Ma io mica lo sapevo, che volevo scrivere.

Ci sta il mio amico Michele che nella bio ce lo ha pure scritto, lui fa lo scrittore. Oh, scrive bene, lo pagano, mi pare giusto.

Poi voleva farlo da quando aveva 10 anni. Questo sì che è avere le idee chiare.

Io a 10 anni volevo giocare nella nazionale di calcio maschile. Poi ho scoperto che le femmine non ci possono giocare. Poco male perché alla fine non è che fossi questa grande calciatrice.

Ma insomma, di scrivere seriamente non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello.

Sapevo scrivere, eh. Non nel senso di ‘ero alfabetizzata’. Scrivevo con proprietà di linguaggio. Mi esprimevo piuttosto bene se mi mettevano in mano una penna e un foglio a righe. Possibilmente di quinta che quelle di terza mi erano scomode anche quando ero in terza.

Scrivevo racconti ogni tanto. Ma ero impegnata a fare altro. Giocare, per lo più. Leggere. Quello lo facevo senza problemi.

Ho cominciato a scrivere un po’ di più alle medie. Scrivevo e mettevo via. Non leggeva quasi nessuno. A parte la prof di italiano che leggeva i temi. Perché alle medie mi dovevo nascondere.

Non è che mi riuscisse facile. Quelli che non dovevano trovarmi mi intercettavano sempre.

Siete mai stati una bambina coi capelli corti che metteva vestiti da maschio e portava gli occhiali, con qualche brufolo e i denti storti, mentre le sue compagne cominciavano a truccarsi e a cercare le attenzioni dei maschi?

Soprattutto siete mai stati poveri nella Milano degli anni 80 dove a qualunque livello contava avere un sacco di soldi e ti prendevano per il culo se non portavi vestiti firmati o almeno i risvolti della naj oleari in fondo ai jeans? Il negozio naj oleari era in via Brera, io ci passavo davanti, qualche anno dopo, e lo guardavo come adesso guardo i sacchetti di caramelle gommose alla Slunga. Era guardare e non comprare.

Ecco, queste cose contavano un sacco quando ero alle medie. Contavano persino nella scuola periferica dove trovavi mescolati i figli dei liberi professionisti o degli impiegati che potevano permettersi il mutuo e quelli degli immigrati in Lope de Vega, dove era meglio non avvicinarsi troppo se non avevi un amico nel circondario. Quelli delle case popolari.

Contavano e se non le avevi, non ti interessavano, tua madre ti faceva capire che non era il caso di chiederle, piuttosto ti comprava un libro perché per quello sì che si potevano spendere soldi, e poi a te manco facevano schifo i libri, erano abbastanza cazzi tuoi.

Ce n’era a sufficienza per convincere i tuoi compagni di classe a romperti i coglioni dalla seconda media fino alla fine della terza, ininterrottamente, costantemente, pure fuori da scuola.

Quindi io a un certo punto scrivevo sì. Parlare non era cosa. Ero stata terrorizzata abbastanza dall’idea che quella roba fossero solo problemi tra ragazzi e che agli adulti non sarebbero interessati. Ed ero stata terrorizzata anche dalla vergogna di mia madre per i soldi che non c’erano. Quindi non facevo niente di quello che facevano i miei compagni ma non si poteva dire ‘non ho soldi’. Non sia mai.

Non stava bene non avere soldi nella Milano da bere.

Se non si può parlare e non su può fare niente si fa quello che non costa niente a parte un quaderno e una penna. E che nessuno legge.

Si scrivono storie.

Le mie erano storie sceme. Leggevo un giallo e volevo raccontare un delitto. Leggevo di streghe e partiva una storia di maghi e fattucchiere.

Le scrivevo nei temi liberi perchè almeno una persona le avrebbe lette. Era l’unica cosa che mi venisse davvero bene, in quel periodo.

Poi le medie grazie a Dio sono finite. Ma io non ho cominciato a parlare. Manco per il cazzo. Continuavo a scrivere. E mi piaceva il calcio, stavolta tifato. Era l’anno di Italia 90. C’è una generazione di ragazzine innamorate di Baggio, Giannini, incredibilmente pure di Schillaci. Lui però solo per un anno. Anzi. Per il tempo dei mondiali.

Parlavo di calcio e scrivevo. Non parlavo di nient’altro. Parlavo con tre persone, anzi, le ascoltavo perché non parlavo proprio mai.

Un amico di una mia amica mai visto prima le fece sapere che mi trovava simpatica. Non so per quale motivo perché non avevo aperto bocca. E magari ero simpatica proprio per questo.

Passavano gli anni ed ero costretta a parlare almeno a scuola. Lo stretto indispensabile. Continuavo a leggere e scrivere. La cosa doveva aver avuto qualche effetto perchè stranamente cominciavo a tirare fuori concetti interessanti almeno per la prof d’italiano.

Che un giorno disse nella classe di fianco che per scrivere come me ci voleva un dono. Così all’intervallo mi ritrovai tutti quelli di quarta in classe a vedere l’animale dello zoo che tirava fuori complimenti gratuiti alla prof. Chissà che effetto aveva fatto, quella con gli occhiali, i capelli corti s i vestiti da maschio, che sapeva scrivere. Non ho chiesto, ero un po’imbarazzata.

Passi il tempo a tenere un basso profilo e una prof ti smaschera. Non vale.

Io comunque continuavo ad avere l’autostima a vita bassa, scrivevo storie non più nei temi liberi perchè non c’era più lo spazio ma sotto il banco. Dove leggevo, pure.

Non ho mai imparato la tecnica turistica ma facevo prove tecniche di costruzione dell’intreccio.

Scrivevo quello che non riuscivo a fare nella vita. Stupide storie d’amore.

Chissà perché mi sono seccata quando il mio romanzo è finito nel genere romantico. Alla fine da lì partivo e lì tendevo. Certo, si parla di storie d’amore alla When I’m 64, che a me Romeo and Juliet fanno sempre venire il latte alle ginocchia.

Ma poco tempo fa ho detto a una mia amica che deve esserci almeno un posto nel mondo dove la gente non si lascia, e sono i miei romanzi.

(adesso lo sapete anche voi e mi toccherà scrivere qualche genere dove non frega niente a nessuno della storia d’amore)

Stavolta però le stupide storie d’amore se le leggevano le mie compagne di scuola.

Sempre sotto il banco. Sì passavano i fogli.

Io pensavo ‘chissà cosa ci trovano’ e intanto scrivevo. Poi mi facevano pure le pulci. Mi spiegavano che il racconto prima era meglio per questo, che quello dopo non era credibile, queste cose. Ora spiegatemi dove sono gli amici che ti dicono che quello che hai scritto è perfetto e quindi non ti devi fidare mai di loro perché secondo me al mio ego manca un po’ di massaggio.

Comunque sia ancora non pensavo proprio a scrivere nella vita.

Era una cosa che ormai sapevo fare e la facevo. Scrivevo un racconto, c’era da inventarsi il giornalino della scuola, c’era da scrivere un articolo, io lo facevo. Non era una prospettiva sul futuro. Era una roba legata al presente.

Non so perché non credevo di poter fare la scrittrice. Nemmeno quando mi dicevano chiaro e tondo che avevo delle cose da raccontare.

La reazione era più o meno ‘chi, io?’.

Poi è finita pure la scuola e non ero più nemmeno quella che scriveva storie che le sue compagne sì passavano. Leggevo, provavo a scrivere, ogni tanto mi veniva qualche racconto e provavo anche a scrivere romanzi. Stavolta non mi interessava quello che raccontavo ma come lo scrivevo.

Poco tempo fa mi hanno chiesto se il mio stile era già così al primo romanzo. E mi sono ricordata che io non avevo scritto un solo romanzo. Questo era il terzo. Perché non viene mai buona la prima e chiunque lo pensi è un cretino.

A me è venuta buona la terza. Che è quella che ho mandato in giro. Perché secondo qualcuno c’era una storia.

Io di mio non ci avrei nemmeno pensato. Perché in effetti nella vita non volevo scrivere.

È capitato di farlo perché mi stavo salvando la pelle. E poi è venuto bene.

Da qui a essere una scrittrice però ce ne passa.

Continuo a pensare che sono quella che voleva giocare a calcio in serie A con la nazionale maschile e invece no perché sono femmina.

E ogni tanto scrivo qualcosa che ci prende e che la gente si legge e mi spiega meglio di come lo spiegherei io.

“Quando le rondini non tornano”… ci pensa Giuliana a fare primavera | HermesMagazine

Quale è stata la tua prima reazione quando hai visto il tuo libro proprio a forma di libro?

“Ma quanto cazzo ho scritto?”

(Mi hanno fatto un’intervista. Sì, mi rendo conto. Però è andata così)

https://www.hermesmagazine.it/article/libri/quando-rondini-non-tornano-ci-pensa-giuliana-fare-primavera

Considerazioni intorno al referendum

Oggi si vota.

Non è un voto normale. È un referendum costituzionale. La nostra Costituzione, definita rigida, ha una procedura farraginosa per le modifiche costituzionali.

Potrei dire qualche fesseria perché sto ripensando lo studio del diritto pubblico e le nozioni di storia vecchie di anni, ma la nostra Costituzione è rigida proprio perché quando l’Assemblea Costituente si riunì per un anno e mezzo allo scopo di dare una nuova legge guida a un Paese uscito da vent’anni di fascismo e tre di guerra fratricida (un giorno discuteremo di ciò che accadde dopo l’8 settembre, quando tutti quelli che conservano memoria diretta della guerra saranno morti e si potrà ragionare senza barriere ideologiche, anche sacrosante a volte, ma che impediscono un’analisi serena di tutti i documenti a nostra disposizione. La Storia non può dare torto o ragione a chi ci piace di più, nemmeno se per questioni di umanità sappiamo benissimo dove deve stare la ragione. La Storia deve analizzare dei fatti e darne un racconto il più possibile preciso e puntuale. E non può omettere quello che ci sta sul cazzo) i cosiddetti padri, e madri, c’erano anche loro, costituenti sapevano che non poteva essere una costituzione flessibile e superabile da leggi ordinarie come era stato lo Statuto Albertino.

Si potrebbero fare un sacco di considerazioni sulla decisione di trattare il Regno d’Italia come una continuazione del Regno di Sardegna, e sono state fatte. Ma tant’è. Io penso che ci sarebbe voluta una nuova Costituzione e che Vittorio Emanuele non avrebbe dovuto essere Secondo. Ma non è andata così e tocca ragionare sulle conseguenze come toccò all’Assemblea Costituente.

Non è facile cambiare la Costituzione italiana.

Ci sono diversi modi ma sono tutti complicati. Si chiama procedura aggravata per un motivo.

Ora, io non sono così esperta di linguaggio giuridico da poter andare a braccio, quindi oltre a invitare chicchessia a leggere l’articolo 138 della Costituzione copincollo una citazione a uso e consumo di chi vuole sapere cosa succede a una legge costituzionale sentendolo spiegare come se avesse 4 anni:

“Le leggi di rango costituzionale possono essere di diverso tipo, ed è importante non fare confusione. Le leggi di revisione costituzionale operano una modifica alla carta fondamentale, mentre le leggi costituzionali hanno una funzione integrativa. Entrambe, per entrare in vigore, devono seguire un iter più complesso rispetto alle leggi ordinarie.

Secondo quanto prescritto dall’articolo 138 cost., sono necessarie due deliberazioni da parte di entrambe le camere, a distanza di almeno tre mesi.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi […] – art. 138 cost.


Se nella seconda votazione entrambe le camere approvano la legge a maggioranza dei 2/3 dei componenti, il testo si considera definitivamente approvato. Se invece nella seconda votazione si raggiunge la maggioranza assoluta, si può sottoporre la legge a referendum popolare. La richiesta di referendum deve essere fatta entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, da parte di 1/5 dei membri di una camera, 500mila elettori o 5 consigli regionali.


Per il referendum non è previsto quorum, dunque la votazione si considera valida a prescindere dal numero di partecipanti. Per l’approvazione è necessaria la maggioranza dei voti validi.
La lunghezza e complessità dell’iter è necessaria per assicurare un dibattito completo e approfondito.”

(la citazione è presa da Openpolis)

Ecco, io sono molto logorroica e ho sentito il bisogno di fare una premessa degna dell’importanza della chiamata alle urne per una modifica costituzionale.

Perché in questi anni di discussioni su cambi di costituzione, numero di deputati, pinzillacchere e quisquilie mi pare che si sia sempre data troppo per scontata la conoscenza della rilevanza di questo voto da parte degli elettori.

Una riforma costituzionale non è una cazzata. Certo, nessun voto è una cazzata, ma un governo osceno dopo 5 anni puoi pure provare a mandarlo a casa. Una riforma costituzionale te la devi tenere per decenni, fino a quando non ci saranno le condizioni storiche e sociali per pensare di nuovo di metterci mano, con la stessa procedura aggravata di cui sopra.

Sarebbe bene sapere esattamente cosa succederà con una riforma costituzionale o essere preparati a ipotizzare le sue reali conseguenze.

Pensiamo un po’ alla modifica costituzionale del Titolo V e alle conseguenze delle autonomie regionali.

In un Paese con 19 Regioni e 2 Province autonome.

Ecco, siamo sicuri che chi ha votato sì a quel referendum avesse capito esattamente cosa stava facendo? Io penso di no, soprattutto considerando le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Nomino per comodità solo la sanità diventata di competenza regionale, perché mi sembra il migliore esempio di quanto possa essere nefasta una riforma costituzionale senza provare a prevedere le conseguenze sul lungo periodo.

Qui stiamo parlando di diminuire il numero dei parlamentari. È una modifica che ci porteremo dietro per molto tempo e che avrà conseguenze in termini di rappresentatività di alcune regioni.

Ora, non mi interessa discutere se sia meglio o peggio la vittoria del sì o del no. Ho la mia idea e l’ho già espressa.

Quello che mi sarebbe piaciuto è che tutti gli elettori fossero stati messi nella condizione di comprendere cosa significa una modifica del numero dei parlamentari, e non in termini di ‘mi stanno sul cazzo i parlamentari, togliamo potere alla casta, faccio quello che mi chiede il mio segretario perchè ha sempre ragione’, ma in termini di conseguenze su quello che sarà il futuro parlamento. Perché siamo una Repubblica parlamentare e abbiamo quello che si chiama bicameralismo perfetto.

Ora, io non sono convinta che tutti sappiano cosa significa questa cosa, ma sono convinta che tutti possono arrivare a capirla impegnandosi a spiegarla come se avessimo tutti quattro anni.

Ecco, questa cosa non è stata fatta. Non solo da chi ha interesse a non spiegare come funziona una riforma costituzionale per motivi di interesse.

Non è stata fatta soprattutto da noi sinceri democratici che crediamo nell’importanza della Costituzione e del voto informato.


Passiamo il tempo a lamentarci perché la gente non sa niente (poi non si sa perché non ci ricordiamo mai che pure noi siamo gente) ma appena troviamo qualcuno a cui forse bisogna spiegare cosa sta per fare, perchè non è facile, lo prendiamo per il culo e gli diciamo che può venire usare gugol.


Perché non riusciamo a renderci conto che per quanto possa essere semplice capire a grandi linee la Costituzione per noi che bene o male abbiamo studiato fino alla maturità non abbiamo tutti lo stesso livello culturale e la stessa capacità di analisi.
Ci sono persone che non l’hanno proprio mai avuta, e non è una colpa. L’abbiamo fatta diventare noi una colpa sentendoci sto cazzo.


Non ci sarà da stupirsi troppo se come al solito questo referendum vedrà prevalere un esito che non ci piace e che andrà in senso peggiorativo.
Non abbiamo mai avuto voglia di sprecare quattro secondi per provare a spiegare con parole nostre e senza trattare le persone che non sanno perchè stanno votando come dei deficienti.


Io posso solo augurarmi che chiunque metta una ics oggi abbia riflettuto bene su quello che sta facendo, valutando le conseguenze del suo voto con un po’ di analisi critica.


Non ci credo molto, ma è indubbio che se questa modifica sarà stata votata un po’ a cazzo sarà responsabilità anche un po’ mia e di tutti quelli che in questi anni non hanno avuto voglia di spiegare con parole semplici perché bisogna sempre stare attenti alle modifiche da apportare alla Costituzione.

Detto questo. Io ho votato. Se non avete ancora votato, buon voto a tutti.

Quando l’attesa diventa magia

“Anche quest’anno le rondini non tornano, ma il cielo di Giuliana è lo stesso dei più grandi poeti

Quando l’attesa diventa magia

Hanno recensito di nuovo le rondini. Confesso che ogni volta che leggo una recensione scopro delle cose che non avevo una pallida idea di aver scritto.

Comunque mi sono un po’ commossa. In effetti valeva la pena scrivere un romanzo per scoprire di aver detto a qualcuno così tante cose. Belle, a quanto pare.

(ah, se vedete una foto nel post,pare che sia io in un particolare momento di grazia)

Grazie, Alessia, aspetto le considerazioni definitive. Se cambi idea puoi pure venire a picchiarmi fortissimo, non mi offendo!

Sono tornata a casa. Al Museo del 900.

Che uno dice ‘è un museo, caxxo dici’.

Il Museo del 900 non è un museo. Sì, va bene. È uno di quei luoghi preposti alla conservazione e alla esposizione al pubblico di opere che tra le altre cose fa ricerca e diffonde cultura.

Ma per me il Museo del 900 è casa.

È così casa che da quando esiste, o meglio da quando ho scoperto che esiste (sono pochi anni, è un museo che Milano ha aspettato per molto tempo), non ho mai mancato di visitare quando tornavo a Milano da Roma e che ora che a Milano ci sono in pianta stabile visito con una frequenza di almeno una volta al mese.

E ogni volta è davvero tornare a casa. Non salto nessuna sala, corridoio, mostra provvisoria.

Mi perdo ancora quando devo passare dal terzo al quarto piano, e devo ancora controllare bene l’ultima scala mobile in discesa all’uscita perché un paio di volte mi sono trovata nei laboratori per i bambini, ma insomma secondo me nemmeno chi ci lavora tutti i giorni riesce a non perdersi.

Oggi ci sono tornata dopo mesi di latitanza dovuta prima al lockdown e poi all’apertura per soli due giorni a settimana, sabato e domenica. Con obbligo di prenotazione.

Ora, io non ho niente contro l’obbligo di prenotazione, ma per me io museo della mia città, o i musei della mia città, meglio, sono posti dove decido improvvisamente di entrare, non li programmo. Me li trovo davanti ed entro. Sono in giro, decido di fare dietro front, vado al museo. Sono un’improvvisata.

Voglio trovarli così come sono, spettinati, in desabillé. Come fai appunto nei posti che sono casa.

Questa settimana i musei civici sono tornati aperti senza bisogno di prenotazione, sempre con ingresso contingentato.

Ora. Io li conosco, i musei milanesi. So che in settimana sono vuoti. O meglio sono accessibili perché non ci sono code.

Quindi sono andata e ho chiesto se c’era posto. C’era.

Ho mostrato la mia tessera musei, ho preso il mio biglietto, ho seguito le istruzioni nuove per l’ingresso, ho trovato persone molto più gentili della media di quelle che mi accoglievano altre volte, e già sulla rampa per salire alla prima sala, quella dove a un certo punto incontri il Quarto Stato, ridevo di felicità. Sotto la mascherina.

Quando ho ritrovato Kandinsky, Picasso, persino Modigliani, e Boccioni e Severini, avevo il cuore che batteva a mille.

Sono andata a trovarli tutti.

Ero contenta di vedere persino Morandi.

Io odio Morandi. No Gianni. Giorgio.

E volevo vedere pure lui.

Erano tutti li. Pure la nuova ala dedicata a Marini.

I Fontana, che io voglio veramente sapere come ci può essere gente convinta che quei tagli li possono fare tutti.

Le mie artiste. Accardi. Varisco. Dadamaino.

C’era pure una mostra nuova. Magari quella torno a vederla. Prendo il 15, scendo al capolinea e mi infilo nel museo.

Ci devo tornare comunque. Perché è così casa che ci ho ambientato una scena del romanzo nuovo. Simona ci porta Luca.

Ma è un’altra storia e la si dovrà raccontare un’altra volta.

Oggi sono tornata a casa. Non è bellissimo tornare a casa?

Come è già settembre? Era marzo l’altro giorno.

Insomma qui siamo di nuovo all’inizio dell’anno in pectore (mica sarete di quelli che contano gli anni a partire dal 1 gennaio, vero? L’anno comincia a settembre, come i diari dei Peanuts che compravo quando ero bambina per andare a scuola) e non mi è ben chiaro dove si sia andato a cacciare l’ultimo anno.

Poi è vero che pure se non so come sono passati i giorni sono successe un sacco di cose. Poche di quelle che avevo in programma, ma ci si accontenta.

Di buono c’è che dopo anni e anni di latitanza ho rivisto un lago. Non è il mio, però magari adesso che ho scoperto come si arriva al lago, basta salire su un treno di Trenord e scendere al capolinea, un giorno invece che sul Maggiore vado su quello di Como e vado fino al cimitero di Sala a trovare i nonni.

Al cimitero di Sala c’è una vista bellissima proprio sull’isola Comacina e se ti sporgi vedi pure Lezzeno.

I nonni hanno due monolocali uno vicino all’altro vista lago. Sono di fronte allo zio Salvo che invece al lago dà le spalle. D’altronde lui lo vedeva sempre dalle finestre di casa e dalla terrazza, il lago. Può anche snobbarlo un po’.

Ci sono un sacco di persone che dovrei andare a trovare lì al cimitero di Sala.

Facciamo che mi tengo questo post come promemoria.

Poi niente, pensavo che dopo mesi a casa non avrei mai più avuto voglio di prendere treni, pullman, cose così.

Invece li ho presi anche per andare in posti nuovi.

Pensavo che non sarei andata all’estero per tanto tempo e invece di punto in bianco un giorno mi hanno portata in Svizzera in un posto bellissimo.

Dice ‘che ci vuole ad andare in Svizzera?’.

Ci vuole perché io non c’ero mai stata prima. Non che volessi, ma non è mai capitata l’occasione.

E invece mi ci hanno portata e ho visto pure una casa che apparteneva a una famiglia che stava lì dai tempi del Sacro Romano Impero. Mica pizza e fichi.

Ho anche le prove fotografiche.

Pensavo che avrei passato agosto a casa a Milano a scrivere e invece sono stata via per un paio di settimane. Con la copertina di lana invece che con il caldo tutte le notti.

Forse ho capito che fine hanno fatto gli ultimi mesi. Anche se non me ne sono accorta.

Certo, adesso è settembre e si ricomincia daccapo.

E ho già un sacco di cose da fare. Tipo fotografare Milano in bianco e nero. Sì, ho una nuova droga.

Vabbè, e voi cosa avete fatto in questi mesi?

“Le auguro di essere sterile”

Ieri sono finita sulla pagina Facebook di gente cosiddetta pro-vita.

Presenti quelli che difendono il feto dal momento in cui lo spermatozoo incontra l’ovulo e lo fecondano e che non vogliono sentire ragioni tipo ‘pero esiste il diritto all’aborto, la 194, i cazzi e mazzi, e il volere della donna dove lo metti?’ nemmeno se sono davanti a donne o bambine stuprate, nemmeno se poi la famiglia metterà al mondo un bambino che avrà una qualità della vita inesistente e a volte non sopravviverà che poche settimane, e che negli USA difendono così tanto la vita da ammazzare i medici che praticano l’aborto legittimamente negli Stati in cui è previsto per legge?

Ecco, sono capitata in una pagina così.

Dice ‘con certa gente non si deve discutere’ e lo so pure io.

È che questa gente senza discutere ha preso e fatto screenshot di una pagina di un mio contatto femminista (con cui non sempre sono d’accordo, per carità, ma è il bello del rispetto delle opinioni. Posso anche non andare a insultare una persona con cui non sono d’accordo, posso semplicemente non risponderle) in cui si rivolgeva a certi antiabortisti pro-vita che sono andati a commentarla dove stava parlando di quella becera cazzata dei tre giorni di ricovero per le donne che chiedono la pillola abortiva proposta dalla governatrice della Regione Umbria. Provvedimento decaduto.

Il mio contatto ha scritto un post in cui parlava di quantità di vita vs qualità della vita. Sottolineando che i difensori a oltranza della vita del feto anche quando è appena stato fecondato non si preoccupano mai di come staranno, questi feti che nasceranno. Perché di fatto non gliene frega niente, della vita. La difendono per principio, poi quando la vita esiste può pure crepare di fame. Non li riguarda. L’importante è che si faccia come vogliono loro e se loro non vogliono che una donna abortisca pure con tutte le motivazioni valide o non valide ma con una legge che le consente l’autodeterminazione fino alla dodicesima settimana, ventisettesima, mi pare, ma sentitevi liberi di contraddirmi perché in questo momento non lo ricordo, per motivi di salute, non ricordo se suoi o del feto, allora la donna non deve abortire o prendersi un sacco di merda non solo se sceglie di abortire, pure se si esprime a favore dell’aborto.

Questo mio contatto, di cui non farò il nome perché già una volta si è trovata la pagina cancellata per un attacco in massa e usa la pagina per lavoro, sì e trovato lo screenshot di un post in cui diceva questa cosa pubblicamente, peraltro con possibilità di commentare. Ho letto i loro commenti. Facevano schifo. Ovviamente erano insulti. Ovviamente qualcuno è stato bannato perché va bene tutto ma gli insulti te li tieni.

Quindi cosa è successo? È successo che sulla pagina Negozio di bigotteria, un nome un programma, è comparso uno screenshot del post in questione senza il nome della pagina ma con riferimenti tali da fare comprendere tranquillamente di chi si stava parlando.

E già qui. Prendi un post pubblico per invitare i tuoi contatti all’insulto. Perché sappiamo tutti perfettamente quale sia il motivo per screenshottare un post pubblico e darlo in pasto ai propri contatti. Insultare in pubblico chi lo ha scritto nei modi e coi toni peggiori. Senza andare a rispondere direttamente.

Ma questi pro vita hanno fatto anche di peggio. Sono andati direttamente sul profilo personale del mio contatto e hanno screenshottato un post in cui parlava in generale dei difensori della vita a oltranza che si sono sentiti offesi dal suo post sui tre giorni di ricovero per eccetera eccetera.

Ovviamente, di nuovo, era un post senza riferimenti in cui chiunque poteva capire di chi si stesse parlando.

Cosa c’entro io in tutto questo?

C’entro perché a questo punto sono intervenuta nei commenti in questa pagina di merda.

Ho fatto notare che non è una cosa ammirevole screenshottare gli stati da un profilo personale e a un paio di commentatori ho scritto commenti da specchio riflesso, a uno che diceva quanta feccia c’è sulla terra per esempio ho chiesto se lo avesse capito perché finalmente ha trovato uno specchio.

Più seriamente ho scritto che prendere gli stati dai profili personali non è una pratica accettabile. Anche a livello legale, eh. Non ho fatto in tempo a spiegare perché pure se lo stato è pubblico non è accettabile perché mi è stata inibita la possibilità di commentare la pagina. E i miei commenti sono stati eliminati.

Siccome so fare pure io gli screenshot ho risposto dal mio profilo con un post pubblico.

A cui era possibile commentare. Il post è questo.

Indovina un po’.

È partito uno screenshot del mio stato sulla pagina dei pro vita.

A parte che dare della santarellina a me chiama vendetta. Col cazzo che sono una santarellina, ma se mi togli la possibilità di commentare io ti rispondo dove posso. E dove ti invito ma ti che sei un vigliacco non ci vieni perché sai che prenderesti mazzate.

Comunque sotto quello screenshot pubblico ma che non posso commentare perché mi hanno inibito la possibilità sono comparsi una serie di insulti.

Stranamente nessun troia o puttana, che peraltro nella vita ho già letto parecchie volte.

Quasi nessuno è stato fastidioso..a parte quello che dà il titolo al post.

Di cui agevolo lo screenshot.

Poveraccia e fallita sono sostanzialmente corretti.

Niente da dire.

Invece una persona, donna nello specifico, che mi augura di essere sterile mi fa schifo.

Perché siamo sempre lì. Non conto come persona. Non contano nemmeno le donne che decidono di abortire come persone. Per questa gente abbiamo valore solo come incubatrici.

Possiamo essere qualunque cosa, possiamo essere persone che lavorano, che scrivono, che leggono, che vogliono una famiglia o che non la vogliono, possiamo non avere figli e stare bene lo stesso, possiamo averlo sempre desiderati ma non sono venuti eppure le nostre vite sono state comunque belle vite.

Eppure non contiamo un cazzo se il nostro apparato riproduttivo non funziona perfettamente e la cosa peggiore che possono augurarci non è la morte ma di essere sterili.

A volte pure di essere stuprate, sempre perché non siamo soggetti ma oggetti.

Ecco, io sono incazzata perché avrei voluto dei figli e i bambini mi piacciono, non sono tra le persone che pensano che avere figli renda la vita delle donne meno interessante, o meno importante, non odio i bambini e dopo anni in cui ho pensato anche io che l’aborto fosse una cosa abominevole ho cambiato idea e sono giunta alla conclusione che è molto più abominevole costringere una donna che proprio non vuole un figlio ad averlo a tutti i costi.

Ho anche pensato che non avrei mai abortito, per scelta mia, anche se non ne ho la certezza granitica perché ci sono circostanze in cui potresti non volerlo davvero, un figlio, ma non sono mai stata nella condizione di pormi il problema. Però ho anche compreso che è una mia scelta individuale e che qualunque donna che non sia d’accordo con la mia scelta merita il rispetto per la sua decisione presa liberamente. Anche perché la garanzia del diritto alla 194 in questo Paese è così labile, vista la maggioranza di medici obiettori nei reparti di ginecologia-ostetricia, che ci manca solo la mia obiezione morale a una questione personale e intima come la scelta di abortire entro i termini di legge.

Quindi questo augurio di sterilità mi fa schifo e mi fa incazzare. Più di quanto potessi immaginare, tanto che ne sto ancora parlando dopo due giorni.

Perché ne parlo sul blog?

Perché è una cosa importante che mi voglio ricordare per il futuro. E perché a volte certe cose vanno dette e scritte dove possono essere trovate e lette. Non ho una piazza a disposizione in questo periodo, le manifestazioni sono da incoscienti, anche se ci vorrebbero, perché sono davvero anni che questa gente che sembra ininfluente rompe il cazzo non solo su un diritto ma pure sulla libertà di essere a favore di quel diritto.

Quindi se ho un posto pubblico dove parlare di questa cosa che mi ha fatto davvero incazzare è il momento di usarlo.

Quest’anno ho fotografato fiori.

Non solo fiori, ma soprattutto quelli.

Ho cominciato quando mi sono accorta che la primavera stava arrivando ed eravamo tutti chiusi in casa.

Uscivo una volta a settimana per fare la spesa e all’improvviso nel giardino del palazzo dove vivo da un anno e in quello di fronte c’erano fiori.

Rose, soprattutto. Che sono quelle che ho fotografato di più.

Allora per la prima volta nella mia vita mi sono accorta dei fiori.

Non è che non sapessi che ci sono o fiori, prima. Ma non ci facevo caso.

Invece prova a stare chiuso in casa di continuo e a poter uscire solo una volta a settimana. Ti accorgi pure dei fiori, se ti cambiano il panorama. Se lo rendono migliore.

Ho fatto un po’ come Clara, la sorella di Benjamin Malaussène, che fotografa tutto quello che la colpisce.

Lei riusciva a fotografare pure un morto se la colpiva quello.

Io per fortuna non ho mai incontrato un morto e ho trovato cose belle.

Ho un album fotografico di fiori, soprattutto rose, che caratterizza questo 2020. L’anno in cui per molto tempo non siamo stati da nessuna parte.

Io poi all’improvviso, nell’ultima decade di luglio, mi sono trovata ad andare da qualche parte.

Mi dicono ‘vuoi andare a lavorare a Premeno?’

A fare una cosa che non ho mai fatto in vita mia ma che secondo due mie amiche posso fare benissimo.

Scoprire se sono abbastanza paziente per passare il tempo con una donna di 91 anni che non può stare a casa da sola.

E io, che non avevo un lavoro, pensavo di restare a casa a Milano tutta l’estate per scrivere il mio romanzo, fino a tre giorni prima avrei persino giurato che non avrei mai più preso un treno per tutto il 2020, perché non mi pareva il caso, improvvisamente ho deciso che volevo andare a fare questa cosa.

E ho fatto bene. Ho scoperto che sì, con questa signora ho abbastanza pazienza, e che mi diverto a stare in sua compagnia.

E ho trovato anche lì un sacco di fiori.

Bignonie. Ortensie. Ibiscus. Soprattutto altre rose.

Una pianta in particolare. Che butta fuori germogli tutti i giorni. E io tutti i giorni andavo a controllare se i germogli si aprivano.

E ho continuato questa abitudine di fotografare rose iniziata mentre ero a casa da sola.

E adesso che ho questa nuova abitudine e ho cominciato a uscire non solo di casa ma pure dalla regione ho voglia di prendere di nuovo il treno.

E non lo so se sono due cose collegate. Io non riesco a non scollegare.

Quindi penso che prenderò treni e andrò in giro a fotografare rose. O fiori. O cose belle.

Con calma, mica in fretta.

Con la mascherina e con le distanze di sicurezza.

Però ci vado.