Si ricomincia

Sono mesi che penso al 2020 e a quello che c’è stato di buono nonostante annaspassimo tutti nella merda, chi con la testa fuori, chi sommerso completamente, chi con un materassino gonfiabile su cui ha galleggiato per tutto il tempo (oh, a volte succede).

Una volta scansata la merda ho messo in fila le cose buone.

Erano anni che non vedevo così tante cose buone superare quelle cattive.

Ci sono state perdite, vero. Non sono scomparse le incertezze per il futuro (siamo sempre lì, non so ancora come pagherò l’affitto di febbraio, ma ci stiamo lavorando), sì sono aggiuntr preoccupazioni e mi sono mancate persone che vedevo ogni giorno, primi tra tutti i miei due bambini che quest’anno sono sicuramente cresciuti, ma non li ho visti quasi per nulla.

Però mi sono sentita sola per pochissimo tempo. E quando è successo ho trovato sempre qualcuno con cui parlare, a cui raccontare, a cui spiegare cose. Magari in chat, o per telefono. A volte, molto meno, di persona.

Dice la mia amica Bat che ha visto città vuote e non per questo meno belle. Io ho visto poche città, ma mi è capitato di riprendere un traghetto dopo anni che non ne prendevo, ho viaggiato per ragioni di lavoro, una cosa che non avrei mai pensato di fare in vita mia, proprio nell’anno in cui pensavo di spostarmi meno.

Ho conosciuto persone nuove non virtualmente ma físicamente nell’anno in cui in teoria non avrei potuto conoscere nessuno. Sono tutte gran belle persone, quindi mi è un po’ andata di culo.

Ho conosciuto altri bambini, ho scoperto che posso fare addormentare una bimba cantando Stalingrado (e non ho paura di rifarlo, quindi statevi accorti), e mi è pure tornata la voglia di cantare a voce alta. Anche questo non ho paora di rifare, quindi sono cazzi vostri.

Mi sono innamorata quando avevo deciso che ormai ero troppo vecchia per queste cose.

Ho rivisto il Cenacolo dopo anni e anni di attesa.

Ho visto i musei che ho potuto rivedere prima che li chiudessero, e sono la cosa che mi manca di più.

Ho visto il mio romanzo diventare un libro impaginato, con la sua copertina.

Ho ricevuto belle recensioni e bei commenti, anche da persone da cui non me li sarei mai aspettati. Persino da sconosciuti. Che è la cosa migliore, quando piaci a qualcuno che non ti conosce.

Ho ricominciato a leggere libri nuovi invece di rileggere quelli rassicuranti che ormai conosco a memoria. Erano soprattutto libri scritti da femmine.

Mi è tornata la voglia di parlare dei libri che ho letto e ho ricominciato a scrivere recensioni.

E quando mi sono davvero sentita in ansia perchè passare mesi senza un lavoro è un problema serio ho avuto degli amici che hanno pensato di darmi una mano.

Questa è la cosa più sconvolgente in realtà. Scoprire che quando chiedi aiuto c’è qualcuno disposto a dartelo. Il punto è chiederlo.

E come se non bastasse, verso gli ultimi mesi dell’anno ho scoperto che qualcuno ha scoperto il documentario su Miracolo a Milano che avevamo girato anni fa a scuola, e vorrebbe farlo proiettare.

A conti fatti, nonostante il 2020 ci sia messo proprio d’impegno con me non è riuscito nel suo intento.

Poteva andarmj meglio? Certo. Ma poteva andarmi decisamente molto peggio. E così non è stato.

Adesso è ora di cominciare a pensare al futuro. Questa sarà la cosa più complicata perché non riesco ad avere un orizzonte che supera i 30 giorni.

Ma ho il tempo per provarci.

Se volete provarci con me siete i benvenuti.

Io quella finale non l’ho vista.

Avevo 7 anni, ero femmina, le donne non guardavano il calcio. Quindi mi sono persa, lì a Bellaria dove ci portavano tutti i mesi di luglio, tutte le partite del mondiale che l’Italia stava ancora disputando, scoprili poi per uno strano miracolo perché era tutto fuorché favorita.

In tutti gli anni successivi quel mondiale divenne uno degli argomenti più citati e più coesivi per chiunque abbia incontrato. Potevi essere italiano e odiare profondamente il calcio ma se eri nato entro la prima metà degli anni 70 quel momento era tipo un elemento fondante della tua storia. Nel bene o nel male, ma pure se odiavi il calcio non riuscivi a prescindere da Spagna 82.

Però io quelle partite, finale inclusa, non le ho viste.

Ero in giro per Bellaria con mamma, amica di mamma, figlio di amica di mamma che non aveva ancora un anno ed era in passeggino. E al primo gol, quando esplose più o meno tutta Bellaria riversandosi per le strade, scoppiò giustamente a piangere per li spavento.

Mi ricordo le bandiere per strada e un gran casino. Immagino ci fosse anche la piva dei tedeschi, all’interno di tutte le birrerie, ma non li vedevo uscire per strada, d’altronde mica festeggi i gol degli altri, ti ubriachi e basta, ti prendi la sbronza triste.

Quindi non ho visto la finale perché ero ancora figlia di una generazione che il calcio lo fa vedere solo ai maschi. È uno sport da maschi e il tifo è da maschi. Donne e bambine, inclusi i lattanti di qualsiasi sesso, non possono stare con i maschi.

Eppure io sapevo chi era Paolo Rossi. Lo sapevo prima dei mondiali, l’ho conosciuto meglio dopo, e nel 1986 quando si parlava in spagnolo al mondiale in un altro continente lo aspettavo perché per i 4 anni successivi tuttə noi che eravamo cresciutə volendo giocare a calcio in fondo sognavamo di essere Pablito che all’improvviso diventa l’eroe della nazione.

L’86 è stato quello che è stato, e per avere dei nuovi eroi della nazione abbiamo dovuto aspettare il 2006, ma ormai la magia non era più la stessa. Così come non lo era il calcio.

È strano perché l’immagine che ho più chiara di quei mondiali non è di Paolo Rossi ma di Tardelli che urla. È iconica quanto Pertini che si dimentica della cortesia istituzionale e davanti al cancelliere tedesco e a un Juan Carlos evidentemente divertito ma politicamente corretto (non poteva esultare, il cerimoniale borbonico non lo permetteva) salta in piedi e chissà cosa dice con i suoi modi che a me hanno sempre ricordarmi mio nonno Alfonso.

Però ho sempre saputo che senza Pablito dal girone dei quarti in poi (sì, fino all’82 anche i quarti erano a gironi) non avremmo mai avuto nessuna immagine iconica.

Pablito era il campione che nessuno voleva all’inizio perché arrivava da una brutta squalifica, ma che era lì perché un allenatore è stato abbastanza cocciuto da imporlo.

E in effetti questa è la parte migliore di quel mondiale. Un uomo che nessuno vuole è quello decisivo. Chi di noi non ha mai sognato di essere decisivə un’unica, fondamentale volta nella vita?

Io almeno l’ho sognato un sacco di volte. Poi ho scoperto che non succede così spesso.

Ciao, Pablito. Ovunque tu sia andato spero ci sia un campionato da giocare.

Se pensate che sia per il cenone non avete capito un cazzo.

Disclaimer: mi fanno notare altrove che in realtà gli spostamenti dal 21 alla Befana sono vietati solo tra regioni e che il divieto di passare da un comune all’altro anche nella stessa provincia sarà per il 25, 26 e 31 dicembre. Vale comunque tutto quello che ho scritto perché per me resta assurdo tutto l’impianto del DPCM per cui sembra che i contagi improvvisamente si allentino fino al 20 dicembre e hanno una recrudescenza dal 21 alla Befana con particolare ferocia proprio nei giorni di festa. E facciamoci un po’ di domande sulla chiarezza della comunicazione istituzionale, già che ci siamo. Perché fa schifo.

Una premessa. Quest’anno non passerò il Natale con i miei. Secondo il DPCM e le indiscrezioni sarà vietato spostarsi da un comune all’altro dal 21 dicembre alla Befana, e io sono a passare il lockdown in provincia di Pavia.

Non ho intenzione di andare in una casa dove pur essendo ancora residente ormai non vivo più per motivi che hanno molto a che fare con la mia salute mentale per una quindicina di giorni.

Mi dispiace? Si. Lo trovo stupido prima ancora che punitivo, perché fino al 20 e da dopo la befana è come se implicitamente ci stessero dicendo che il virus in fondo c’è ma non preoccupatevi, andate in giro se dovete lavorare, andate pure a fare spese, il virus quando dovete comprare qualcosa o essere produttivo vi risparmia. Vi risparmia pure se andate a scuola fino alla terza media (in Lombardia siamo diventati zona arancione, anche la seconda e terza media sono tornate in presenza), fino al 20 prendete pure treni per andare dove volete purché sia uno spostamento tra zone gialle, ma dal 21 dicembre ricordatevi che se vi volete divertire o pensate di rilassarvi con qualcosa che ricorda il Natale rischiate di morire. Potrete spostarvi solo se lavorate. Occhio al Covid, il Covid non vuole che abbiate un attimo di serenità.

La famiglia, gli affetti, le persone che amate sono pericolosi.

Mi scuso per la mia personale traduzione di tutti i discorsi sul Natale in sicurezza sentiti in questi giorni. So che qualcunə potrà sentirsi offesə nella sua sensibilità, ma sto imparando che ogni pensiero critico verso provvedimenti stupidi ormai offende una persona su dieci e mi sarei anche un po’ rotta il cazzo di non dire quello che penso perché potrei urtare degli sconosciuti (i miei 23 lettori per fortuna sono più comprensivi e più critici). Quindi sticazzi se qualcuno si offende.

Allora, lo trovo stupido ma è una stupidità che implica delle sanzioni che come inoccupata non mi potrei permettere, quindi eviterò di spostarmi dal luogo dove mi trovo non per la convinzione di fare cosa buona e giusta per l’umanità ma perché non posso pagare una eventuale multa.

E poi io non soffrirò molto. Io.

Invece conosco tante persone, troppe, che quest’anno hanno avuto morti premature dovute al Covid o alle conseguenze della gestione del Covid e che non hanno potuto dire addio ai loro cari, morti soli in ospedale, magari dopo giorni. Che non hanno potuto nemmeno avere un funerale, il momento in cui ti stringi intorno a chi è rimasto.

Conosco figli e nipoti che non hanno salutato l’ultima volta genitori e nonni, a causa di un’emergenza che in Lombardia è stata gestita di merda soprattutto a livello sanitario.

Queste persone hanno bisogno di avere un Natale in cui stanno insieme. Magari non tutte lo stesso giorno, magari sparse.

Ma hanno bisogno di stare con i loro cari rimasti. O con i loro amici. Con quelli che amano.

Il Natale è il periodo dell’anno in cui per molta gente c’è il ricongiungimento. Siamo un Paese ad alto tasso di immigrazione dal sud al nord. Anche la mia è una di queste famiglie, fino a qualche anno fa veniva mia zia a Milano, per stare con noi per Natale. E per fortuna la tradizione è persa. Per fortuna perché quest’anno non sarebbe potuta venire in ogni caso.

Altre famiglie continuano a vedersi in questo modo, e non è un capriccio. È davvero l’unico momento in cui possono ritrovarsi.

Quest’anno non succederà, e per molti significherà non poter stare insieme per parlare di quelli che non ci sono più che non hanno avuto nemmeno un funerale come momento di commiato.

Sembra una cazzata, vero? Cosa ce ne frega di stare insieme per ricordare che ci siamo ancora e per ricordare i morti.

Pensa un po’ che l’umanità ha cominciato a ricordare e celebrare i suoi morti fin da quando sono nate le civiltà. Abbiamo le testimonianze delle civiltà passate proprio dalle loro tombe. È un segno dell’evoluzione della specie, ricordare i morti. Serve a dare un senso anche ai vivi.

Questo Natale poteva essere, per molta gente, il momento mancato per ricordare chi non c’è più e dare un senso all’essere rimasti.

Invece no. Perché secondo chi decide le precauzioni da tenere durante l’emergenza per la pandemia il Covid è una carogna che improvvisamente dal 21 dicembre alla Befana potrebbe incattivirsi e contagiare chi? Chi decide di trovarsi con genitori anziani e nipoti.

Poi no. Poi è tutto a posto.

Non so, forse hanno degli studi che attestano che il Covid si trasmette con il capitone. Con l’insalata di rinforzo. Con i tortellini del 25.

Sennò non si spiega granché.

(aspetto al varco, come sempre, quelli che ‘SEI NEGAZIONISTA!’ ‘ALLORA VUOI 500000 MORTI!’ ‘E I MARÒ?’. Li aspetto con un bastone lungo un metro e mezzo per rispettare il distanziamento)

È mancato Gigi Proietti.

Il giorno del suo ottantesimo compleanno.

Non racconterò di quando passavo le serate a guardarlo e ridere con papà, perché giusto con un romano a Milano ti metti a ridere davanti a Pietro Ammicca e via dicendo. È roba di mitologia di famiglia.

Ma a me Proietti ha insegnato cose. Una importante. Mi ha insegnato chi era Giuseppe Gioacchino Belli.

In particolare mi ha insegnato Er giorno der giudizzio.

E ora io la insegno a vossia.

Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a dì: “Fora a chi ttocca”

Allora vierà su una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe ripijà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la biocca.

E sta biocca sarà Dio benedetto,
Che ne farà du’ parte, bianca, e nera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajera
D’angioli, e, come si ss’annassi a letto,
Smorzeranno li lumi, e bona sera.»

Siccome poi è bello sentirla recitata, potete sentire Gigi che la recita personalmente di persona qui:

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10222995535812052&id=1089068731&sfnsn=scwspmo

Ora vado a preparare un posto sul mio altarino personale dei defunti, che è pure il 2 novembre e devo dare una spolverata.

Il punto della situazione

Quindi siamo qui che aspettiamo di capire cosa succederà. Ci aspettiamo un nuovo lockdown. In Lombardia abbiamo un coprifuoco. Anche altrove, mi dicono. D’altronde non possiamo avere l’unico governatorato imbecille. No? (tranquilli che imbecilli come i nostri non ce ne sono proprio tantissimi, abbiamo ancora il primato. E siamo destinati a tenercelo per secoli).

I teatri e i cinema sono chiusi.

Non si può andare nei bar dopo le 18 ma si può prendere cibo e alcol da asporto. E almeno qui in Lombardia non era così scontato perché la premiata ditta Fontana&Gallera aveva stabilito, all’inizio, che non si potesse acquistare alcol da asporto dopo le 18. Per qualche giorno se volevi ubriacarti o anche solo procurarti una bottiglia di vino al supermercato dovevi andarci entro le 17:59. Sennò in cassa non te lo facevano passare. Lo so perché ci sono prove che si fanno empiricamente. Siamo entrati in un supermercato per comprare alcol alle 17:50 la prima domenica dopo il provvedimento provvisorio. Ci hanno fatto comprare l’alcol. Alle 18:01 siamo rientrati, dopo aver posato prudentemente l’alcol in un luogo sicuro (leggi: il bagagliaio). C’era il nastro bianco e rosso a impedire l’ingresso al settore alcol dell’Iper.

Dopo quattro giorni hanno deciso il coprifuoco alle 23 e hanno concesso la vendita di alcol anche da asporto. Basta che non vai nei pub. E nemmeno per strada, eh. Perché in Lombardia abbiamo il divieto di consumo di alcol e cibo nei pressi dei locali e pure nei parchi e in altri luoghi pubblici. Poi mi direte se non sembra un modo per introdurre l’ennesima norma contro i poveri, visto che sono loro quelli che di notte potrebbero stare in giro a mangiare e bere. Quelli che non hanno un tetto, per essere chiari.

Va detto che ci sono autocertificazioni che in caso di necessità consentono di aggirare la norma. Sono per gente che lavora. Che rientra alla sua dimora. Si spera pure per quelli che devono andare al pronto soccorso di corsa. Occhio perché se andate al pronto soccorso non potete sperare che chi vi accompagna rimanga ad aspettarvi. Non è possibile. Proibito. State lì da soli. Senza un conforto. Io ve lo dico, eh. Sperate che non vi succeda nulla di grave perché oltre al danno di dover andare in ospedale vi ritrovate anche la sgradevole sensazione di dovervi arrangiare da soli senza un cane che vi conforti mentre attendete le cure. E non è divertente, stare al pronto soccorso da soli. Lo so perché a Roma mi è capitato di doverlo fare. Non per norme anticovid. Perché ero da sola. Ecco, prenderesti la testa e la sbatteresti contro il muro.

Manco chi è in ospedale in attesa di un’operazione può ricevere le visite dei parenti. Fino a metà ottobre poteva andare una sola persona convivente, adesso non può andare più nessuno.

Insomma, mi raccomando, la sera dopo le 23 state chiusi in casa che il Covid vi aspetta dietro l’angolo appena uscite dal portone. A meno che non abbiate l’autocertificazione. In quel caso state tranquilli che il covid non vi attacca. Se ne va con la coda tra le gambe.

D’altronde non lo beccate nemmeno dalle 06:01 alle 22:59 perché si sa che il covid rispetta le leggi regionali.

Quindi se prendete i mezzi intasati all’ora di punta quando ci sono i pendolari (perché loro, lo smartworking, possono farlo e non farlo. Invece gli studenti delle superiori no, loro fanno il 75% delle ore in DAD, pazienza se le scuole sono i luoghi dove i contagi arrivano al 3,5? 3,8? Non ricordo la percentuale, ma non pare proprio che siano le scuole il vero problema. O i cinema e i teatri dove comunque non entra praticamente nessuno) potete stare tranquilli perché il Covid si spaventa appena è giorno, sarà tipo i Gremlins, non dovete dargli da mangiare dopo le 23.

Non si può fare sport di contatto. No calcio. No basket. No pallavolo. A meno che non siate professionisti. Perché se siete professionisti si sa che il Covid vi risparmia. Non è vero ma non importa. Vi risparmia.

Niente palestre. Niente piscina. Mi raccomando.

Quindi cosa si può fare?

Nei musei, potete andare. Anche se ve lo sconsigliano. Però li hanno lasciati aperti. Però non dovete fare cose che non sono necessarie, spostamenti il più possibile ridotti. Quindi andateci con la metropolvere, nei musei. Smaterializzatevi. Ah, non siamo nel mondo della magia. Siamo babbani. E allora è un bel problema. Se sono aperti e non necessari come ci si va nei musei senza turbare la quiete di chi non vuole vedere in giro gente che va a bighellonare sui mezzi perché si sa che i mezzi vanno usati solo per andare al lavoro (tutti insieme stretti stretti alle ore di punta)? Si vede che sono diventati una necessità.

Potete andare in bici, o correre. Da soli. A distanza.

Però se andate in bici occhio alle sciure in auto che tirano già il finestrino e vi dicono che non dovete andare in bici perché se vi fate male togliete posti a qualcuno in ospedale che ne ha bisogno. Mi raccomando.

Potete andare a messa. Sì, perché a messa il distanziamento è lo stesso ce c’è nei teatri e nei cinema, ma lì l’assembramento non vale. Perché siete protetti dalla benedizione divina. Quindi con la mano di Dio sulla testa state pure tranquilli che il virus non vi colpisce.

A proposito. La scorsa settimana è mancato il nostro parroco. Era anziano. Ha preso il Covid. Ha contagiato un altro po’ di preti e pure i fratelli. E poi è mancato. Pace all’anima sua (scusa, don. Ti ho voluto bene, a parte quando non mi volevi far fare la chierichetta).

Alla fine qui non si sa bene cosa succederà d’altro perché siamo sempre in sospeso in attesa delle nuove decisioni di Conte.

Però a parte i provvedimenti che, confesso, dopo tutti questi mesi a osservare ormai non capisco più, perché a volte non hanno davvero senso, ma non posso dirlo a voce alta perché arriva qualcuno a dirmi che sono negazionista oppure che non mi frega niente se muoiono 500000 persone o che voglio un nuovo lockdown (chissà cos’è questo, in effetti, se non è un lockdown gli somiglia molto), mi preoccupa quello che rimarrà dopo.

Stiamo creando un mondo in cui vige la paura del prossimo. Stiamo imparando, se già non eravamo misantropi sociopatici prima, a non toccare più nessuno, a non fidarci di nessuno, a dare degli incosienti a quelli che osano fare cose che prima di marzo scorso erano normali. Come uscire di casa, fare cose che ci fanno stare bene mentalmente, vedere i nostri amici e parenti, stiamo imparando che l’unica salute da preservare è quella fisica a costo di quella mentale.

Stiamo cominciando a rispondere a chiunque ci dica che ha difficoltà economiche che gli impediscono anche di campare in modo decente (e questo si aggiunge all’emergenza sanitaria creata dalla pandemia) che la cosa che conta di più è rimanere vivi. Quando per anni abbiamo continuato a ripetere che a contare non è solo vivere ma la qualità della tua vita. Campare senza sapere come pagare l’affitto, il mutuo, la spesa, le rate dell’auto, quello che serve per i tuoi figli che crescono, le cose più sempici come il cibo, un paio di scarpe nuove, un cappotto, cose così, quello non conta. Conta essere vivi. in malora ma vivi. Senza un tetto ma vivi. Depressi ma vivi. Senza prospettive sul futuro ma vivi.

Parlavo ieri con la mia psicologa, mi diceva che durante il primo lockdown avevano un sacco di richieste di persone mai in cura prima perché avevano bisogno di un supporto.

Ora la gente non li contatta più- Perché non sa cosa succederò tra poco e non riesce a immaginarsi una prospettiva di futuro che implica lo stare bene mentalmente nel presente. Perché quando non sai come camperai il mese prossimo rimandi tutto quello che non ti sembra urgente. La salute mentale è la prima cosa che rimandi. Poi viene la salute fisica. I denti. La vista. Tutto ciò che non percepisci come necessario nell’immediato. Sono cose che non pensi quando hai ancora uil culo parato e uno stipendio perchè il tuo lavoro esiste ancora. Se il tuo lavoro non c’è queste cose divemtano secondarie. Perché te lo stanno dicendo in tutti i modi. Non sono cose che ti servono al momento per sopravvivere. Sono superflue.

Stiamo insegnando ai bambini a stare a distanza. Non vedono i loro amici, da tanto tempo. Solo a scuola. E solo fino a una certa età. Gli adolescenti sono in DAD. Con tutto ciò che ne consegue. No sport. No uscite non necessarie. No giochi al parco, non sono proibiti ma ci sono genitori che non li mandano al parco per prudenza. Sacrosanta, eh. non si può prendere in giro la paura della gente. Ma ci vanno di mezzo quelli in fase evolutiva. Quelli che hanno bisogno di imparare a stare in mezzo agli altri per giocare, confrontarsi, imparare a cavarsela in mezzo al prossimo. Anche litigare, volendo.

A furia di ripetere che tanto i bambini e gli adolescenti sono in grado di resistere un sacco di persone che non hanno a che fare con loro tutti i giorni hanno finito per crederci.

Ragazzi, è diventato un problema innamorarsi. Sembra una pericolosa forma di ribellione. Di incoscienza. Perché non puoi tccare qualcuno. Magari sconosciuto. Mai visto prima. Non sai dove va, dove è stato, se è contagiato. Può succedere che se dici che stai vedendo qualcuno ti trattano come se tu fossi già infetto. Non sto scherzando. Quando racconti a una persona che sta a un metro di distanza da te che stai uscendo con qualcuno e lei si sposta ulteriormente perché ha paura che tu abbia qualche malattia infettiva, ti chiedi cosa cazzo sta succedendo al mondo. Perché vieni trattato da delinquente per le cose che sono alla base dell’esistenza umana. Socialità, relazioni, intimità, queste cose qui.

Tra qualche anno rileggeremo le discussioni avute in questo periodo. Come ci sentiremo quando ci renderemo conto che abbiamo chiamato delinquenti irresponsabili persone che volevano solo poter uscire di casa e fare una passeggiata o chiedevano di poter lavorare, perché ne avevano bisogno?

Ah, tutte queste cose non si possono dire, a meno di non farsi chiamare negazionisti o complottisti. Non si possono desiderare cose semplici come una passeggiata, non si deve criticare nessun provvedimento del governo, che poveretto non ha altre soluzioni, e potremmo andarci noi visto che siamo così bravi (e come sempre qui c’è il solito problema per cui esiste il diritto di critica e di opinione, e la democrazia è fatta anche delle critiche del popolo. Ma chissà come mai questa parte ce la scordiamo sempre. Me la scordo anche io).

Ecco, dopo mesi a fare tutto quello che mi è stato chiesto (e a continuare a farlo, perché a parte quel particolare di essermi innamorata nell’anno più assurdo dell’ultimo decennio sto continuando a seguire tute le richieste, pure sceme, che sono state fatte) mi sono un po’ stufata di non dire quello che penso perché non è il momento.

Quindi da oggi si torna a reclamare.

D’altronde questo è un ufficio reclami.

Se non vi sta bene la porta è lì, come al solito.

Ma io mica lo sapevo, che volevo scrivere.

Ci sta il mio amico Michele che nella bio ce lo ha pure scritto, lui fa lo scrittore. Oh, scrive bene, lo pagano, mi pare giusto.

Poi voleva farlo da quando aveva 10 anni. Questo sì che è avere le idee chiare.

Io a 10 anni volevo giocare nella nazionale di calcio maschile. Poi ho scoperto che le femmine non ci possono giocare. Poco male perché alla fine non è che fossi questa grande calciatrice.

Ma insomma, di scrivere seriamente non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello.

Sapevo scrivere, eh. Non nel senso di ‘ero alfabetizzata’. Scrivevo con proprietà di linguaggio. Mi esprimevo piuttosto bene se mi mettevano in mano una penna e un foglio a righe. Possibilmente di quinta che quelle di terza mi erano scomode anche quando ero in terza.

Scrivevo racconti ogni tanto. Ma ero impegnata a fare altro. Giocare, per lo più. Leggere. Quello lo facevo senza problemi.

Ho cominciato a scrivere un po’ di più alle medie. Scrivevo e mettevo via. Non leggeva quasi nessuno. A parte la prof di italiano che leggeva i temi. Perché alle medie mi dovevo nascondere.

Non è che mi riuscisse facile. Quelli che non dovevano trovarmi mi intercettavano sempre.

Siete mai stati una bambina coi capelli corti che metteva vestiti da maschio e portava gli occhiali, con qualche brufolo e i denti storti, mentre le sue compagne cominciavano a truccarsi e a cercare le attenzioni dei maschi?

Soprattutto siete mai stati poveri nella Milano degli anni 80 dove a qualunque livello contava avere un sacco di soldi e ti prendevano per il culo se non portavi vestiti firmati o almeno i risvolti della naj oleari in fondo ai jeans? Il negozio naj oleari era in via Brera, io ci passavo davanti, qualche anno dopo, e lo guardavo come adesso guardo i sacchetti di caramelle gommose alla Slunga. Era guardare e non comprare.

Ecco, queste cose contavano un sacco quando ero alle medie. Contavano persino nella scuola periferica dove trovavi mescolati i figli dei liberi professionisti o degli impiegati che potevano permettersi il mutuo e quelli degli immigrati in Lope de Vega, dove era meglio non avvicinarsi troppo se non avevi un amico nel circondario. Quelli delle case popolari.

Contavano e se non le avevi, non ti interessavano, tua madre ti faceva capire che non era il caso di chiederle, piuttosto ti comprava un libro perché per quello sì che si potevano spendere soldi, e poi a te manco facevano schifo i libri, erano abbastanza cazzi tuoi.

Ce n’era a sufficienza per convincere i tuoi compagni di classe a romperti i coglioni dalla seconda media fino alla fine della terza, ininterrottamente, costantemente, pure fuori da scuola.

Quindi io a un certo punto scrivevo sì. Parlare non era cosa. Ero stata terrorizzata abbastanza dall’idea che quella roba fossero solo problemi tra ragazzi e che agli adulti non sarebbero interessati. Ed ero stata terrorizzata anche dalla vergogna di mia madre per i soldi che non c’erano. Quindi non facevo niente di quello che facevano i miei compagni ma non si poteva dire ‘non ho soldi’. Non sia mai.

Non stava bene non avere soldi nella Milano da bere.

Se non si può parlare e non su può fare niente si fa quello che non costa niente a parte un quaderno e una penna. E che nessuno legge.

Si scrivono storie.

Le mie erano storie sceme. Leggevo un giallo e volevo raccontare un delitto. Leggevo di streghe e partiva una storia di maghi e fattucchiere.

Le scrivevo nei temi liberi perchè almeno una persona le avrebbe lette. Era l’unica cosa che mi venisse davvero bene, in quel periodo.

Poi le medie grazie a Dio sono finite. Ma io non ho cominciato a parlare. Manco per il cazzo. Continuavo a scrivere. E mi piaceva il calcio, stavolta tifato. Era l’anno di Italia 90. C’è una generazione di ragazzine innamorate di Baggio, Giannini, incredibilmente pure di Schillaci. Lui però solo per un anno. Anzi. Per il tempo dei mondiali.

Parlavo di calcio e scrivevo. Non parlavo di nient’altro. Parlavo con tre persone, anzi, le ascoltavo perché non parlavo proprio mai.

Un amico di una mia amica mai visto prima le fece sapere che mi trovava simpatica. Non so per quale motivo perché non avevo aperto bocca. E magari ero simpatica proprio per questo.

Passavano gli anni ed ero costretta a parlare almeno a scuola. Lo stretto indispensabile. Continuavo a leggere e scrivere. La cosa doveva aver avuto qualche effetto perchè stranamente cominciavo a tirare fuori concetti interessanti almeno per la prof d’italiano.

Che un giorno disse nella classe di fianco che per scrivere come me ci voleva un dono. Così all’intervallo mi ritrovai tutti quelli di quarta in classe a vedere l’animale dello zoo che tirava fuori complimenti gratuiti alla prof. Chissà che effetto aveva fatto, quella con gli occhiali, i capelli corti s i vestiti da maschio, che sapeva scrivere. Non ho chiesto, ero un po’imbarazzata.

Passi il tempo a tenere un basso profilo e una prof ti smaschera. Non vale.

Io comunque continuavo ad avere l’autostima a vita bassa, scrivevo storie non più nei temi liberi perchè non c’era più lo spazio ma sotto il banco. Dove leggevo, pure.

Non ho mai imparato la tecnica turistica ma facevo prove tecniche di costruzione dell’intreccio.

Scrivevo quello che non riuscivo a fare nella vita. Stupide storie d’amore.

Chissà perché mi sono seccata quando il mio romanzo è finito nel genere romantico. Alla fine da lì partivo e lì tendevo. Certo, si parla di storie d’amore alla When I’m 64, che a me Romeo and Juliet fanno sempre venire il latte alle ginocchia.

Ma poco tempo fa ho detto a una mia amica che deve esserci almeno un posto nel mondo dove la gente non si lascia, e sono i miei romanzi.

(adesso lo sapete anche voi e mi toccherà scrivere qualche genere dove non frega niente a nessuno della storia d’amore)

Stavolta però le stupide storie d’amore se le leggevano le mie compagne di scuola.

Sempre sotto il banco. Sì passavano i fogli.

Io pensavo ‘chissà cosa ci trovano’ e intanto scrivevo. Poi mi facevano pure le pulci. Mi spiegavano che il racconto prima era meglio per questo, che quello dopo non era credibile, queste cose. Ora spiegatemi dove sono gli amici che ti dicono che quello che hai scritto è perfetto e quindi non ti devi fidare mai di loro perché secondo me al mio ego manca un po’ di massaggio.

Comunque sia ancora non pensavo proprio a scrivere nella vita.

Era una cosa che ormai sapevo fare e la facevo. Scrivevo un racconto, c’era da inventarsi il giornalino della scuola, c’era da scrivere un articolo, io lo facevo. Non era una prospettiva sul futuro. Era una roba legata al presente.

Non so perché non credevo di poter fare la scrittrice. Nemmeno quando mi dicevano chiaro e tondo che avevo delle cose da raccontare.

La reazione era più o meno ‘chi, io?’.

Poi è finita pure la scuola e non ero più nemmeno quella che scriveva storie che le sue compagne sì passavano. Leggevo, provavo a scrivere, ogni tanto mi veniva qualche racconto e provavo anche a scrivere romanzi. Stavolta non mi interessava quello che raccontavo ma come lo scrivevo.

Poco tempo fa mi hanno chiesto se il mio stile era già così al primo romanzo. E mi sono ricordata che io non avevo scritto un solo romanzo. Questo era il terzo. Perché non viene mai buona la prima e chiunque lo pensi è un cretino.

A me è venuta buona la terza. Che è quella che ho mandato in giro. Perché secondo qualcuno c’era una storia.

Io di mio non ci avrei nemmeno pensato. Perché in effetti nella vita non volevo scrivere.

È capitato di farlo perché mi stavo salvando la pelle. E poi è venuto bene.

Da qui a essere una scrittrice però ce ne passa.

Continuo a pensare che sono quella che voleva giocare a calcio in serie A con la nazionale maschile e invece no perché sono femmina.

E ogni tanto scrivo qualcosa che ci prende e che la gente si legge e mi spiega meglio di come lo spiegherei io.