L’anno che non ci fu il #pride

Tutti pensano che il Pride sia solo una questione LGBTQ.

Ed è vero, in un certo senso, perché senza le rivendicazioni dei diritti LGBTQ non ci sarebbe un mese di pride in tutto il mondo, non avremmo un giugno colorato di arcobaleno un po’ ovunque e non avremmo un motivo per scendere in piazza a darci a quelle volgari forme di trasgressione che schifano tanto un omuncolo come Di Battista.

Ma allo stesso tempo non è vero, perché il Pride è anche un momento in cui noi etero che amiamo le volgari forme di trasgressione possiamo scendere in strada a rivendicare i diritti dei nostri amici LGBTQ e insieme il nostro diritto di essere quel che vogliamo, come ci pare, per qualche ora sotto il sole. Insieme a un sacco di altra gente, inclusa quella che ancora non ci riesce, a scendere in strada, ma ci guarda dai balconi.

Per me il Pride è l’unico momento dell’anno in cui mi lascio andare in pubblico fregandomene della mia stessa autocensura.

Al Pride ballo, e io non ballo mai, nemmeno in casa.

Al Pride canto tutte le canzoni più trash che l’universo ricordi senza bisogno di sentirmi scema perché comincio a urlare a squarciagola Sarà perché ti amo. Anzi, di solito se comincio c’è qualcuno che mi segue.

Al Pride incontro tutte le persone che non riesco a vedere durante l’anno perché per un motivo o per l’altro non troviamo il tempo, ma per il Pride il tempo si trova. E pure se non le vedo so che ci sono, perché quando scegli certe persone sai che saranno quelle che mancano un Pride solo per motivi improrogabili.

Al Pride mi sento a casa. Perché è l’unico posto al mondo in cui per poche ore nessuno mi guarda e posso allentare la tensione.

Ho una playlist, con le canzoni che da qualche anno sono la colonna sonora del Pride. Le ascolto quando sono a terra.

Oggi le ascoltavo mentre tornavo dalla spesa. Ripensavo ai balli e ai canti mancati, al caldo di giugno che accompagna sempre il Milano Pride. Ripensavo a tutte le foto che ogni anno gli ultimi giorni di giugno compaiono tra i miei ricordi di facebook.

Ho cominciato a piangere perché quest’anno non avrò ricordi. Non avrò foto di volgari forme di trasgressione. Non avrò canti in coro.

Quest’anno non sono stata a casa. Mi tocca aspettare un anno per tornarci.

Le immagini sono state scattate nehli scorsi Pride. Nessun distanziamento fisico è stato maltrattato durante la scrittura di questo post.

Ops, I did it again! “Nel mondo di Piccole Donne” di Carolina Capria #recensioniserie

Oggi vi mando a leggere la recensione di un piccolo manuale sulle parole che aiutano a crescere in Piccole Donne, scelte da Carolina Capria su suggerimento di Louisa May Alcott.

Su ClassiCult.

Si consiglia di leggerlo dopo aver letto Piccole donne.

Non importa se siete maschi, potete leggerlo lo stesso. Serve anche a voi.

Riassunto delle puntate precedenti: come sta andando la fase 3?

Non ho più toccato la questione pandemia. Per scelta.

Sono successe delle cose che non c’entrano con virus, lockdown, app immuni, mascherine sì o mascherine no, e necessitavano, e necessitano, di attenzione.

Sono tutte cose di cui ho parlato qui e altrove, ma non ho scordato che siamo sempre in pandemia, e che vivo in Lombardia.

Siamo alla fase 3, ci siamo da qualche giorno. Da qualche giorno esco di casa un po’ più spesso, e non so ancora come prenderla.

A me piace uscire di casa, eh. Mi piacciono le mie abitudini messe da parte un po’ prima del lockdown per motivi miei, ma quando sto bene io esco volentieri di casa. O meglio, prima nicchio perché mi pesa il culo, perché da quando ho un divano e una casa nicchio un po’ prima di decidermi a uscire. Mi chiedo se è proprio necessario. Finché mi decido e sono contenta di stare fuori di casa.

In questo periodo non sono più così contenta di uscire di casa.

Vado in posti dove non c’è gente, vero, cerco di vedere cose belle, ancora più vero, sono prudente ma cerco di fare quello che facevo, magari con tempi più brevi. Ne ho approfittato per cercare pietre d’inciampo che non ho ancora incontrato a Milano, e continuerò a farlo, in fondo sono in strade dove non incontro quasi nessuno.

Ma da quando ho passato due mesi chiusa in casa uscendo solo per la spesa uscire non è più una delle mie priorità. Sto bene a casa, anzi, a casa ho delle cose da fare.

Ho dei libri da leggere, ho un romanzo nuovo da scrivere, soprattutto non trovo nessuna ragione valida per mettermi addosso una mascherina, lavarmi le mani di continuo, fare attenzione a chi e cosa incontro, salire sui mezzi (io amavo molto i mezzi pubblici), incazzarmi con quelli che non guardano dove vanno e scordano quella roba che si chiama distanziamento fisico.

Non è che non mi piace la gente. La preferisco a distanza. Da casa mia la vedo comunque.

Se proprio voglio parlare con qualcuno ormai ho tutte le piattaforme per le videocall disponibili, se ne manca una la scarico.

Ci sono le dirette della gente che dice cose intelligenti. In casa mia in questi mesi è entrata molta più gente di quanta non ne sia mai entrata in anni e anni in nessuna delle case che ho abitato. Qualcuno non lo sa, che è entrato in casa mia, ma io lo so.

Ho dei libri da leggere. Ho letto tanto, come non mi succedeva da anni. E ho ricominciato ad aver voglia di parlare dei libri che leggo, perché per uno strano caso ho letto dei libri rimarchevoli.

Sto riguardando delle serie che mi piacciono. Ho rivisto Boris e ho capito finalmente da dove arriva tutto un linguaggio che negli ultimi anni è entrato nelle mie discussioni, on e off line. Me ne ero dimenticata.

Sto rivedendo Battlestar Galactica.

Sto rivedendo film che ho amato. Qualche giorno fa ho trovato Pride, su Prime video. Purtroppo solo in italiano. Ma me lo sono rivisto, e lo rivedrò di sicuro prima che finisca il mese del Pride che quest’anno non ci sarà.

Ecco, quello che in questa fase 3 mi manca sono le manifestazioni che ogni mese di giugno si susseguono in tutta Italia.

Perché la piazza è una cosa che mi serve fisicamente.

Non si può, e pazienza, il prossimo anno ci sfogheremo.

Quindi il fatto che in questa fase 3 stia ricominciando tutto un po’ mi pesa. Perché ho la sensazione che il mondo di fuori abbia troppa fretta di tornare al mondo di prima.

E sì, è bella la normalità, eh. Niente da dire.

Ma la lentezza è anche meglio.

In questo periodo ho cominciato a fare delle cose normali in modo più lento. Prima è stato un po’ faticoso, poi piano piano è diventato il modo migliore di farle.

Ho avuto il tempo di guardare tutti i miei ricordi. Tutte le foto scattate e mai usate. I progetti cominciati e mai portati a termine.

Il romanzo a cui ho deciso di lavorare era lì da anni. Non so se sarà davvero il prossimo che cercherò di portare a termine, lo sto rileggendo cercando di capire se ha davvero una forma accettabile.

Ma adesso posso farlo. Posso pensare molto più lentamente.

Mi è capitato in questi giorni di tornare dai bambini, per portarli al parco.

Dopo il primo spaesamento, perché il tempo a disposizione, che sembra poco (erano due ore) si è improvvisamente dilatato, mi sono accorta che si poteva giocare con i bambini con calma, senza l’ansia che caratterizzava i giorni in cui si correva da una parte all’altra perché avevano un milione di attività.

Ho trovato due bambini che hanno un sacco di voglia di parlare, che hanno delle cose da raccontare (sono anche un po’ invidiosa perché hanno più vita sociale della mia), e che alla fine non sembrano avere risentito troppo di questa chiusura, o forse hanno trovato un loro equilibrio sano. Non è successo a tutti i bambini e non è successo a tutti gli adulti. Loro se la sono cavata bene.

E stare con loro è stato divertente e rilassante.

Ecco, questa cosa di divertirsi rilassandosi, me la vorrei tenere. Vorrei portarla avanti per un po’. Ma mi sembra che il mondo di fuori non sia della stessa opinione.

Perché non appena mi allontano da posti tranquilli dove si può camminare con calma o stare in pace mi imbatto nel prossimo, ed è un prossimo che vuole tornare esattamente dove si trovava prima.

Ecco, mi accorgo che ogni volta che esco di casa e devo mescolarmi con il mondo di uori faccio più fatica di quanta non ne abbia fatta nella fase 1 e nella fase 2.

Preferisco stare a casa e fare cose tranquille, con i miei tempi.

Sì, c’è quel piccolo particolare del lavoro che sto cercando e non trovo, ma è un dettaglio che spero di risolvere in tempi decenti. Non brevi perché ormai ho capito che sarà lunga. Ma decenti mi sembra un buon compromesso.

E insomma questa è la mia fase 3, a cui non riesco ancora ad adattarmi.

Capirò se sta andando bene quando riuscirò a capire come sopravvivere a un museo. Quindi a brevissimo. Tra due giorni torno alla Pinacoteca di Brera. Quando ho scoperto che hanno riaperto ero commossa.

Mi ci faranno passare solo un’ora e mezzo, ma farò in modo di farmela bastare.

Per oggi l’aggiornamento pandemia è terminato. Ci ritornerò di sicuro perché vivo in Lombardia e qui abbiamo un problema serio. Ma oggi mi stavo occupando di me.

La pandemia secondo gli amministratori è un’altra storia e la si dovrà raccontare un’altra volta. Perché se la racconto ora rischio di bestemmiare e non mi va di bestemmiare.

(l’immagine in evidenza rappresenta la perfetta posizione da pandemia)

Come si sceglie un editore – Appunti sparsi di un’ex aspirante pubblicatrice

Da qualche mese ho ricominciato a frequentare con una certa assiduità un gruppo di scrittori emergenti.

Non era la mia principale aspirazione, dopo il Macchiato Inchiostro pensavo che preoccuparmi delle velleità degli emergenti fosse storia passata.

Ma tant’è, succede che pure tu a un certo punto diventi emergente, o meglio, pubblichi un libro (non mi sento emergente, non mi sento scrittrice, ho smesso di sentirmi autrice anni fa. Mi sento una che nella vita ha fatto e fa tante cose e tra queste c’è pure l’avventura strana di pubblicare un romanzo) e un paio di domande cominci a fartele. 

Io poi sono tendenzialmente curiosa e dopo anni passati a barcamenarmi nel mondo della piccola editoria grazie anche a internet e alla possibilità di reperire informazioni che ancora una ventina di anni fa erano perlopiù da addetti ai lavori o da non addetti tignosi (io ero una non addetta tignosa) mi sono chiesta ‘chissà se gli aspiranti pubblicatori hanno capito come cercare informazioni per pubblicare’.

La risposta è stata NO.

O meglio. 

Esiste un folto gruppo di aspiranti pubblicatori che ha deciso di non affidarsi alle CE.

Nota a margine: quando parlo di CE intendo sempre e comunque quelle che non chiedono contributi per la pubblicazione. Per contributi intendo la proposta diretta all’autore di acquistare un certo numero di copie del suo romanzo. Non includo il crowdfunding perché il crowdfunding ha un presupposto differente.

Ne parleremo comunque un’altra volta poiché è la modalità con cui ho scelto di pubblicare il mio romanzo, ma non è stata la mia prima scelta. Quindi facciamo un viaggio indietro nel tempo, più o meno l’era in cui l’uomo non aveva ancora estinto i dinosauri.

Già da quando ero una giovane aspirante pubblicatrice con velleità di campare di scrittura (ci si riesce? A volte. Io no, ma non è rilevante) la mia idea era trovare un editore che volesse pubblicare il mio romanzo perché ci credeva ed era disposto a investire sul romanzo stesso.

All’epoca i piccoli editori non erano così diffusi, o almeno ne conoscevo pochi, e i miei riferimenti logici erano Feltrinelli, Mondadori, Sperling, Adelphi, la allora piccola Sellerio che cominciavamo a conoscere tutti perché Camilleri cominciava a pubblicare un best seller all’anno, se non due, Marsilio, Rizzoli, Baldini & Castoldi (non ancora Dalai) che era anche troppo avanguardista per le mie capacità, una Stampa Alternativa che aveva un’idea di impegno piuttosto lontano dalle mie storie, Newton & Compton che ancora non pubblicava romanzi di emergenti (avrebbe cominciato pochi anni dopo) e una certa Transeuropa che aveva scoperto l’Enrico Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

Internet per me era arabo. Suona incredibile adesso che ho due blog, quattro profili instagram, un profilo facebook e diverse pagine tematiche di cui forse dovrei occuparmi un po’ più spesso, una certa cazzimma nel reperire informazioni dai siti meno user friendly che la storia della rete ricordi, e altre amenità.

Ma io non avevo mai visto un computer in vita mia. Se lo avevo visto non sapevo nemmeno dove fosse il tasto dell’accensione. 

La prima versione dell Rondini era stata scritta con una macchina da scrivere elettrica, il massimo della tecnologia entrata in casa mia.

Non so nemmeno se esistessero i siti degli editori perché non avrei saputo come cercarli. 

Il fatto è che quando ho cominciato a scrivere non avevo una pallida idea di quello che avrei potuto fare per cercare di pubblicare.

Però conoscevo persone che capivano qualcosa di scrittura e di libri. Alcuni addirittura capivano di editoria.

Appurato che il romanzo era spendibile (sì, è un brutto aggettivo, e tocca anche dire un’altra parolaccia: un libro è un prodotto. Vi sentite sminuiti all’idea che il vostro figlioletto di carta sia un prodotto? Fateci pace perché per quanto faccia parte di una particolare categoria merceologica il vostro figlioletto di carta rimane un prodotto), ora si trattava di trovare un editore.

Erano passati due anni dalla prima stesura e se pure non avevo ancora idea di come funzionasse internet adesso sapevo accendere un computer.

Oh, all’epoca i miei amici più smanettoni erano molto più tolleranti di quanto non siamo oggi verso la mancanza di conoscenza dell’internet. Nessuno mi prese mai per i fondelli, mi spiegarono quelle due o tre cose che mi servivano per aprirmi una mail (era virgilio, se non sbaglio, poi ebbi libero, che esiste ancora e miagola in mezzo allo spam) e forse il massimo che feci fu usare internet a mo’ di pagine gialle per cercare gli indirizzi a cui inviare il cartaceo per una valutazione.

Ho scritto CARTACEO. Noi che cercavamo un editore tra la fine degli anni 90 e gli inizi degli anni 2000 sapevamo perfettamente che dovevamo sobbarcarci la spesa in copisteria (a casa la stampante l’aveva solo chi la usava per lavoro, c’erano amici fortunati col padre che usava quella dell’ufficio e insomma credo che la Foresta Amazzonica e Greta non ci vogliano per nulla bene dopo quello scempio di carta).

Quindi non sceglievamo le case editrici a caso.

Lo ripeto un’altra volta: NON SCEGLIEVAMO LE CASE EDITRICI A CASO.

Vero è che la nostra scelta si limitava a quelle che ho elencato sopra, magari il numero aumentava leggermente perché a livello locale piccoli editori reperibili sul territorio sono sempre esistiti, ma erano comunque quelle. Poche e ben riconoscibili.

Certo, esistevano già gli EAP. Un’amica in buona fede mi consigliò uno di questi EAP, che non sapevo ancora essere editori a pagamento perché nessuno me ne aveva ancora parlato, e andai fino in via Gaudenzio Ferrari a portare una di queste copie stampate. Ricevetti una proposta che ancora mi fa ridere, una mail entusiasta in cui mi si spiegava che il romanzo era bellissimo e che per pubblicarlo volevano 6 milioni e passa di vecchie lire.

Io declinai l’offerta con due motivazioni: non avevo soldi e soprattutto non mi aspettavo di dover pagare per un romanzo che loro trovavano pubblicabile. Ti piace il mio romanzo ma devo pagare per pubblicare? Forse c’è qualcos a che non va.

Era una cosa talmente logica che non mi è mai venuto in mente di metterla in dubbio. Anche adesso, quando leggo persone che aspirano a pubblicare convinte che in fondo sia giusto dare un contributo all’editore perché ‘l’editore ci deve guadagnare’ ho dei momenti di incredulità. Diciamo che atteggiamenti del genere spiegano alla perfezione la tendenza a non ribellarsi allo sfruttamento, anzi ad avallarlo, di intere generazioni, ma non è argomento del post e ne parleremo un’altra volta.

Archiviato l’EAP, toccava agli editori seri.

Seri non solo perché non chiedono contributi, ma perché la lista degli editori a cui mi volevo rivolgere era composta di nomi che hanno fatto la storia dell’editoria del paese.

Manca forse Garzanti, e solo perché non mi era venuto in mente.

Come si contattavano gli editori i primi anni di internet e senza nessuna possibilità di inviare una mail?

Ci si faceva un discreto paiolo cercando dei recapiti telefonici.

Una volta ottenuto un indirizzo per inviare una copia cartacea, era una buona norma scrivere una lettera di presentazione.

Un’amica mi insegnò una cosa che con me ebbe sicuramente buoni frutti, ma non so se adesso funzionerebbe. Mi insegnò che quando mandava un CV allegava una lettera di presentazione scritta a mano, per personalizzare il CV freddo.

A me piacque l’idea e la seguii per inviare i miei romanzi.

Ora. Ho ricevuto risposte? Poche. A volte lettere standard, a volte nulla. 

Però sapevo che l’attesa sarebbe stata lunga, e nel frattempo avevo altro da fare.

Per esempio un anno mi capitò di partecipare a un concorso letterario dedicato a giovani esordienti che avevano pubblicato con case editrici anche abbastanza blasonate ma non erano conosciuti a sufficienza per essere notati in libreria.

Ehi, sapete che esiste anche il problema di spiccare in mezzo alla quantità di libri in circolazione? Ecco, io non lo sapevo e lo imparai quell’anno.

Tra gli esordienti che lessi quell’anno c’erano Cosimo Argentina, Ugo Cornia e Matteo B. Bianchi

Facevo parte di una giuria di giovani aspiranti scrittori e artisti messa insieme in modo un po’ strano, ma c’era anche una giuria di ‘qualità’. Uno dei giurati era un certo Andrea Pinketts. 

Era un concorso molto milanese, diciamocelo. Almeno all’epoca. Era la prima edizione del Premio Edoardo Kihlgren.

Ma mi permise di entrare in contatto con gente che quella cosa la faceva per mestiere o almeno ci provava. 

Venne pure Marcello Baraghini di Stampa Alternativa* a presentare il romanzo di una giovane autrice.

Quindi avevo 25 anni, avevo un romanzo, avevo degli indirizzi di case editrici e pure dei contatti. 

Dovevo imparare a usarli e li usai.

Servì a qualcosa? Nì.

Non entro nella storia della pubblicazione del mio romanzo, perché non è quello che mi preme. Mi preme molto di più raccontare quello che succede quando decidi di pubblicare un romanzo in un’era in cui non trovi notizie su internet.

Perché è un’esperienza che mi sono portata dietro per anni.

Da lì ho imparato alcune cose fondamentali.

Conoscere gli editori e quello che pubblicano è importante.

E io conoscevo gli editori a cui inviavo i miei romanzi perché li leggevo da anni. 

Arriviamo al secondo punto, non per importanza. Se vuoi scrivere, devi prima di tutto leggere.

Non solo per imparare a scrivere, quello lo dò per scontato (eppure, miei piccoli amici, frequentando aspiranti emergenti si scopre che qualcuno pensa che leggere non sia rilevante per chi vuole scrivere. Giuro).

Leggere serve anche per conoscere gli editori che un giorno potrebbero pubblicarti. O quelli da cui non vorresti essere pubblicato nemmeno se ti coprissero d’oro, perché no?

Ci si accorge di un sacco di cose, prendendo un libro in mano. Anzitutto come è rilegato. Come? Chi se ne importa?  Evidentemente non avete mai avuto tra le mani le edizioni Newton Compton da 2000 lire che ti si scollavano proprio nel momento mugliore della narrazione facendoti imprecare perché dovevi interrompere per evitare che le pagine si sparpagliassero. E se non le avete avute tra le mani siete fortunati.

Ci si accorge dell’editing e della correzione di bozze. A volte si scopre che persino Einaudi lascia qualche refuso. 

Ci si accorge dello spessore della carta.

Ci si accorge che uno dei più grandi desideri che puoi avere nella vita come autore è finire nella Biblioteca Adelphi perché sono i libri più fighi che chiunque possa desiderare nella sua libreria. Ma ci si accorge pure che il proprio romanzo non sarà mai una pubblicazione Adelphi perché non ha la stoffa.

Ci si accorge che con l’avvento delle piccole case editrici esistono tantissime possibiità non a pagamento di pubblicare un romanzo con un editore che riesce a scegliere buoni romanzi con una bella veste editoriale.

Non è necessario comprarli tutti, eh. Per capire quanti editori ci sono sulla faccia della terra, o dello stivale, basta andare a una delle ormai tante fiere dell’editoria sparse sul territorio e fare un giro tra gli stand.

Io ero una grande fan di Più libri più liberi. Per cui tra l’altro essere amica di un paio di editori mi ha procurato per diverso tempo un pass. Ma non ditelo in giro.

Ecco, un’altra cosa utile, adesso che grazie a internet gli editori hanno pagine facebook su cui si può commentare, e come loro gli autori, quelli che un tempo si pensavano inarrivabili, è interagire con loro. Possibilmente dicendo cose intelligenti. Perché con internet se sei un cretino ti riesce difficile nasconderlo.

Tra i miei amici ci sono tantissimi scrittori, che seguo più per le loro opinioni mainstream che per sapere cosa hanno pubblicato o quale sarà la presentazione più vicina.

E seguo anche pagine di editori, stavolta sì con l’intento di capire cosa pubblicheranno.

Compro i loro libri, e molto spesso li compro perché sono bei libri e mi interessano, e non perché spero che un giorno mi pubblicheranno.

Anzi, è molto probabile che mi ritrovi a consigliare editori che non ho mai pensato di contattare per pubblicare il mio romanzo, perché i loro libri sono belli, sono fatti bene e sono interessanti.

E leggerli mi permette anche di sapere a chi potrei proporre un futuro romanzo, casomai fosse adatto alle loro collane.

Va da sé che se proprio questa socialità è troppa (però prima o poi dovrete farci pace, con la socialità, ve lo dico, perché se volete dei lettori avrete anche gente che vuole dirvi come la pensa sul vostro libro, dovrete fare presentazioni, dovrete esporvi per forza) potete sempre andare sul sito della casa editrice dove di solito si trovano tutte le indicazioni per contattarla o inviare un romanzo. Se non le trovate forse è perché la casa editrice non si fa inviare romanzi da sconosciuti ma preferisce passare per un agente. Tipo Mondadori. Non restateci male. Cercate la prossima.

Oddio. Ma è un lavoro! Ma io volevo solo scrivere!

Ebbene sì. Voler pubblicare è un lavoro. Ma è un lavoro che non dovrebbe costare molta fatica se alla base esiste la passione per i libri belli, fatti bene, curati.

E se davvero interessa pubblicare qualcosa che abbia un senso, una qualità e una visibilità. 

Personalmente non credo nel mandare mail a raffica a tutti gli editori del globo.

Si perde un sacco di tempo e soprattutto si svilisce il proprio lavoro.

Il fatto che gli editori siano diventati tanti però dovrebbe aiutare a fare delle scelte sensate quando si decide  di intraprendere la strada frustrante della pubblicazione di un romanzo.

Perché frustrante? 

Vabbè, ne riparliamo un’altra volta.

(poi se non volete sobbarcarvi la fatica esiste sempre il self publishing, ma non lo conosco perché ho un brutto difetto: sono pigra e non mi va di preoccuparmi della copertina, dell’impaginazione e della stampa. Preferisco che ci pensi qualcuno che lo fa di mestiere. Per me è già troppo scrivere e preoccuparmi di far conoscere quello che ho scritto. E sì, la pubblicità sarebbe compito dell’editore, ne convengo. Ma di questo si parla un’altra volta)

*La foto in evidenza è la lettera battuta a macchina da Marcello Baraghini con cui stroncava il mio romanzo inviato per posta al suo indirizzo. Aveva ragione, a non pubblicarlo, ma mi disse che sapevo di saper scrivere, e per un’aspirante in cerca di conferme a volte vale più di un editore entusiasta.

E quindi le #rondini stanno arrivando un po’ a tutti…

… quindi abbiamo trovato un altro gioco.

Il gioco del #diamociillibroinfaccia

Funziona così. Se hai ricevuto il libro o se lo hai scaricato in formato ebook, ti scatti una foto con il libro davanti alla faccia (so di avere amici gelosi della propria privacy, lo sono anche io, al mio posto troverete una banda di peluche).

Si vede che le persone hanno voglia di giocare perché da giorni sto ricevendo foto, anche più di una, come quelle nell’immagine che segue

E insomma, non è male. No?

La squadra che sogna – una non recensione

Sono disabituata a parlare dei libri che mi sono piaciuti, ma questa volta devo fare un’eccezione.

Scopro per caso che un amico di un’amica ha pubblicato La squadra che sogna, la storia della nazionale di pallavolo allenata da Julio Velasco, per 66thand2nd.

Non posso non leggerlo. Per due ragioni.

Una è legata alla casa editrice, che ha questa collana meravigliosa di storie di sportivi che se non hanno fatto la storia hanno perlomeno perseguitato i tifosi dei rispettivi sport durante il sonno per quanto sono state epiche.

L’altra è che la nazionale di pallavolo allenata da Velasco è stata un balsamo curativo per la me quindicenne.

Ora, io non sono una grande sportiva ma a quindici anni seguivo il calcio. Cosa c’entra, diranno i miei piccoli lettori. C’entra perché ho incontrato la nazionale di Velasco (no, non è solo la nazionale di Velasco, ma per comodità la chiameremo così senza dimenticare che in campo ci sono stati dei Signori Pallavolisti) nel 1990.

Dopo Italia 90.

Il mondiale italiano doveva essere un momento di gioia in un anno terribile: passaggio dalle medie alle superiori, quarta ginnasio, la consapevolezza che non ero in grado di superare il liceo, la bocciatura, una depressione mai diagnosticata ma che a distanza di anni posso tranquillamente chiamare con il suo nome.

Aspettavo i mondiali, dovevano essere una formalità, era impossibile non vincerli, sembrava una squadra fighissima, e c’era Baggio (amavamo tutte Baggio, che invece se ne fregava perché lui aveva il karma, lo stesso  che nel 1994 gli fece tirare un rigore mondiale alle stelle invece che in porta. Però noi lo amavamo lo stesso perché si ama sempre chi se ne infischia di te, a quindici anni. Poi qualcuna cresce).

Infatti non vincemmo. Ennesima delusione in un anno da buttare via. Potevo solo mettermi seduta ad aspettare l’autunno e la nuova scuola.

Però avevo questa cosa che non si scioglieva, perché in campo ci sono sì i giocatori, ma noi che guardiamo da casa carichiamo quei giocatori che di noi non sanno nulla di una serie di attese, speranze, voglie di rivincita che le nostre vite non riescono mai a soddisfare. Lo dice bene Venditti in Grazie Roma: dimme chi è che me fa’ sentì importante anche se nun conto gnente. Per lui era la Roma dello scudetto 83.

Per me, del tutto inaspettatamente, nel bel mezzo di un umido autunno diventa la nazionale di pallavolo maschile.

Ora. Io della pallavolo me ne ero sempre infischiata. Anche a scuola quando ti costringevano, come femmina, a giocare a pallavolo.

Io giocavo a calcio. Male, ma ci giocavo. Non in una squadra, figuriamoci se potevo giocare in uno sport di squadra. Ma mi piaceva giocare il torneo di calcio femminile alle elementari, e il calcio alle medie fu una frustrazione perché ero una schiappa rispetto alle mie compagne. Però ero meno schiappa a calcio che a pallavolo.

Che per me era una cosa da femmine, almeno così ce lo spacciavano. Maschi calcio, femmine pallavolo.

Ho detto che tra le altre cose ero un maschiaccio? Lo dico ora.

Date queste premesse, in quell’autunno in cui ricominciavo daccapo e non avevo nemmeno un ricordo conto terzi da portarmi dietro scoprivo due cose.

La prima era che no, la pallavolo non era uno sport da femmine, perché c’erano degli uomini che stavano giocando un mondiale di pallavolo con il serio rischio di vincerlo per la prima volta nella storia della compagine Italia (si dice così, giusto?).

La seconda era che oltre alla nazionale di calcio c’era altro.

E quell’altro si materializzò sotto forma di finale Italia-Cuba in una sera di ottobre del 1990.

Non sono una grande cronista sportiva, ma non ce n’è bisogno. L’unica cosa che conta è che quella sera finalmente qualcuno aveva dato voce alla mia voglia di rivincita che aspettava dall’ultimo rigore di Italia-Argentina.

E da lì in poi è stato amore, diverso da quello per il calcio perché questi uomini che giocavano a pallavolo erano altissimi. Scoprii quanto il giorno in cui mi trovai Andrea Zorzi, preferito mio e di altre migliaia di mie coetanee (come scoprii con grande sgomento chiedendomi ‘ma da dove cazzo escono tutte queste appassionate di sport, che fino all’altro ieri mi prendevano tutte per il culo perché invece di truccarmi ascoltavo Tutto il calcio minuto per minuto alla radio?’), nel foyer del Teatro Nazionale in Piazza Piemonte. Eravamo lì entrambi per sentire Eugenio Finardi in concerto.  Ecco, io davanti a Zorzi così alto sono scappata a gambe levate.

Ma non erano solo altissimi. Quando li sentivi parlare avevi l’impressione che ci fosse tutto uno spessore culturale a cui le interviste dei calciatori non ci avevano mai abituati.

I calciatori erano umani, i pallavolisti erano di un altro pianeta.

E di altri pianeti erano le loro sconfitte. Barcellona 92, se non la medaglia d’oro almeno il podio annunciato (ma tutti eravamo convinti che sarebbe stato un oro), si chiuse con un quinto posto. Ingiusto. Ne sono ancora convinta, ma il 92 non era il 90 e non fu così devastante. Ero cresciuta anche io.

Atlanta 96 invece a volte mi perseguita ancora. E lì ho pianto. Davvero. Stavolta non era la mia frustrazione, era quella per una squadra bellissima, la migliore del secolo, che meritava un oro ma siccome non si possono avere due medaglie d’oro ebbe l’argento olimpico.

Non ho più amato nessuna squadra come ho amato la nazionale allenata da Velasco, non ho mai avuto così tanto bisogno di qualcuno che prendesse rivincite per me, non ho mai avuto nostalgia di quegli anni così strani e imperfetti in cui quella nazionale vinceva a dispetto di tutto quello che succedeva nel mondo intorno a lei, e di cose ne sono successe fin troppe.

Ma quando ho chiiuso il libro, o meglio l’ebook, ho pianto esattamente come quella sera davanti alla finale di Atlanta, quando l’oro non è stato oro.

E ho sentito il bisogno di ringraziare chi ha scritto quella storia così bella nero su bianco, facendomi scoprire un sacco di cose che non mi ero mai nemmeno chiesta in tutti questi anni (avrei dovuto immaginare che Velasco in Argentina non aveva avuto un’esistenza idilliaca, ma non ci avevo mai pensato, e l’idea del tecnico argentino che supera quegli anni e poi arriva in Italia e diventa una leggenda è un’altra storia commovente).

E insieme a lui, avrei bisogno di ringraziare quei giocatori che non lo hanno mai saputo ma una sera d’autunno sono stati una medicina che mi sono portata dietro per anni.

Siamo a metà maggio. Che c’è di nuovo?

Niente di che, si naviga a vista, come al solito.

Non si sa cosa succederà da lunedì quando riaprirà un’altra buona fetta di Paese, non si sa ancora come sfangarla, non si sa praticamente nulla.

Però io ho scritto una sceneggiatura. Un cortometraggio. Erano anni che non.

Ho finito di leggere On writing di Stephen King. E sto leggendo altri libri.

Ieri mi hanno mandato la foto del mio romanzo, cartaceo. Ciò significa che esso esiste davvero. Mi resta da aspettare la mia copia e comprare una penna degna di questo nome per le dediche.

Qualcuno che lo ha già finito (come invidio la gente che riesce a leggere velocemente) mi mha mandato anche delle critiche belle.

Allora, che c’è di nuovo, ora che siamo a metà maggio? Niente di che, ma è un niente di che molto bello.

(si ringrazia Angela per la foto)

 

Vi ricordate le #rondini? Ecco, adesso è pronto.

Insomma non sono più una che sta aspettando che il suo romanzo esca. Il romanzo è uscito. Almeno. In ebook lo comprate e lo ricevete immediatamente.

Il cartaceo è in stampa per chi a suo tempo lo aveva prenotato. Per quelli che lo acquistano da più o meno ieri, tempo un po’ di giorni e lo ricevono.

E insomma sto aspettando anche io di averlo cartaceo, e sono un po’ in ansia perché, capiamoci, sono almeno due decadi che aspetto questa cosa.

La copertina è bellissima. Ora ve la faccio vedere, ma anche se a voi non piace per me è bellissima lo stesso, quindi mi farò un’ampia ragione di qualunque parere discordante!

copertina

 

Il romanzo si può acquistare (come suona bene, acquistare, invece di prenotare, vero?) sul sito dell’editore:

Per quest’anno le rondini non tornano

Invece potete farmi sapere cosa ne pensate qui sotto nei commenti, nei commenti sulla pagina del sito di Bookabook, sulla pagina facebook dedicata al romanzo, sulla mail dell’Ufficio Reclami (sarebbe carino, una volta tanto, ricevere mail che hanno un senso invece di reclami inutili!), su messenger, tramite piccione viaggiatore, anche tramite gufo se ne trovate uno.

No strillettere, per favore, che poi mi viene il mal di testa.

Scrivetemi sia che vi piaccia sia che lo troviate un romanzo inutile ai fini dell’umanità. Come dice un mio amico, io scrivo per essere letta e non per fare presentazioni con aperitivi. Oddio, le farei ma in questo momento ci sono delle difficoltà. Comunque scrivo per essere letta.

Ditemi che avete letto, insomma.