe. Altrimenti mica scrivevo un romanzo, scrivevo una sinossi. O no?

Invece tutti vogliono la sinossi, pure quando mandavo le sceneggiature ai concorsi volevano la sinossi, e che due palle.

Comunque tu mandi il tuo romanzo con tutte le sue cose a posto, ti chiedono pure se hai già pubblicato altro, se hai social network, un sito, posti dove stai in contatto con la gente immaginaria dell’internet, insomma.

Tu scrivi questo piatto enorme di farti tuoi, controllando di non aver inserito anche il casellario giudiziario perché no, quello non gli interessa, oddio, poi magari potrebbe pure essere che hai una biografia più interessante del romanzo che mandi, ma in genere non vogliono sapere se hai ammazzato qualcuno o se stai in carcere. Vogliono sapere cose che c’entrano con la scrittura e le pubbliche relazioni.

Loro ti dicono già sul sito che hanno 21 giorni di tempo per stabilire se il tuo lavoro è un lavoro su cui vogliono investire tempo oppure no.

Se decidono di sì allora parte la questione delle pubbliche relazioni.

Perché è una casa editrice che ti fa fare crowdfunding.

Un certo numero di persone devono prenotare il tuo romanzo entro un certo periodo di tempo.

Se arrivi a quel numero di prenotazioni allora il tuo libro viene pubblicato.

Con quel che ne consegue.

Quindi ora sono in quel limbo per cui attendo i 21 giorni e mi chiedo come sarà convincere le persone a prenotare il mio romanzo.

Per una con l’autostima a vita bassa è una bella sfida.

E comunque era un anno che volevo fare questa cosa ed era un anno che procrastinavo.

Volevo chiedervi un parere ma se mi mettevo ad aspettare, lo so già, perdevo l’attimo.

Ed è già stato difficile non cedere alla tentazione di prenderlo e buttarlo nel cestino.

Quindi adesso vi tocca aspettare con me che parlerò di questa cosa.

Oh, se volete cambiare blog non mi offendo, eh. Posso diventare una scassamaroni mica da ridere.

Però se ogni tanto vi capita di chiedervi cosa ha fatto il romanzo, ecco, sta aspettando.

Pure lui le rondini, mi sa.

Del cuore spezzato e di altri demoni

L’espressione ‘avere il cuore spezzato’ mi faceva ridere.

Disponendo io di romanticismo giusto nell’unghia del mignolo sinistro, la parte che in genere taglio quando è troppo lunga, questa faccenda del cuore spezzato mi faceva pensare a scene alla Francesca Bertini che si attacca alle tende, e Francesca Bertini che si attacca alle tende disperata è una delle cose più ridicole che la mente umana abbia mai partorito.

Poi un giorno ho scoperto che pure a me può spezzarsi il cuore.

Non è niente di eclatante. Fuori non si vede. Dentro sai che qualcuno a cui hai voluto molto bene un giorno, senza un motivo esplicito, decide che le cose non possono più continuare e di punto in bianco smette di esserci. Fino al giorno prima ti ha ripetuto che eri importante. Improvvisamente non lo sei più. Fino al giorno prima tutte le sere chattava con te. Improvvisamente silenzio.

Tu sai che prima o poi sarebbe successo, sai che era una storia che non poteva continuare, sai che tipo di persona avevi davanti. Però ti trovi lo stesso con il cuore spezzato.

Ora, il cuore, quando si spezza, non è che va davvero in pezzi. Il cuore, quando si spezza, in realtà, ha dei momenti in cui semplicemente sembra non esserci più.

Non è una assenza continua. Il più delle volte sei in giro, e a questa cosa non ci pensi, quando sei in giro. Vedi gente e non ci pensi. Leggi libri e non ci pensi. Lavori e non ci pensi. Vai nei musei e non ci pensi.

Nemmeno mentre stai cucinando o lavando i piatti, ci pensi.

Ridi e scherzi con gli amici, e non solo non ci pensi tu ma non verrebbe in mente a nessuno di quelli con cui stai ridendo e scherzando, che hai il cuore spezzato.

Solo che sto cuore spezzato è lì che ti aspetta. Perché lo sa che arriverà il momento in cui sarai sola, e avrai la mente sgombra e non starai facendo nulla che ti possa distrarre. A quel punto si farà sentire.

Di solito succede di notte. Ti svegli, non riesci a riprendere sonno e pensi. E il cuore spezzato si insinua lì, mentre sei nel dormiveglia e sei stanca e vuoi solo dormire. E non ti fa più dormire, perché ti deve ricordare che è spezzato e che te lo ha spezzato qualcuno che non avrebbe mai dovuto fare una cosa del genere, a parole.

E invece lo ha fatto.

Allora, siccome non c’è nessuno che ti può vedere, fai quello che non fai mai quando sei in compagnia, o in giro a fare cose belle o anche solo cose che ti portano a pensare ad altro.

Piangi. Se hai anche la fortuna di vivere in una casa dove non ci sono altri inquilini puoi singhiozzare quanto ti pare, non se ne accorge nessuno e nessuno viene a chiederti cosa sta succedendo.

Perché un’altra cosa che succede se hai il cuore spezzato è che non hai voglia di parlarne. Magari lo hai detto a qualcuno, appena è successo, persino alla tua analista, ma non hai più tirato fuori l’argomento. Perché in fondo è una cosa che succede a tutti, non è che bisogna stare a parlarne di continuo. La gente ha i cazzi suoi a cui pensare, non puoi tirare fuori il tuo cuore spezzato. In realtà non hai nemmeno tanta voglia di sentirti dire che è meglio così perché era una storia che non poteva andare avanti, e adesso prenditi il tempo che ti serve, e prima o poi passa.

Perché lo sai anche tu che prima o poi passa. Il problema è quando. Il problema è anche che pure se è una cosa che succede a tutti tu hai comunque il cuore spezzato e te lo porti in giro tutti i santi giorni.

E adesso che sai cosa significa non ti fa ridere per un cazzo. Perché non c’entra niente Francesca Bertini. C’entra questo buco che ogni tanto ti dice ‘ehi, guarda che sono qui, non ti libererai di me facilmente’, e non sai cosa ci devi mettere in questo buco, perché la smetta di farti piangere quando gli pare, senza preavviso.

E quindi sono qui con questo cuore spezzato che quando gli pare mi ricorda che è spezzato, e a voi in effetti in quei momenti conviene essere il più lontanoo possibile. Ma tanto pure se bussaste non vi aprirei la porta perché il mio cuore spezzato riguarda solo me.

Del perché amo avere un blog e di altri demoni

Ho passato gli ultimi anni a sentire più o meno ovunque ripetere che i blog erano morti, e chi li legge più, e cose simili.

Il mio blog a questa cosa ha provato a non credere. Anche se più che la convinzione che i blog fossero morti in effetti mi frenava dallo scrivere quella sensazione di culopeso che mi stavo portando dietro da un po’, circa da quando 4 anni fa il mio computerino portatile divenuto ormai obsoleto non mi permetteva di aggiornare windows XP a cui ero affezionatissima e soprattutto da quando arrivata a Milano la mia connessione internet di casa era così debole da non arrivare in camera mia.

Quindi ho cominciato ad aggiornare il blog sempre più di rado, sempre e solo quando lo ritenevo strettamente necessario.

A volte lo è stato, eh. Non posso negarlo. Ci sono state discussioni civili in cui ho pensato che avere un blog dove poter esprimere un pensiero molto lungo e articolato fosse più utile di un profilo facebook, su cui comunque quel post poteva essere condiviso.

Però sono stati anche anni in cui l’ansia di parlare di tutto, proprio tutto quello di cui si parlava ogni giorno e che sembava importantissimo era andata scemando. Erano più le volte in cui mi dicevo ‘in fondo qualcuno lo ha già detto meglio di come lo avrei detto io’, e rinunciavo a esprimere una mia opinione a tutti i costi. Per quello facebook invece bastava.. Mi limitavo a frasi brevi e mi ripromettevo di studiare meglio qualunque cosa che mi sembrasse davvero necessaria. A volte anche il non saperne abbastanza diventa un alibi straordinario per non dire assolutamente nulla.

Poi negli ultimi 12 mesi sono successe alcune cose fondamentali.

Anzitutto ho cambiato smartphone. Direte, miei piccoli 23 lettori, ‘e cosa c’entra lo smartphone con il blog?’.

Ebbene c’entra. Perché nella sfiga di doverlo cambiare ne ho scelto uno abbastanza potente e con una memoria abbastanza capiente da permettermi di scaricare l’app di WordPress. E ho ricominciato ad aggiornare il blog, le  poche volte che lo facevo, senza più aver bisogno di usare un computer.

Questa è stata una delle prime svolte.

La seconda, non in ordine di importanza, è stata superare una depressione che mi ha portata a uno stato di apatia. Probabilmente era in agguato da anni e ha approfittato di un momento di fragilità e insicurezza particolare scaturito dalla campagna di #quellavoltache a cui ho partecipato, a quella sì, attivamente leggendo decine e decine di testimonianze di violenze e molestie mai raccontate prima da altrettante donne. Ho dovuto rielaborare cose che pensavo di avere superato e questo deve avere dato il colpo di grazia alle mie sicurezze già minate da un ritorno a Milano non proprio facile.

Superata anche la fase acuta con l’aiuto di una brava psicologa e soprattutto di una terapia farmacologica adeguata, ho ricominciato a fare cose che mi piacevano, come uscire di casa allo scopo di vedere posti belli e fotografarli. Negli ultimi anni ho passato il tempo a scattare foto a qualunque cosa mi colpisse la fantasia. Per alcuni mesi questa cosa si è rivelata molto complicata. E un giorno, non so come e non so nemmeno perché, ho ricominciato anche a scattare foto alla qualunque.

A settembre dello scorso anno poi ho fatto qualcosa che sempre a  causa del culopeso rimandavo da tempo. Sono andata a trovare il mio oculista. Lì ho scoperto che il mio non riuscire a leggere libri non dipendeva solo dal non averne voglia. Mi si era proprio abbassata la vista da vicino.

Ho dovuto rassegnarmi all’idea di essere diventata troppo vecchia per vedere da vicino senza occhiali più forti e sono passata ai multifocali.

Pure questa sembra una cazzata ma non c’è niente di più straordinario del ricominciare a leggere senza dover strizzare gli occhi continuamente per mettere a fuoco.  Leggere e di conseguenza scrivere, ovviamente. Perché scrivere senza vederci è piuttosto complicato.

La svolta migliore e a cui sono più affezionata è stata ricevere in regalo da un’amica un computer. Di quello credo di avere già parlato, ma adesso che sto scrivendo su quel computer non posso fare a meno di pensare quanto sia bello avere di nuovo una tastiera sotto le dita.

E infine c’è stato il Many, che all’inizio dell’anno ha deciso che no, i blog non erano morti, e ha riesumato il suo. Insieme al Many altra gente ha ricominciato a usare il suo blog ripulendolo dalle ragnatele, o ne ha aperto uno nuovo.

E io che al mio in fondo non ho mai rinunciato perché sapere che c’è un posto tuo che ti aspetta e non ti dice ‘mi sono stufato’ tutto sommato non è così male.

E insomma ho ricominciato, un po’, senza costanza ma con molta più voglia, a scrivere, ogni tanto, quando credo che quello che voglio dire meriti di restare a disposizione di chi passa a trovarmi anche solo per vedere se ho pubblicato qualcosa di nuovo.

Ovviamente una cosa tira l’altra e a un certo punto ho pure ricominciato a voler parlare di arte e dei posti gratis dove mi capita di andare. Così adesso i miei blog sono tornati a essere due. Uno tematico e uno per i miei reclami e per le cose che voglio farvi sapere.

Oh, come al solito non mi metterò a parlare di cose troppo personali. Quelle rimangono affari strettamente personali. Poi dipende, Come abbiamo visto con la campagna di #quellavoltache alcune cose personali a volte devono uscire e diventare racconto collettivo, perché è una necessità.

Diciamo però che alcune cose strettamente personali magari le racconterò il giorno che mi dedicherò alla mia, quella sì, inutile, biografia.

Arrivata a questo punto mi rendo conto che forse il titolo doveva essere ‘del perché amo la logorrea che mi consente il blog’, ma ormai è andata così.

Da domani smetto di essere così autoreferenziale e ricomincio a parlare di cose fondamentali per tutta l’umanità o almeno per i miei 23 lettori. Oggi vi tenete questo.